Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24987 del 06/12/2016


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Cassazione civile sez. lav., 06/12/2016, (ud. 05/10/2016, dep. 06/12/2016), n.24987

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ANTONIO Enrica – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20383-2011 proposto da:

CORTUCCI GENNARO, C.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

LUNGOTEVERE DELLA VITTORIA 10/B, presso lo studio dell’avvocato

ALESSANDRO PRUDENZANO, rappresentato e difeso dagli avvocati ANTONIO

MARRA DE SCISCIOLO, FRANCO D’ACUNTO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

– INTESA SANPAOLO S.P.A., GIA’ SAN PAOLO IMI S.P.A. in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA BARBERINI N.47, presso lo studio dell’avvocato ANGELO

PANDOLFO, che la rappresenta e difende giusta delega in atti;

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE C.F.

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli

avvocati ALESSANDRO RICCIO, SERGIO PREDEN, ANTONELLA PATTERI,

GIUSEPPINA GIANNICO, LUIGI CALIULO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3139/2010 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 27/07/2010 r.g.n. 4086/007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/10/2016 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA;

udito l’Avvocato D’ACUNTO FRANCO;

udito l’Avvocato PANDOLFO ANGELO;

udito l’Avvocato PREDEN SERGIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO cARMELO, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Tribunale di Napoli del 21.6.2005 CORTUCCI GENNARO, già dipendente del Banco di Napoli fino al 12.2.1989, titolare di pensione a carico dell’INPS e di supplemento della pensione INPS (nonchè di pensione erogata da ente diverso dall’INPS), chiedeva al giudice del lavoro di accertare la infondatezza e la tardività della pretesa dell’INPS di ripetere,

sull’ assunto della incumulabilità del trattamento pensionistico percepito con il reddito da lavoro dipendente, gli importi della pensione liquidati nel periodo di svolgimento di un nuovo rapporto di lavoro dipendente (da giugno 1994 a luglio 1999 per complessivi Euro 358.845,30). Chiedeva accertarsi il suo diritto a cumulare la pensione con la retribuzione e condannarsi l’INPS a pagare gli arretrati del supplemento di pensione, trattenuti a titolo di compensazione parziale con l’asserito indebito.

In via progressivamente gradata chiedeva accertarsi, nell’ordine:

– che era tenuta alla restituzione la società SAN PAOLO IMI spa, subentrata al Banco di Napoli.

-che egli aveva diritto a fruire del condono ex lege n. 289 del 2002, con obbligo dell’INPS di restituire le somme trattenute in eccesso rispetto a quanto dovuto per condono.

– che l’INPS e/o il Banco di Napoli erano responsabili per il danno subito, con condanna degli stessi enti alla rifusione dell’importo che egli era stato chiamato a restituire e contestuale compensazione.

Il Tribunale accoglieva la domanda, riconoscendo il diritto di parte ricorrente al cumulo del trattamento pensionistico con la retribuzione da lavoro dipendente (sentenza del 5.2.2007).

La Corte d’appello di Napoli, con sentenza del 16.4- 27.7.2010 (nr. 3139/2010), accoglieva l’appello dell’INPS, respingeva l’appello incidentale condizionato proposto dal C. e per l’effetto rigettava tutte le domande proposte con il ricorso introduttivo del giudizio.

Osservava che al trattamento pensionistico goduto dal C. si applicava il divieto di cumulo tra pensione e reddito da lavoro dipendente sancito dalla L. n. 153 del 1969, art. 22 in quanto la norma era stata estesa ai dipendenti dello Stato dal D.L. n. 17 del 1983, art. 7 e per questa via anche ai dipendenti del Banco di Napoli.

Ed infatti:

– il D.L. n. 17 del 1983, art. 10, comma 7 trovava applicazione a tutto il personale statale che presentasse domanda di pensionamento anticipato a decorrere dalla entrata in vigore della stessa legge; il pensionamento anticipato comprendeva anche le pensioni di anzianità.

– la L. n. 486 del 1895, art. 11 dell’allegato T all’art. 39 aveva previsto che le pensioni dei dipendenti del Banco di Napoli fossero regolate dalle diposizioni vigenti per gli impiegati dello Stato; l’art. 100 del regolamento interno del Banco di Napoli richiamava tale previsione, salvo diverse disposizioni dello stesso regolamento, nella specie insussistenti.

Il C. dunque non poteva cumulare la pensione di anzianità con il reddito da lavoro dipendente e ciò indipendentemente da quanto successivamente disposto dalla riforma dell’anno 1990 (L. 218/1990 e 357/1990) giacchè anche ante riforma non poteva vantare il diritto al cumulo.

Il preteso diritto non poteva trovare fondamento neppure nella circolare del Banco di Napoli indicata in ricorso (del 9.1.1997), che non poteva incidere su una disposizione cogente di legge.

In ordine all’appello incidentale del C., era infondata la pretesa, fondata sul D.Lgs. n. 357 del 1990, artt. 3 e 4 di porre a carico del Banco di Napoli (poi San Paolo IMI spa) gli obblighi di pagare la quota di pensione conseguente al divieto di cumulo e di restituire all’INPS quanto dall’ente richiesto.

Il D.Lgs. n. 357 del 1990, che aveva stabilito la iscrizione alla Assicurazione Generale Obbligatoria (AGO) dei dipendenti degli Istituti pubblici creditizi a decorrere all’1 gennaio 1991, all’art. 4 disponeva per i pensionati al 31.12.1990 la salvezza del trattamento previdenziale complessivo di miglior favore – con integrazione di quanto erogato dall’INPS da parte degli istituti di credito – soltanto se e nella misura in cui il trattamento migliorativo in godimento fosse effettivamente dovuto.

Sotto altro profilo il C. lamentava che la tardiva contestazione del divieto di cumulo da parte dell’INPS e di San Paolo IMI spa non gli aveva consentito di accedere al condono previdenziale ex lege n. 289 del 2002; anche tale pretesa era infondata giacchè non risultava che il C. avesse comunicato all’INPS ovvero al banco di Napoli la sua attività di lavoro dipendente: la mancanza di comunicazione e la complessità della normativa giustificavano il silenzio degli enti.

In ogni caso il divieto di cumulo era evidenziato nel modello di liquidazione (TE 10/2) inviato dall’INPS al C. in data 20.3.2000.

Il C., poi, non aveva dimostrato in alcun modo che egli avrebbe avuto diritto di accedere al condono, non avendo allegato gli elementi concreti che fondavano tale diritto.

Per la Cassazione della sentenza ricorre C. GENNARO, articolando sei motivi. Resistono con controricorso INTESA SAN PAOLO spa (già SAN PAOLO IMI spa) e l’INPS. Il ricorrente ed INTESA SAN PAOLO spa hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il primo, il secondo ed il terzo motivo del ricorso attengono alla statuizione di accoglimento dell’appello proposto dall’INPS.

1. Con il primo motivo il ricorrente ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5 – violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 163, 277, 345, 346, 416 e 434 c.p.c..

Ha esposto che l’appellante INPS non aveva eccepito nè in primo grado nè con il ricorso in appello la inapplicabilità del precedente regime di cumulo tra pensione e reddito da lavoro dipendente (D.P.R. n. 1092 del 1973, ex art. 130) in quanto abrogato dal D.L. n. 17 del 1983, art. 10, comma 7 limitandosi a sostenere che il divieto di cumulo derivava dal passaggio dei dipendenti degli enti pubblici creditizi all’AGO a seguito della Legge Delega n. 218 del 1990 e del D.Lgs. n. 357 del 1990.

La eccezione era stata opposta soltanto da Intesa San paolo spa che, tuttavia, non aveva proposto appello ma si era limitata a costituirsi nel giudizio di appello.

Il motivo è infondato.

La censura si fonda sulla disciplina relativa alla proponibilità delle eccezioni nel grado di appello; nella fattispecie si tratta invece di individuare la disciplina giuridica regolatrice dei fatti di causa nell’ esercizio della funzione di applicazione delle norme riservata esclusivamente all’autorità giudiziaria e come tale indipendente dalla iniziativa delle parti.

Impropriamente sono dunque evocate nel motivo preclusioni che concernono la introduzione nel processo dei fatti modificativi ed estintivi del diritto azionato (id est: eccezioni) e non anche la applicazione delle norme giuridiche.

2. Con il secondo motivo il ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5:

violazione e falsa applicazione degli articoli:

art. 11, dell’allegato T alla L. n. 486 del 1895, art. 39;

D.P.R. n. 1092 del 1973, art. 130;

D.L. n. 17 del 1983, art. 10, u.c.;

art. 1175 c.c., art. 1362 c.c. e segg., con riferimento alla disciplina del regolamento per il personale del Banco di Napoli e sue integrazioni;

artt. 115 e 116 c.p.c. nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione.

La parte ha censurato la applicazione da parte della Corte di merito del D.L. n. 17 del 1983, art. 10, comma 7.

Ha rilevato che l’ambito soggettivo di applicazione della suddetta disposizione anti-cumulo riguardava coloro che fruivano di pensionamenti anticipati in applicazione delle disposizioni dello stesso art. 10; ha assunto trattarsi, in concreto, delle pensioni anticipate attribuite ai sensi del D.P.R. n. 1092 del 1973, art. 42, comma 3 (ovvero alle dipendenti dimissionarie coniugate con prole a carico), in quanto richiamate dal precedente comma 5 della norma. Deponeva in tal senso – oltre al tenore letterale – anche la ratio della specifica ipotesi di pensione anticipata, finalizzata a consentire alla donna di occuparsi della famiglia.

Sotto altro profilo il ricorrente ha affermato che era comunque infondata la conclusione che il divieto di cumulo di cui al D.L. n. 17 del 1983, art. 10 relativo al personale avente diritto alla indennità integrativa speciale, si applicasse oltre che ai dipendenti statali anche ai pensionati del Banco di Napoli, giacchè la disciplina privatistica del Regolamento per il personale e dei contratti collettivi di lavoro non prevedeva per i dipendenti del Banco di Napoli la indennità integrativa speciale (ma esclusivamente la indennità di scala mobile).

Da ultimo il ricorrente ha censurato la interpretazione da parte del giudice dell’appello dell’art. 11 allegato T alla L. n. 468 del 1895, art. 39.

Ha assunto che il T.U. n. 1092 del 1973, art. 130 che attribuiva ai dipendenti statali la possibilità di cumulo della pensione con la retribuzione da lavoro dipendente era entrato a far parte del regime aziendale, in quanto richiamato dall’art. 100 del regolamento per il personale del Banco di Napoli: il diritto di cumulo poteva successivamente essere abrogato da una previsione del regolamento aziendale o del contratto collettivo ovvero da una specifica norma di legge.

La abrogazione era stata specificamente prevista soltanto dal D.Lgs. n. 503 del 1992 (artt. 9 e 10), con effetti limitati tuttavia ai soli pensionamenti successivi al 31.12.1993.

In subordine il ricorrente ha lamentato l’omesso esame da parte del giudice dell’appello del comportamento negoziale del Banco di Napoli, che confermava e radicava il diritto al cumulo, come allegato sin dal ricorso introduttivo del giudizio (con articolazione dei relativi mezzi istruttori e produzione dei documenti).

Il Tribunale aveva ritenuto la esistenza di una prassi aziendale di cumulabilità tra pensione e retribuzione mentre la Corte d’appello si era limitata ad escludere la rilevanza della circolare del Banco di Napoli (rectius: lettera interna) citata in ricorso (nr. 845/1997) senza considerare che essa era stata riportata non quale fonte del diritto ma quale elemento di prova dell’ assetto negoziale del regime pensionistico anteriore al 31.12.1990, che teneva ferma la cumulabilità anche per scelta negoziale o prassi normativa.

Il motivo è infondato.

La questione di diritto sottoposta con il motivo è stata già affrontata dalla giurisprudenza di questa Corte (Cassazione civile, sez. lav., 11/12/2002, n. 17655) che ha operato una ricognizione delle norme cui va data continuità.

Giova premettere che la L. 8 agosto 1895, n. 486, art. 39 richiamava come parte integrante della legge medesima l’allegato T, contenente disposizioni riguardanti i due Banchi di Napoli e di Sicilia; tale Allegato, all’art. 11, primo comma, prevedeva espressamente che le pensioni fossero regolate dalle disposizioni vigenti per gli impiegati dello Stato.

Il disposto del citato art. 11 subiva un ridimensionamento per effetto della privatizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti dei due Banchi – e della relativa normativa – in conseguenza dell’acquisito carattere da parte degli stessi di enti pubblici economici.

Come affermato in plurime pronunzie di questa Corte (Cass. 16 maggio 1996 n. 4543, Cass. 7 aprile 1992 n. 4219, Cass. 11 aprile 1987 n. 3653), per effetto della privatizzazione del rapporto di lavoro al rinvio alla normativa sulle pensioni degli statali (di cui al citato art. 11) restava assegnata una duplice funzione:

– di garanzia del minimo, nel senso che il trattamento pensionistico attribuito ai dipendenti delle due banche non poteva essere inferiore a quello dei dipendenti statali;

– di supplenza ed integrazione della disciplina regolamentare interna dei due Istituti.

La sentenza impugnata ha accertato, con statuizione non investita dagli attuali motivi di ricorso, che l’art. 100 del regolamento del Banco di Napoli richiamava e reiterava la disposizione dell’art. 11, all. T L. n. 486 del 1895 e che nessuna norma dello stesso regolamento disciplinava la ipotesi di cumulo tra il trattamento pensionistico ed il reddito da lavoro.

Correttamente pertanto il giudice dell’appello,in applicazione dei principi sopra esposti, ha affermato che la disciplina applicabile ai dipendenti del Banco di Napoli era esattamente quella del personale statale, nella specie in funzione suppletiva della disciplina contrattuale.

L’assunto del ricorrente secondo cui la disposizione sul cumulo del TU del pubblico impiego n. 1092 del 1973, art. 130 restava in vigore per i pensionati del Banco di Napoli, è fondato sulla ritenuta “contrattualizzazione” del diritto di cumulo derivante dal richiamo alla disciplina prevista per il personale statale contenuto nell’art. 100 del regolamento del Banco di Napoli; il rinvio viene dunque inteso dalla parte come rinvio statico (materiale o recettizio). Tale assunto non è condivisibile.

Il rinvio dell’art. 100 del regolamento del Banco di Napoli alle disposizioni vigenti per gli impiegati dello Stato, in conformità all’art. 11, comma 1 allegato T alla L. n. 486 del 1895, non è ad una disciplina determinata, esistente ad un dato momento storico, ma ad una fonte di produzione del diritto (le norme del pubblico impiego); trattasi dunque di un rinvio dinamico (formale o non recettizio), con l’effetto di dare rilevanza a tutte le norme prodotte dalla fonte richiamata ed a tutte le modifiche intervenute ratione temporis.

E’ pertanto infondata la pretesa del ricorrente di fondare il diritto di cumulo sulla estensione ai dipendenti del Banco di Napoli di una norma del TU sul personale dello Stato (D.P.R. n. 1092 del 1973, art. 130) e di escludere, invece, la applicazione della disciplina statale sopravvenuta di cui al D.L. 29 gennaio 1983, n. 17, art. 10, u.c..

A tenore della anzidetta disposizione:

“Ai soggetti che fruiscono di pensionamenti anticipati in applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo si applicano le norme sui divieti di cumulo previsti dalla L. 30 aprile 1969, n. 153, art. 22” (e quindi il divieto di cumulo di pensione e retribuzione percepita in costanza di rapporto di lavoro alle dipendenze di terzi).

La parte ricorrente sostiene che i soggetti “che fruiscono di pensionamenti anticipati in applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo” sono unicamente le dipendenti dimissionarie coniugate con prole a carico, poichè l’art. 10 prevede questi pensionamenti anticipati – al precedente comma 5 (pensionamento anticipato ai sensi del D.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092, art. 42, comma 3) – e non ne disciplina altri.

Questa Corte nel precedente citato (sez. lav., 11/12/2002, n. 17655) ha già chiarito che il riferimento dell’u.c. è relativo non già ad una speciale categoria di pensionati ma a tutto il personale destinatario del D.L. n. 17 del 1983, art. 10 e cioè al personale avente diritto all’indennità integrativa speciale che abbia presentato domanda di pensionamento a partire dalla data di entrata in vigore dello stesso decreto legge.

Tale interpretazione deve essere in questa sede ribadita.

Il riferimento ai pensionamenti anticipati “in applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo” contenuto nel citato art. 10, comma 7 è relativo – per quanto emerge dalla generalità del richiamo – a tutto il personale individuato al precedente comma 1; del resto il particolare pensionamento anticipato richiamato al comma cinque della norma (ovvero il pensionamento D.P.R. n. 1092 del 1973, ex art. 42, comma 3) non deriva dalla “applicazione delle disposizioni” dello stesso art. 10, che si limita a differirne la decorrenza.

Anche la giurisprudenza costituzionale, chiamata a verificare la compatibilità della disposizione del D.L. n. 17 del 1983, art. 10, u.c. con le norme degli artt. 3 e 36 Cost., ha preso le mosse dalla interpretazione qui condivisa (Corte Cost. 20/12/1994, n. 433).

Tra i pensionamenti anticipati, poi, rientra la pensione d’anzianità fino all’attivazione della pensione di vecchiaia, alla quale la pensione di anzianità è equiparata quando il suo titolare compie l’età stabilita per il pensionamento di vecchiaia.

Così delineata la disciplina dei pensionamenti pubblici, resta da aggiungere che la stessa si applicava ai dipendenti del Banco di Napoli in ragione del rinvio dinamico alla disciplina pensionistica del pubblico impiego contenuto nell’art. 100 del Regolamento per il personale, non rilevando invece il fatto che il personale del Banco di Napoli non percepisse (diversamente dai dipendenti pubblici) la indennità integrativa speciale.

Da ultimo, parte ricorrente invoca quale fonte del proprio diritto di cumulo la condotta del Banco di Napoli, che avrebbe continuato a ritenere cumulabile la pensione e la retribuzione da lavoro dipendente anche dopo la entrata in vigore del D.L. n. 17 del 1983 ed almeno fino alla entrata in vigore del D.Lgs. n. 503 del 1992; censura la sentenza per non avere correttamente esaminato i documenti e non avere ammesso i mezzi istruttori diretti a provare tale condotta, avente rilevanza come fonte negoziale del diritto al cumulo o prassi aziendale.

Il vizio così dedotto investe la ricostruzione di un fatto – ovvero la volontà negoziale del Banco di Napoli – ed è stato denunziato in questa sede tanto come vizio di violazione delle norme di interpretazione degli atti negoziali che come vizio della motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5. Il motivo è infondato.

La sentenza ha affermato la irrilevanza della circolare del Banco di Napoli in data 9.1.1997 (rectius: nota interna ndr) – prodotta dal ricorrente e citata nel ricorso introduttivo – giacchè “la previsione contenuta nella circolare citata non può in alcun modo scalfire quanto disposto da una disposizione cogente di legge”.

Tale interpretazione non è affetta dal vizio di violazione degli artt. 1362 c.c. e segg..

Il documento (nota interna dell’ufficio legale lavoro del 9.1.1997 richiamata nel ricorso e prodotta come documento 2) non può essere invocato, come pretende il ricorrente, come ricognizione della volontà negoziale del Banco di Napoli di concedere – quanto al cumulo – un trattamento aziendale migliorativo di quello vigente per l’impiego pubblico.

La nota non contiene alcun riferimento ad una volontà negoziale del Banco di Napoli ma offre una interpretazione della legge sul divieto di cumulo e sul momento storico della sua applicabilità ai dipendenti del Banco di Napoli.

Correttamente dunque la Corte di merito ha ritenuto che la interpretazione adottata (per quanto sopra si è detto erronea) non potesse incidere sulla effettiva portata delle norme di legge.

Per le stesse ragioni neppure sussiste il vizio della motivazione per la mancata ammissione dei mezzi istruttori tendenti a dimostrare una supposta volontà negoziale.

Il capitolo di prova articolato (per interrogatorio formale e prova testi) è privo di decisività, giacchè, anche in caso di esito favorevole della assunzione, resterebbe insuperato il difetto di prova di una volontà negoziale del Banco di Napoli di riconoscere il cumulo rispetto alla ben più plausibile alternativa, alla luce della complessità del quadro legislativo (pure richiamata in sentenza), dell’errore di interpretazione della disciplina legale.

3. Con il terzo motivo il ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – violazione e falsa interpretazione degli articoli:

L. n. 218 del 1990, art. 3;

D.Lgs. n. 357 del 1990, artt. 1, 2, 3, 4 e 5;

L. n. 421 del 1992, artt. 2, 3, 4 e 5;

D.Lgs. n. 503 del 1992, art. 3, comma 1, lett. m) – lett. p), artt. 9 e 10;

nonchè omessa, insufficiente, erronea, motivazione su un punto decisivo della controversia.

La censura investe la tesi difensiva dell’INPS secondo cui il divieto di cumulo tra pensione e retribuzione da lavoro dipendente derivava – anche per le pensioni in essere – dalle disposizioni del D.Lgs. n. 357 del 1990, con decorrenza dall’1. gennaio 1991, come conseguenza del passaggio dal regime aziendale al regime generale della Assicurazione Generale Obbligatoria- AGO.

Il motivo è inammissibile.

Il ricorso per cassazione è infatti un mezzo di impugnazione a critica vincolata, il cui oggetto è limitato, da un lato, dalle precise statuizioni della sentenza, dall’altro dagli specifici motivi di impugnazione. Da ciò consegue la inammissibilità di ogni censura che si fondi su statuizioni non rinvenibili nella decisione.

La Corte d’appello ha fondato la sua decisione di incumulabilità della pensione con il reddito da lavoro dipendente sulla applicazione del D.L. n. 17 del 1983, art. 10, comma 7 sicchè la censura non investe la sentenza ma piuttosto una tesi difensiva dell’INPS che non ha trovato spazio nella decisione.

Il quarto, quinto e sesto motivo del ricorso attengono alle statuizioni di rigetto dell’appello incidentale condizionato proposto dal C.

4. Con il quarto motivo il ricorrente ha dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione degli articoli:

L. n. 218 del 1990, art. 3;

D.Lgs. n. 357 del 1990, artt. 3, 4 e 6;

L. n. 412 del 1992, art. 3, lett. m) e p);

D.Lgs. n. 503 del 1992, artt. 9 e 10;

art. 100 c.p.c.;

nonchè omessa,insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

Il motivo investe la statuizione di rigetto della domanda subordinata del C., diretta a porre l’onere della intera pensione a carico del Banco di Napoli.

Sostiene parte ricorrente che l’assoggettamento alla disciplina generale AGO disposto dal D.Lgs. n. 357 del 1990 riguardava soltanto i pensionamenti successivi al 31.12.1990 mentre le pensioni già esistenti restavano pensioni aziendali del Banco di Napoli.

Da tale ricostruzione derivava:

il diritto del ricorrente a ricevere comunque dal Banco di Napoli l’intero importo della pensione;

– la assenza di rapporti diretti tra il pensionato e l’INPS; l’Istituto previdenziale avrebbe dovuto agire verso il Banco di Napoli per recuperare le quote che riteneva poste indebitamente a conguaglio dei contributi.

Il motivo è infondato.

Ai fini dell’esame della censura occorre una preliminare ricognizione della disciplina pensionistica conseguente alla c.d. privatizzazione degli istituti di credito di diritto pubblico, attuata con Legge Delega 30 luglio 1990, n. 218 e D.Lgs. 20 novembre 1990, n. 357.

L’art. 1, comma 1 D.Lgs. citato disponeva la iscrizione dei dipendenti degli stessi istituti di credito nella gestione speciale contestualmente istituita presso la assicurazione generale obbligatoria dell’INPS, con decorrenza dal gennaio 1991.

Tra tutti gli enti creditizi il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia erogavano in precedenza una pensione esclusiva dell’AGO e dunque il trattamento pensionistico veniva corrisposto direttamente dagli enti datori di lavoro, come retribuzione differita; la previdenza presso le altre banche di diritto pubblico era esonerativa dall’AGO ed il trattamento pensionistico era corrisposto da appositi Fondi o Casse di previdenza creati dai datori di lavoro.

Il D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 3 relativo al regime pensionistico dei soggetti pensionati al 31.12.1990, prevedeva che la gestione speciale dell’ INPS assumesse a proprio carico una quota del trattamento pensionistico.

Il successivo art. 4 garantiva la conservazione ai pensionati del trattamento complessivo di miglior favore risultante dalle disposizioni dei regimi soppressi; la differenza rispetto alla pensione o quota di pensione a carico della gestione speciale INPS veniva posta a carico:

– dei fondi o casse precedenti (regimi esonerativi), che così si trasformavano in fondi integrativi dell’AGO (art. 5, comma 2);

– ovvero direttamente dei datori di lavoro (regimi esclusivi).

Così delineato il quadro normativo, appare infondata la tesi di parte ricorrente secondo cui il rapporto pensionistico continuava ad intercorrere tra il pensionato ed il Banco di Napoli anche dopo il 31.12.1990, in assenza di rapporti tra il pensionato e l’INPS.

Il D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 1 è testuale nel prevedere la iscrizione alla assicurazione generale obbligatoria anche per i titolari di trattamenti pensionistici al 31.12.1990; il successivo art. 5, poi, dispone la soppressione dei regimi pensionistici esclusivi del Banco di Napoli e del banco di Sicilia nonchè di quelli esonerativi (salvi gli effetti di garanzia sopra esposti).

Il preteso difetto di legittimazione passiva non può trovare neppure fondamento nella previsione del D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 6 rubricato “Convenzioni con l’INPS per l’erogazione diretta e complessiva della pensione da parte del datore di lavoro”; come è chiaro dalla stessa rubrica e dal tenore della disposizione, la norma si limitava a prevedere la stipula di convenzioni tra l’INPS e gli enti creditizi per il pagamento da parte di questi ultimi dell’intero importo della pensione (quota AGO ed integrazione), con successivo conguaglio fra le somme erogate per conto dell’INPS ed i contributi dovuti.

Gli enti creditizi in forza della convenzione agivano dunque come “adiectus solutionis causa”, secondo un meccanismo già noto per altre prestazioni previdenziali (si pensi alla indennità di malattia) ma ciò non toglie che il rapporto obbligatorio pensionistico intercorreva (per la quota a carico dell’AGO) tra l’INPS ed il pensionato.

Correttamente pertanto la sentenza impugnata ha da un lato affermato che il datore di lavoro aveva la mera funzione di erogare il trattamento pensionistico a carico dell’INPS e dall’altro che non trovava alcun riscontro normativo la pretesa del C. di porre a carico della San Paolo Imi spa le quote di pensione che non gli spettavano; il D.Lgs. n. 357 del 1990 non poteva certo costituire il titolo per un aumento dell’importo della pensione dovuto al 31.12.1990.

5. Con il quinto motivo la parte ricorrente ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., art. 1227 c.c. nonchè omessa insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

Le censure sono relative al rigetto della domanda, ulteriormente subordinata, di risarcimento del danno proposta dal pensionato nei confronti di INPS e di San Paolo Imi spa in ragione della mancanza di una tempestiva contestazione del divieto di cumulo, in quanto nelle more veniva a scadere il termine per presentare domanda di condono ex lege n. 289 del 2002.

Il ricorrente ha esposto che la Corte territoriale aveva motivato la statuizione di rigetto della pretesa risarcitoria su due circostanze di fatto:

– La mancata comunicazione da parte del pensionato dell’inizio della attività lavorativa dipendente;

La comunicazione da parte dell’INPS al pensionato del divieto di cumulo tra pensione e retribuzione da lavoro dipendente nel modello TE 10/2 inviato il 20.3.2000.

Sul primo punto il ricorrente ha evidenziato che il rapporto di lavoro era iniziato nel febbraio 1989 allorquando, cioè, non vi era divieto di cumulo e che il nuovo rapporto di lavoro, con altra banca, era stato comunicato al banco di Napoli, come risultava dal documento 14 della produzione del primo grado (delibere del comitato esecutivo del Banco di Napoli del 7.5. e 4.6.1991).

Quanto al secondo aspetto, il ricorrente ha esposto che alla data del 20.3.2000 il rapporto di lavoro dipendente era ormai cessato (essendo intercorso fino al luglio 1999) sicchè la comunicazione dell’INPS restava del tutto irrilevante.

Da ultimo, il ricorrente ha censurato la motivazione della sentenza nella parte in cui giustificava la condotta omissiva dell’INPS e del Banco di Napoli in ragione della notevole complessità della normativa, deducendo la irragionevolezza della statuizione.

Il motivo è infondato.

I fatti dei quali si lamenta il mancato esame in sentenza (delibere del comitato esecutivo) o l’insufficiente esame (comunicazione INPS del 20.3.2000) appaiono privi di decisività.

Deve muoversi dal rilievo che ai sensi del D.P.R. n. 488 del 1968, art. 21 (richiamato dalla L. n. 153 del 1969, art. 22) è il lavoratore il soggetto tenuto a dichiarare per iscritto al (nuovo) datore di lavoro la propria qualità di pensionato affinchè questi provveda a detrarre dalla retribuzione una somma pari all’importo della pensione o della quota di essa non dovuti ed a versarla all’Istituto nazionale della previdenza sociale.

Tale obbligo sussisteva per il pensionato sin dal febbraio 1989, per quanto sin qui osservato.

Il fatto non esaminato dal giudice del merito (la conoscenza del nuovo rapporto di lavoro da parte del banco di Napoli) appare dunque irrilevante.

In punto di diritto, poi, la pretesa responsabilità dell’INPS e di SAN PAOLO IMI spa non potrebbe trovare altro fondamento che nella violazione dell’obbligo generale di buona fede e correttezza.

Nella fattispecie di causa la complessità della normativa è tale che il ritardo nella trasmissione delle relative informazioni al pensionato non può ritenersi contrario ai precetti generali di condotta; infondatamente la parte ricorrente assume la illogicità della motivazione giacchè le conseguenze delle reciproche omissioni non sono andate soltanto a danno del pensionato, come si lamenta in ricorso ma anche a danno dell’INPS, posto che il recupero veniva effettuato per i soli ratei erogati dal giugno 1994 – pur essendo iniziato il rapporto di lavoro dipendente nel febbraio 1989 – ovvero nell’ambito del decennio rispetto alla domanda di ripetizione non coperto da prescrizione.

6. Con il sesto motivo la parte ricorrente ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – violazione e falsa applicazione della L. n. 289 del 2002, art. 44, comma 3 nonchè omessa insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

Oggetto della censura è la statuizione di rigetto della domanda di accertamento del diritto del ricorrente ad accedere al condono.

Il ricorrente lamenta che il rigetto – fondato sulla mancata allegazione in ricorso del possesso dei requisiti per accedere al condono- non teneva conto del tenore della norma di legge invocata, giacchè essa consentiva al pensionato di accedere al condono per il solo fatto di essere incorso nel divieto di cumulo, senza imporre oneri e modalità o prevedere approvazioni e verifiche dell’ INPS.

Il motivo è infondato, pur dovendosi provvedere ad una correzione della motivazione aì sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c..

La L. n. 289 del 2002, art. 44, comma 3, prevedeva la possibilità per i pensionati che avessero avuto redditi da lavoro dipendente sottoposti al divieto di cumulo di regolarizzare la loro posizione per il periodo fino al 31 marzo 2003, effettuando entro il 16 marzo 2003 il versamento di un importo pari al 70% della pensione lorda del mese di gennaio 2003 moltiplicato per il numero degli anni in cui vi era stato l’inadempimento (con il limite massimo del quadruplo dell’importo della pensione di gennaio 2003).

Era anche prevista la possibilità di versamento rateale.

Per fruire della sanatoria non vi erano dunque presupposti diversi dalla esistenza dell’indebito previdenziale sicchè effettivamente non vi era un onere del ricorrente di allegare la esistenza di ulteriori e diverse circostanze di fatto.

La domanda del C. è comunque infondata giacchè il pensionato non poteva ottenere in sede giudiziaria una rimessione in termini per accedere al condono, non prevista da alcuna norma di legge; ogni diritto si esauriva, piuttosto, nel profilo risarcitorio per perdita di chanche, domanda pure proposta dal C. e rigettata con statuizione immune da censure, per quanto esposto in relazione al quinto motivo.

Il ricorso deve essere conclusivamente respinto.

Le spese si compensano per la novità delle questioni trattate.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Compensa le spese.

Così deciso in Roma, il 5 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2016

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