Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25005 del 15/09/2021

Cassazione civile sez. VI, 15/09/2021, (ud. 09/03/2021, dep. 15/09/2021), n.25005

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L.C.G. – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18072-2019 proposto da:

B.M., B.V., elettivamente domiciliati in ROMA,

PIAZZA SALLUSTIO 9, presso lo studio dell’avvocato GIANFRANCO

PALERMO, rappresentati e difesi dall’avvocato FABIO FINETTI;

– ricorrenti –

contro

PROVINCIA DI SIENA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ADDA 55, presso lo studio

dell’avvocato MARCO SELVAGGI, rappresentata e difesa dall’avvocato

ALBERTO BIANCHI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1224/2018 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 30/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 09/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO

MARULLI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. B.M. e B.V. impugnano la sentenza in esergo con cui la Corte d’Appello di Firenze, adita dai medesimi a seguito dell’espropriazione da parte della Provincia di Siena di aree adibite a vigneto di loro proprietà site in agro di San Gimignano da destinarsi alla realizzazione di una strada di variante, ha proceduto a determinare le indennità spettanti agli ablati sulla scorta delle risultanze della CTU e ne reclamano la cassazione sulla base di cinque motivi di ricorso, illustrati pure con memoria, ai quali resiste con controricorso e memoria l’intimata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Il primo motivo di ricorso, inteso a denunciare la nullità dell’impugnata sentenza per non aver la Corte d’Appello provveduto a rinnovare la CTU disposta ai fini della determinazione delle indennità nella specie dovute e per averne condiviso le risultanze, è infondato. Fermo che nella specie il decidente ha ritenuto “che la ridetetininazione dell’indennità effettuata dal c.t.u. appare immune da vizi logici ed essendo conforme al criterio normativo applicabile a seguito della sentenza della Corte Cost. n. 181/2011, deve essere recepita e applicata al caso concreto”, va qui ribadito il principio che il rinnovo della CTU rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito, sicché non è censurabile in sede di legittimità il provvedimento di rigetto che il decidente investito della relativa istanza di parte pronunci (Cass., Sez. III, 29/09/2017, n. 22799), tanto più, se come visto qui, “quando dal complesso delle ragioni svolte in sentenza, in base ad elementi di convincimento tratti dalle risultanze probatorie già acquisite e valutate con un giudizio immune da vizi logici e giuridici, risulti l’irrilevanza o la superfluità dell’indagine richiesta, non sussistendo la necessità, ai fini della completezza della motivazione, che il giudice dia conto delle contrarie motivazioni dei consulenti di fiducia che, anche se non espressamente confutate, si hanno per disattese perché incompatibili con le argomentazioni poste a base della motivazione” (Cass., Sez. II, 20/08/2019 n. 21525).

3. Il secondo motivo di ricorso, inteso a denunciare la violazione del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 40, perché le indennità reclamate sarebbero state liquidate facendo applicazione dei V.A.M. malgrado la conclamata incostituzionalità di detto criterio, è infondato.

La Corte d’Appello, recependo le risultanze della CTU, ha invero motivato la liquidazione delle indennità dovute per le aree oggetto di esproprio in piana applicazione del criterio costituito dal valore di mercato, osservando quanto ai terreni adibiti alla coltivazione di vigneti D.O.C. che il valore dei medesimi era stato determinato in base ai valori risultanti dalla negoziazione di terreni simili evidenzianti rispetto ai V.A.M. una lievitazione in ragione del 60% e, quanto ai terreni adibiti alla coltivazione dell’uvaggio D.O.C.G. ((OMISSIS)), che il valore stimato dalla Provincia e fatto proprio dal CTU, era stato giudicato “sostanzialmente corretto” da B.M., non rinvenendosi, peraltro, discordi elementi di giudizio per accogliere il diverso valore indicato il Ctp.

Ne discende perciò che la stima operata nella specie dal giudice territoriale rispecchia il criterio asseritamente violato e che l’occasionale richiamo operato dalla relazione di CTU ai V.A.M. è stato utilizzato, ove possibile, solo quale parametro di riferimento onde determinare nel concorso di altri indici l’effettivo valore di mercato dei beni ablati.

4. Il terzo motivo di ricorso, inteso a denunciare la violazione del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 33, perché l’indennità per l’espropriazione parziale era stata liquidata ritenendo legittimo il criterio di stima “per sommatoria” impiegato dal CTU e senza considerare il pregiudizio cagionato alle particelle non frazionate sebbene rimaste isolate dal compendio, è infondato.

Quanto alla prima obiezione, va invero ribadito il precetto che, poiché la speciale indennità prevista in caso di esproprio parziale è volta a garantire che l’indennità di espropriazione riguardi l’intera diminuzione patrimoniale subita dal soggetto passivo del provvedimento ablativo e, quindi, anche il deprezzamento subito dalle parti residue del bene espropriato, “tale risultato può essere conseguito detraendo dal valore venale che l’intero cespite aveva prima dell’esproprio il valore successivamente attribuibile alla parte residua (non espropriata), oppure accertando e calcolando detta diminuzione di valore, anziché attraverso tale comparazione diretta, mediante il computo delle singole perdite, ovvero aggiungendo al valore dell’area espropriata quello delle spese e degli oneri che, incidendo sulla parte residua, ne riducono il valore” (Cass., Sez. I, 18/11/2011, n. 24304), onde non va soggetto a censura il criterio a cui si è attenuto la CTU.

Quanto alla seconda obiezione, occorre ricordare, a tacitazione delle riserve che essa si mostra in grado di sorreggere rispetto all’impugnata decisione che rettamente ha circoscritto l’indennità ai soli fondi frazionati, che “la diminuzione di valore subita dalla parte residua del fondo è indennizzabile solo quando sussista un rapporto immediato e diretto tra la parziale ablazione e il danno, non anche allorché il deprezzamento sia dovuto a limitazioni legali della proprietà o a vincoli che non colpiscono in modo specifico e differenziato la porzione residua del fondo, risolvendosi in obblighi o limitazioni di carattere generale che gravano, indipendentemente dall’intervento ablatorio, su tutti i beni che si trovino in una certa posizione di vicinanza rispetto all’opera pubblica realizzata o da realizzare” (Cass., Sez. I, 7/12/2011, n. 26357), risultando per conseguenza esclusi i fondi che non sono oggetto di ablazione.

5. Il quarto motivo di ricorso, inteso a denunciare l’omesso esame di un fatto decisivo sotto il profilo delle circostanze idonee a legittimare l’estensione della pretesa anche ai fondi non frazionati, oltre che inammissibile, non costituendo esso un fatto decisivo in senso cassatorio secondo la lettura nomofilattica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, resta assorbito dall’infondatezza del terzo motivo di ricorso.

6. Il quinto motivo di ricorso, inteso a denunciare il vizio di motivazione omessa in relazione alla triplicazione dell’indennità dovuta a mente dell’art. 45 anche quando la cessione volontaria non possa aver luogo per l’irrisorietà della somma offerta in via bonaria, è infondato, quantunque si debba correggere a mente dell’art. 384 c.p.c., comma 4, la motivazione adottata dal decidente di merito – nel senso che la triplicazione è dovuta solo in caso di perfezionamento della cessione – dovendo considerarsi il beneficio in parola implicitamente abrogato per incompatibilità con il nuovo assetto normativo derivante dalla sentenza della Corte costituzionale del 10 giugno 2011, n. 181 (Cass., Sez. I, 7/09/2020, n. 18578).

7. In conclusione il ricorso va rigettato.

8. Spese alla soccombenza e doppio contributo ove dovuto.

P.Q.M.

Respinge il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in favore di parte resistente in Euro 5100,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, ove dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-I sezione civile, il 9 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2021

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