Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25007 del 06/12/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2016, (ud. 28/09/2016, dep. 06/12/2016), n.25007

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14169/2014 proposto da:

ENTE AUTONOMO VOLTURNO S.R.L., (C.F. (OMISSIS)), quale società

incorporante la CIRCUMVESUVIANA, FERROVIA AUTOLINEE E FUNIVIA

S.R.L., in persona del Presidente e legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, rappresentata e difesa

dall’avvocato MARCELLO D’APONTE, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

S.D. ((OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

CAVOUR 221, presso lo studio dell’avvocato FABIO FABBRINI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato LEOPOLDO SPEDALIERE,

giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8146/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 12/2/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/9/2016 dal Consigliere Relatore Dott. CATERINA MAROTTA.

Fatto

FATTO E DIRITTO

1 – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.pc.., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex artt. 380 bis e 375 c.p.c., ritualmente comunicata:

“Il lavoratore attualmente intimato, dipendente della s.r.l. Circumvesuviana, Ferrovia, Autolinee e Funivia, azienda concessionaria del servizio di trasporto regionale, con mansioni di conducente di autobus addetto sia alla guida che al rilascio dei biglietti con incasso (agente unico), agiva per il riconoscimento del diritto alle differenze economiche per il mancato adeguamento della predetta indennità nel tempo e per avere svolto, nella medesima giornata lavorativa, il doppio turno di servizio nelle mansioni di agente unico. Il giudice di primo grado respingeva la domanda. La Corte territoriale, per quanto qui rileva, accoglieva parzialmente il gravame svolto dal lavoratore riconoscendo il diritto al preteso adeguamento (per ogni giornata di prestazione e non per ogni turno).

La controversia riguarda esclusivamente i criteri di calcolo di tale indennità: il datore di lavoro sostiene la correttezza del proprio comportamento alla stregua degli accordi in materia e della contrattazione collettiva nazionale che ne ha sancito il congelamento.

La tesi del lavoratore (fatta propria dalla Corte territoriale) ravvisa nelle fonti regionali, normative e deliberative, che hanno proposto il sistema dell’agente unico, il riferimento normativo dal quale evincere il sistema di contabilizzazione dell’emolumento del quale, con accordo aziendale del 18.11.1988, le OO.SS. e la Circumvesuviana avevano espressamente stabilito l’adeguamento a quanto previsto dalla normativa regionale secondo le date dalla stessa previste.

Avverso tale sentenza l’Ente Autonomo Volturno (E.A.V.) s.r.l. (società incorporante la s.r.l. Circumvesuviana, Ferrovia, Autolinee e Funivia), ha proposto ricorso per Cassazione, affidato ad un motivo.

Il lavoratore resiste con controricorso.

Occorre premettere, quanto alle censure che investono il capo della sentenza impugnata relativo all’adeguamento dell’indennità di agente unico, che l’articolato mezzo di impugnazione devolve, alla Corte, la denuncia di non corretta interpretazione delle norme di diritto applicabili alla fattispecie ed insufficiente e inadeguata motivazione su un punto decisivo della controversia.

Le censure, al di là dell’erroneo riferimento al thema decidendum che si assume costituito dall’accertamento del diritto alla sussistenza del diritto al riconoscimento dell’indennità relativa al “doppio turno” di servizio (invero esclusa dalla Corte partenopea che ha riconosciuto il diritto all’indennità in questione solo per ogni giornata di effettiva presenza e dunque non per ogni turno di lavoro), nella sostanza, attengono alla pretesa violazione ovvero falsa applicazione dei contratti o accordi collettivi di lavoro che, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, come modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2, è parificata, sul piano processuale, a quella delle norme di diritto.

Ciò comporta, in questa sede di legittimità, l’interpretazione delle relative clausole in base alle norme codicistiche di ermeneutica negoziale (artt. 1362 c.c. e segg.) come criterio interpretativo diretto e non come canone esterno di commisurazione dell’esattezza e della congruità della motivazione, senza più necessità, a pena di inammissibilità della doglianza, di una specifica indicazione delle norme asseritamente violate e dei principi in esse contenuti, nè del discostamento, da parte del giudice di merito, dai canoni legali assunti come violati o di una loro applicazione sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti. In tali termini si è, recentemente, espressa questa Corte, con la sentenza del 19 marzo 2014, n. 6335, il cui orientamento va condiviso e ribadito, in evidente discontinuità con il precedente insegnamento giurisprudenziale secondo cui l’interpretazione dei contratti collettivi di lavoro, in sede di legittimità, integrerebbe un’indagine di fatto riservata al giudice di merito, censurabile dinanzi alla Corte di cassazione nella sola ipotesi di motivazione inadeguata, ovvero di violazione dei canoni legali di interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 c.c. e segg., sicchè, per una corretta denuncia dei due profili, il ricorrente per cassazione dovrebbe fare esplicito riferimento alle regole legali di interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, precisando altresì in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai canoni legali assunti come violati o se lo stesso li abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti (Cass. 15 aprile 2013, n. 9054; Cass. 15 aprile 2013, n. 9070; Cass. 9 ottobre 2012, n. 17168).

Deve dunque ritenersi che, nel regime processuale speciale introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, applicabile ratione temporis, la denuncia di violazione o falsa applicazione dei contratti ed accordi collettivi nazionali accomuni questi alle fonti di diritto oggettivo, limitatamente al sindacato esperibile in sede di legittimità.

Il riferimento, nella norma del codice di rito, ai soli contratti ed accordi collettivi “nazionali”, esclude, dalla predetta assimilazione, gli atti di autonomia collettiva che non presentino tale requisito (Cass. n. 15923 del 2004, n. 19367 del 2007, n. 2625, n. 2742 e n. 3459 del 2010).

Tanto premesso, nel ricorso all’esame della Corte, richiamati, per relationem, i passaggi salienti della sentenza impugnata, vengono genericamente devoluti, dalla parte ricorrente, mezzi d’impugnazione affidati, in rubrica, a mera clausola di stile, evocative della generica “non corretta interpretazione delle norme di diritto applicabili alla fattispecie” (così in ricorso) senza che al compendio delle generiche censure facciano seguito le previsioni, negoziali collettive e normative, che si reputano disattese dalla Corte territoriale.

In altre parole, nella pur ampia illustrazione della complessa vicenda, non viene enunciato e chiarito il fondamento normativo e negoziale collettivo, nazionale o aziendale, disatteso dalla Corte territoriale nell’accogliere la domanda del lavoratore e che avrebbe, altresì, determinato il conseguente vizio motivazionale.

Ebbene, pur aderendo all’orientamento giurisprudenziale (Cass. n. 26091/2005) secondo cui l’indicazione delle norme che si assumono violate non si pone come requisito autonomo ed imprescindibile ai fini dell’ammissibilità della censura, occorre comunque tener presente che si tratta di un elemento richiesto al fine di identificare i limiti dell’impugnazione, ragion per cui la mancata indicazione delle disposizioni di legge o delle fonti negoziali collettive può comportare l’inammissibilità della doglianza qualora gli argomenti addotti, così come avviene nel caso di specie, operando una irrituale ed equivoca commistione tra fonti giuridiche diverse, non consentano di individuare quali siano, ad avviso della parte ricorrente, le norme, legali o pattizie, che si assumono violate.

Inoltre, è appena il caso di osservare che, come ha già avuto modo di statuire questa Corte, essendo il giudizio di cassazione un giudizio a critica vincolata, la tassatività e la specificità del motivo di censura esigono una precisa formulazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche di censura enucleate dal codice di rito (cfr., Cass. n. 18202/ 2008).

Secondo il condiviso orientamento di questa Corte, peraltro ribadito in precedenti specifici con riferimento a ricorsi proposti dalla medesima società (v., fra le altre, Cass. n. 21051/2014; Cass. n. 17360/2015; Cass. n. 17419/2015; Cass. n. 17946/2015; Cass. n. 18049/2015; Cass. n. 71/2016), il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, in quanto per denunciare un errore bisogna identificarlo e, quindi, fornirne la rappresentazione, l’esercizio del diritto di impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo.

In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4 (cfr., ex plurimis, Cass. n. 359/2005 e successive conformi).

Alla luce delle considerazioni che precedono si propone la declaratoria di inammissibilità del ricorso, con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5″.

2 – Non sono state depositate memorie ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

3 – Questa Corte ritiene che le osservazioni in fatto e le considerazioni e conclusioni in diritto svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla giurisprudenza di legittimità in materia e che ricorra con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., n. 5, per la definizione camerale del processo.

4 – In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile.

5 – Le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico della ricorrente e vengono liquidate come da dispositivo con attribuzione in favore degli avv.ti Leopoldo Spedaliere e Fabio Fabbrini per dichiarato anticipo fattone.

6 – Il ricorso è stato notificato in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

La suddetta condizione sussiste nella fattispecie in esame.

PQM

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso; condanna la società ricorrente al pagamento, in favore della controparte, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge e rimborso spese forfetario nella misura del 15% con attribuzione in favore degli avv.ti Leopoldo Spedaliere e Fabio Fabbrini, anticipatari.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 28 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA