Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25031 del 08/10/2019

Cassazione civile sez. III, 08/10/2019, (ud. 20/03/2019, dep. 08/10/2019), n.25031

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi A. – rel. Consigliere –

Dott. GIANNITI Pasquale – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11831-2016 proposto da:

SE.VER.ACQUE SRL in persona del liquidatore T.R.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA XX SETTEMBRE 3, presso lo

studio dell’avvocato BRUNO NICOLA SASSANI, rappresentata e difesa

dall’avvocato GIOVANNI IACOMINI;

– ricorrente –

contro

ALBA LEASING SPA, TE.MA.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 4324/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 12/11/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/03/2019 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO ALBERTO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 12/11/2015 la Corte d’Appello di Milano, in parziale accoglimento del gravame interposto dalla società Alba Leasing s.p.a. e in conseguente parziale riforma della pronunzia Trib. Lodi 3/7/2013, ha – per quanto ancora d’interesse in questa sede – rigettato la domanda in via riconvenzionale nei confronti della medesima proposta dalla società Severacque s.r.l. in liquidazione e in concordato preventivo di restituzione dei canoni riscossi, per mancata riconsegna dell’immobile oggetto del contratto di leasing traslativo.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la società Severacque s.r.l. in liquidazione propone ora ricorso per cassazione, affidato a 5 motivi.

Gli intimati non hanno svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo la ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 112 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Si duole che la corte di merito abbia accolto il gravame “per motivi diversi rispetto a quelli dedotti dall’appellante (e dall’appellato)”.

Con il 2 motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” degli artt. 2697 e 2729 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; violazione dell’art. 112 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Si duole che la corte di merito abbia erroneamente fatto ricorso a circostanze presuntive.

Con il 3 motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” degli artt. 1526 e 1460 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che la corte di merito abbia ritenuto l’art. 1526 c.c. astrattamente applicabile nella specie, ma non anche in concreto, in quanto “l’asserita mancata riconsegna dell’immobile… inibirebbe… la possibilità, per l’utilizzatore, di chiedere il rimborso dei canoni”.

Con il 4 motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 1526 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che la corte di merito abbia ritenuto “non dovuta la pretesa restitutoria della ricorrente, fondando il proprio asserto sulla necessità di un bilanciamento che nessuno gli ha chiesto”.

Con il 5 motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 1526 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè “omesso esame” di fatto decisivo per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia erroneamente ritenuto non doversi fare luogo alla restituzione dei canoni stante la mancata riconsegna del bene laddove rientrando essa tra i naturalia negotii non ha invero “bisogno nè di espressa previsione (tant’è che la norma non lo prevede, dandolo per implicito) nè di espressa pattuizione”.

Il ricorso è fondato e va p.q.r. accolto nei termini e limiti di seguito indicati.

Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, l’introduzione nell’ordinamento, tramite il D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, art. 59, dell’art. 72 quater L.F. non consente di ritenere superata la tradizionale distinzione tra leasing finanziario e leasing traslativo, e le differenti conseguenze (nella specie, l’applicazione in via analogica dell’art. 1526 c.c.) che da essa derivano nell’ipotesi di risoluzione del contratto per inadempimento dell’utilizzatore (v. Cass., 29/4/2015, n. 8687).

Si è al riguardo posto in rilievo che l’art. 72 quater L.F. ha natura di norma eccezionale, e non riguarda la risoluzione del contratto di leasing bensì il suo scioglimento quale conseguenza del fallimento dell’utilizzatore (v. Cass., 12/2/2019, n. 3965; Cass., 18/6/2018, n. 15975).

L’applicabilità dell’art. 72 quater L.F. in caso di risoluzione del contratto di leasing, presupporrebbe invero un difetto di disciplina che è proprio la presenza dell’art. 1526 c.c. (norma generale rispetto all’art. 72 quater L.F.) a smentire, rimanendo a tale stregua pertanto esclusa in radice la possibilità di farsi luogo al criterio all’analogia.

Si è per altro verso sottolineato che la norma di cui all’art. 72 quater L.F. in ogni caso non disciplina la risoluzione del contratto di leasing bensì il suo scioglimento quale conseguenza del fallimento dell’utilizzatore, essendo pertanto volta a regolare ipotesi del tutto diversa da quella disciplinata dalla norma sostanziale (la risoluzione per inadempimento), a tale stregua invero difettando (anche) l’eadem ratio legittimante l’interpretazione analogica (v. Cass., 18/6/2018, n. 15975).

Sotto altro profilo, si è nella giurisprudenza di legittimità altresì precisato che, mentre la risoluzione della locazione finanziaria per inadempimento dell’utilizzatore non si estende alle prestazioni già eseguite, in base alle previsioni dell’art. 1458 c.c., comma 1, in tema di contratti ad esecuzione continuata e periodica, ove si tratti di leasing cosiddetto di godimento, la risoluzione medesima si sottrae a dette previsioni, restando soggetta all’applicazione in via analogica delle disposizioni fissate all’art. 1526 c.c. con riguardo alla vendita con riserva di proprietà ove si tratti di leasing c.d. traslativo (Cass., 7/2/2001, n. 1715; Cass., 14/4/2000, n. 4855. E già Cass., 13/12/1989, n. 5571).

Trattandosi come nella specie di leasing traslativo, l’azione ordinaria di risoluzione del contratto promossa dal locatore per inadempimento dell’utilizzatore è pertanto disciplinata dall’art. 1526 c.c. dettato in tema di vendita con riserva della proprietà (v. Cass., 18/6/2018, n. 15975), sicchè in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore quest’ultimo ha diritto alla restituzione delle rate riscosse (solo) dopo la restituzione della cosa, mentre il concedente ha diritto, oltre che al risarcimento del danno, a un equo compenso per l’uso dei beni oggetto del contratto (v. Cass., 20/9/2017, n. 21895).

Si è al riguardo ulteriormente osservato che in applicazione del disposto di cui all’art. 1526 c.c., comma 2, con riferimento all’ipotesi di risoluzione anticipata per inadempimento dell’utilizzatore, le parti possono convenire, con patto avente natura di clausola penale, l’irripetibilità dei canoni già versati e la detrazione dalle somme dovute al concedente dell’importo ricavato dalla futura vendita del bene restituito, essendo tale clausola coerente con la previsione contenuta nell’art. 1526 c.c., comma 2, (v. Cass., 12/6/2018, n. 15202).

Vale al riguardo considerare che ai sensi dell’art. 1384 c.c. il giudice può peraltro ridurre equamente ed anche d’ufficio la prestazione assunta, in caso di manifesta eccessività della penale ovvero tenuto conto dell’entità dell’adempimento dell’obbligazione principale (v. Cass., 28/8/2007, n. 18195; Cass., Sez. Un., 13/9/2005, n. 18128. E, da ultimo, Cass., 21/8/2018, n. 20840).

Orbene, la corte di merito ha nell’impugnata sentenza invero disatteso il suindicato principio.

Qualificato il contratto stipulato tra le parti come contratto di leasing traslativo, dopo aver ritenuto provata la sussistenza di clausola contrattuale (art. 21) contemplante l’esclusione dell’applicabilità nella specie dell’art. 1526 c.c. la corte di merito, nonchè escluso la possibilità di attribuire rilievo alcuno “al disposto dell’art. 72-quater L.F.” (trattandosi di “norma speciale come tale insuscettibile di estensione analogica ad ipotesi diverse da quelle delle procedure fallimentari per le quali è stata dettata”), con apodittica e illogica motivazione ha, da un canto affermato che dalla ravvisata sussistenza di clausola pattizia derogatoria “possa conseguire, tout court, l’accoglimento della tesi prospettata dall’appellante ovvero l’inapplicabilità dell’art. 1526 c.c. al contratto in esame in virtù della volontà dei contraenti univocamente espressasi nella richiamata clausola con conseguente rigetto della domanda riconvenzionale svolta dall’appellata e accolta dal Tribunale”; per altro verso, ha ritenuto che “l’appello merita accoglimento sotto diverso profilo: il meccanismo normativo previsto dall’art. 1526 c.c. è infatti destinato a operare… in un quadro di rispetto del sinallagma contrattuale di tal che il diritto alla restituzione delle rate riscosse (fatto salvo il diritto del concedente di trattenere un equo compenso per l’uso della cosa, oltre al risarcimento del danno) opera solo ed esclusivamente dopo che la restituzione del bene ha avuto luogo (così Cass. n. 9161/02), circostanza esclusa nell’atto di proposizione della domanda riconvenzionale e sulla quale nulla è stato allegato dall’appellata in questa sede”.

Ha pertanto ritenuto l’inapplicabilità nella specie dell’art. 1526 c.c. per un profilo “diverso” da quello dedotto dall’allora appellante società Alba Leasing s.p.a..

Emerge a tale stregua per tabulas come la corte di merito abbia nel caso invero violato l’art. 112 c.p.c., ponendo a base dell’impugnata pronunzia una ratio decidendi invero non prospettata dalle parti, altresì in violazione dell’art. 101 c.p.c., comma 2, non avendo invitato le medesime a formulare le proprie rispettive osservazioni al riguardo.

Ha per altro verso del tutto apoditticamente e illogicamente ravvisato di non potere “in questa sede valutare se, nel caso concreto, sussista un indebito vantaggio in favore della società finanziaria che giustifichi la sostituzione della disciplina legale a quella contrattuale, e quindi il ricorso alla norma di cui all’art. 1526 c.c.”, in quanto il “bilanciamento delle posizioni contrattuali passa nel caso in esame attraverso una disciplina pattizia (contenuta nell’intero art. 21 e non solo nell’ultimo comma richiamato) di cui l’appellante non ha inteso richiamare l’applicazione in questo giudizio”, atteso che “esula dal potere di qualificazione della domanda concesso al giudice di merito il superare tale inequivoca scelta dell’appellante nonchè il dar luogo a una integrazione, peraltro solo parziale, della disciplina pattizia in assenza dei presupposti di fatto che la norma applicata richiede”.

In ragione dell’accoglimento p.q.r. nei suesposti termini del 1, del 2 e del 4 motivo, assorbiti gli altri motivi nonchè ogni altra questione e diverso profilo, s’impone pertanto la cassazione in relazione dell’impugnata sentenza, con rinvio alla Corte d’Appello di Milano, che in diversa composizione procederà a nuovo esame, facendo dei suindicati disattesi principi applicazione.

Il giudice del rinvio provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie p.q.r. il ricorso. Cassa in relazione l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello di Milano, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 20 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2019

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