Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24985 del 06/12/2016

Cassazione civile sez. lav., 06/12/2016, (ud. 04/10/2016, dep. 06/12/2016), n.24985

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 29236-2011 proposto da:

F.B., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA LISBONA 18, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO SCOGNAMIGLIO,

rappresentato e difeso dall’avvocato MAURIZIO SCARDIA, giusta delega

in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, C.F. (OMISSIS), in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia ex lege in ROMA,

ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12;

– controricorrente –

e contro

D.L.A., C.F. (OMISSIS);

– intimato –

Nonchè da:

D.L.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

Via G. PISANELLI 40, presso lo studio dell’avvocato CARLO BOMBELLI

(STUDIO LEGALE BISCOTTO – SCOGNAMIGLIO E ASSOCIATI) rappresentato e

difeso dall’avvocato ANTONIO CANTELMO, giusta delega in atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

F.B., C.F. (OMISSIS), MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE

FINANZE C.F. (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 676/2011 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 28/03/2011 R.G.N. 2879/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/10/2016 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI;

udito l’Avvocato BISCOTTO BRUNO per delega Avvocato CANTELMO ANTONIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale, inammissibilità del ricorso incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte di Appello di Lecce, con la sentenza n. 676 del 2011, depositata il 28 marzo 2011, rigettava l’impugnazione proposta da F.B. nei confronti di D.L.A., del Ministero dell’economia e delle finanze, e del Dipartimento provinciale dei servizi vari di Lecce, avverso la sentenza resa tra le parti dal Tribunale di Lecce n. 6587 del 3 luglio 2008.

2. La Corte d’Appello esponeva che, con ricorso depositato l’8 settembre 2005, il F. aveva convenuto in giudizio le suddette Amministrazioni chiedendo il riconoscimento, in sede di graduatoria definitiva della procedura di riqualificazione per l’accesso a n. 7 posti della posizione economica C2 per il Dipartimento provinciale di Lecce, del punteggio aggiuntivo previsto dal relativo bando concorsuale, pari a 0,25 per ogni anno di mansioni superiori di fatto da lui svolte a partire dal 1989 come capo segreteria presso la commissione medica di verifica di Lecce e nel limite massimo di punti 1,25, con conseguente mutamento della sua posizione dal nono al settimo posto in luogo del candidato D.L.A., citato in giudizio quale contro interessato.

3. Controparte si costituiva contestando la domanda di cui chiedeva il rigetto.

4. Il Tribunale rigettava la domanda.

5. La Corte d’Appello, nel rigettare l’impugnazione proposta da F.B., affermava che il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 – secondo cui l’esercizio di fatto di mansioni superiori non corrispondenti alla qualifica di appartenenza non ha effetto ai fini dell’inquadramento del lavoratore – comporta che non vi è la possibilità di attribuire una qualsiasi rilevanza ad un tale esercizio fattuale in ogni ipotesi di procedura finalizzata ad una progressione di carriera, sotto forma di vantaggi o posizioni preferenziali (ad es. punteggi aggiuntivi) rispetto ad altri candidati che lo stesso esercizio non possono vantare.

L’esercizio di fatto delle mansioni superiori dà diritto unicamente al pagamento delle differenze retributive.

D’altra parte, nel caso di specie, mancava la prova dell’effettivo esercizio delle mansioni superiori.

Infine la Corte d’Appello statuiva che, in ogni caso, per quanto atteneva alle mansioni superiori asseritamente svolte fino al 30 giugno 1998 era intervenuto un giudicato sfavorevole al ricorrente, che si era visto respingere con sentenza n. 8540/02 del competente TAR la domanda volta a conseguire il riconoscimento delle stesse superiori mansioni, mentre l’accertamento di tale svolgimento per il periodo successivo sarebbe irrilevante, comportando l’attribuzione di un punteggio di solo 0,25 punti aggiuntivi, insufficiente per consentirgli di scavalcare l’ultimo classificato in posizione utile.

Il giudice di secondo grado, quindi, rigettava l’appello principale e assorbiva l’appello incidentale, proposto in via subordinata all’accoglimento dell’appello principale.

Sulle spese statuiva: “Le spese del presente grado di giudizio vanno compensate”.

6. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre F.B. con due motivi di ricorso.

7. Resiste con controricorso il Ministero dell’economia e delle finanze, che ha eccepito la tardività della notifica del ricorso.

8. Resiste con controricorso e ricorso incidentale D.L.A..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente, va disposta la riunione dei ricorsi in quanto sono stati proposti avverso la medesima sentenza di appello.

1.1. Non è fondata l’eccezione di tardività della notifica del ricorso proposta dall’Amministrazione, atteso che la stessa è stata dedotta in modo generico, mentre nel ricorso, notificato il 22 novembre 2011, si dava atto che la sentenza della Corte d’Appello era stata notificata il 23 settembre 2011.

2. Dopo aver esposto i fatti di causa, con il primo motivo del ricorso principale è prospettata la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52. Violazione del bando di concorso e delle norme del CCNL 1998-2001.

Assume il ricorrente di avere chiesto che nella procedura di riqualificazione per l’accesso a n. 7 posti della posizione economica C2 per il Dipartimento provinciale di Lecce venisse applicata la disciplina relativa alla regolamentazione delle procedure di riqualificazione in seno al Ministero dell’economia e delle finanze contenuta negli artt. 15 e 20 e nell’allegato a) del CCNL 1998-2001, come peraltro richiesto dal relativo bando. Il Contratto collettivo integrativo di amministrazione, sottoscritti il 20 marzo 2000, fissava i criteri per la progressione all’interno delle aree professionali, tra cui le modalità per l’attribuzione dei punteggi ai fini della redazione della graduatoria finale, prevedendo espressamente l’attribuzione di punti “0,25 per anno fino ad massimo di 1,25 punti per le mansioni superiori certificate”. Proprio su tali presupposti esso ricorrente presentava l’apposito modello, peraltro asseverato dal dirigente, contenente la domanda di partecipazione alla procedura di selezione ed inserendo il punteggio aggiuntivo di 1,25 corrispondente alle mansioni superiori effettivamente espletate sin dal 1998 su ods della Direzione Provinciale del Tesoro di Lecce.

Dunque, il presupposto della reclamata tutela non risiede nel D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 e non incontra limiti in detta norma, dovendosi, invece, fare corretta applicazione della lex specialis contenuta nel bando di concorso, avente fondamento nel CCNL e nel CCNI, oltre che nella circolare n. 1 del 15 novembre 2000, n. 04688, che dettava le norme applicative per l’attivazione delle procedure per i passaggi interni alle aree professionali B e C.

In tal senso, richiamava l’ordinanza emessa dal Tribunale di Lecce in sede di reclamo (avendo esso, prima di iniziare il giudizio di merito, adito il giudice di primo grado in sede cautelare).

Nella specie, il bando di concorso aveva valorizzato l’esperienza oggettivamente acquisita con l’espletamento di mansioni superiori, restando irrilevante se lo svolgimento delle stesse era stato di fatto o di diritto.

Peraltro, le mansioni svolte dal ricorrente, quantomeno dal 14 gennaio 1995, data di pubblicazione del D.P.C.M. 18 novembre 1994, che rideterminava le dotazioni organiche delle Commissioni mediche periferiche e che assegnava a quella di Lecce un funzionario amministrativo dell’8^ qualifica funzionale, erano da considerarsi a tutti gli effetti mansioni valutabili come titolo nell’ambito dei processi di selezione interna.

Il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, comma 2 prevede espressamente che il prestatore di lavoro può essere adito a mansioni proprie e non di fatto, della qualifica immediatamente superiore proprio nel caso di posto vacante in organico, così come avvenuto nel caso di specie.

Il ricorrente, quindi, aveva svolto in maniera prevalente le mansioni proprie della qualifica superiore in vacanza di posto in organico, oltre che su espresso ods della Direzione generale e territoriale del Ministero del Tesoro Bilancio e Programmazione economica.

3. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine all’applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52.

La Corte d’Appello fondava la propria decisione su quanto sancito dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 senza nulla aggiungere in ordine alla diversa previsione della lex specialis del CCNL. Affermava, poi, che mancava la prova dell’espletamento delle mansioni superiori, senza nulla aggiungere in ordine alla mancata valutazione degli elementi posti alla base del ricorso e senza tenere conto che la medesima Corte d’Appello con sentenza n. 2358 del 2004, nel riconoscere l’effettivo svolgimento delle mansioni superiori quale capo della segreteria medica, attribuiva allo stesso anche le differenze retributive per il periodo rientrante nella propria competenza cognitoria.

4. I suddetti motivi devono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione. Gli stessi non sono fondati.

Preliminarmente, va dedotta l’inammissibilità per difetto di autosufficienza del secondo motivo di ricorso con riguardo alla mancato vaglio da parte della Corte d’Appello della sentenza della medesima Corte d’Appello n. 2358 del 2004, resa in un distinto giudizio.

Il ricorrente, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso, non ha indicato in quale atto del giudizio di merito ha dedotto la questione, con la conseguenza che la stessa deve intendersi sollevata per la prima volta in sede di legittimità e come tale è inammissibile. Secondo giurisprudenza consolidata di questa Corte (si v., Cass. n. 616 del 2015), invero, qualora una determinata questione giuridica, che implichi un accertamento di fatto, come nella specie, non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa. Nella specie, il ricorrente ha omesso di indicare in quale atto processuale la questione fosse stata sollevata e se, proposta in primo grado, fosse stata nuovamente riproposta davanti alla Corte d’Appello potendosi ravvisare, solo in tale ipotesi, un’omessa pronuncia da parte della Corte d’Appello.

Inoltre, sempre con riguardo alla statuizione relativa alla mancata prova dell’esercizio delle mansioni superiori, il ricorrente non censura la statuizione della Corte d’Appello dell’intervento di giudicato sfavorevole allo stesso, in ragione della sentenza del TAR competente n. 8504/02, relativamente al riconoscimento delle funzioni superiore per il periodo antecedente al 30 giugno 1998, e dunque non censura, in modo adeguato, la statuizione sulla irrilevanza del punteggio che, tenuto conto di detta sentenza del giudice amministrativo, avrebbe potuto far valere nella procedura.

Che tra le parti sia intervenuta la suddetta sentenza del TAR Puglia n. 8540 del 2002 è affermato anche dal controricorrente Ministero, e non è contestato dal ricorrente, che non ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

2. Ancor prima, va vagliata la questione della rilevanza delle mansioni superiori in una procedura di riqualificazione.

3. A seguito della privatizzazione del pubblico impiego, il rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni (ivi comprese le Regioni), rientra nella materia dell’ordinamento civile, che appartiene alla potestà del legislatore statale, venendo regolata dalla legge statale e, in virtù del rinvio da quest’ultima operato, dalla contrattazione collettiva (Corte cost., sentenza n. 180 del 2015).

Il legislatore statale, quindi, “ben può intervenire (…) a conformare gli istituti del rapporto di impiego attraverso norme che si impongono all’autonomia privata con il carattere dell’inderogabilità, anche in relazione ai rapporti di impiego dei dipendenti delle Regioni (…)” (Corte cost., sentenza n. 228 del 2013, cfr. sentenza Corte cost., n. 19 del 2003 nella stessa richiamata).

Dunque, la contrattazione collettiva non può derogare alla disciplina statale in materia, se non nei limiti da quest’ultima previsto.

Pertanto il vaglio del primo motivo di ricorso richiede di esaminare la disciplina statale in materia di mansioni superiori.

4. Il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 al comma 2, stabilisce “Per obiettive esigenze di servizio il prestatore di lavoro può essere adibito a mansioni proprie della qualifica immediatamente superiore:

a) nel caso di vacanza di posto in organico, per non più di sei mesi, prorogabili fino a dodici qualora siano state avviate le procedure per la copertura dei posti vacanti come previsto al comma 4;

b) nel caso di sostituzione di altro dipendente assente con diritto alla conservazione del posto, con esclusione dell’assenza per ferie, per la durata dell’assenza”.

Ai sensi del successivo comma 4, primo periodo, “Nei casi di cui al comma 2, per il periodo di effettiva prestazione, il lavoratore ha diritto al trattamento previsto per la qualifica superiore”.

Infine, i commi 5 e 6, del medesimo D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 rispettivamente, stabiliscono: “Al di fuori delle ipotesi di cui al comma 2, è nulla l’assegnazione del lavoratore a mansioni proprie di una qualifica superiore, ma al lavoratore è corrisposta la differenza di trattamento economico con la qualifica superiore. Il dirigente che ha disposto l’assegnazione risponde personalmente del maggior onere conseguente, se ha agito con dolo o colpa grave”.

“Le disposizioni del presente articolo si applicano in sede di attuazione della nuova disciplina degli ordinamenti professionali prevista dai contratti collettivi e con la decorrenza da questi stabilita. I medesimi contratti collettivi possono regolare diversamente gli effetti di cui ai commi 2, 3 e 4. Fino a tale data, in nessun caso lo svolgimento di mansioni superiori rispetto alla qualifica di appartenenza, può comportare il diritto ad avanzamenti automatici nell’inquadramento professionale del lavoratore”.

5. Precisati i rapporti tra legislazione statale contrattazione collettiva in materia di pubblico impiego contrattualizzzato, e richiamata la disciplina di riferimento, è opportuno ricordare la giurisprudenza di legittimità e quella costituzionale in materia di reggenza e di mansioni superiori, dalla quale, come si vedrà, si evince che l’esercizio di mansioni superiori, che dà luogo al trattamento retributivo corrispondente, si configura solo al ricorrere di specifiche condizioni, laddove la “reggenza” risulta configurabile in caso di sostituzione del titolare assente o impedito, contrassegnata dalla straordinarietà e temporaneità.

Si è così affermato (Cass., S.U., sentenza n. 3814 del 2011, si cfr. anche Cass., S.U., n. 4063 del 2010, Cass., n. 7823 del 2013), che “Le disposizioni relative al comparto Ministeri che consentono la reggenza del pubblico ufficio sprovvisto temporaneamente del dirigente titolare devono essere interpretate, ai fini del rispetto del canone di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. e dei principi generali di tutela del lavoro (art. 35 e 36 Cost.; art. 2103 c.c. e D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52), nel senso che l’ipotesi della reggenza costituisce una specificazione dei compiti di sostituzione del titolare assente o impedito, contrassegnata dalla straordinarietà e temporaneità, con la conseguenza che a tale posizione può farsi luogo, senza che si producano gli effetti collegati allo svolgimento di mansioni superiori, solo allorquando sia stato aperto il procedimento di copertura del posto vacante e nei limiti di tempo ordinariamente previsti per tale copertura, cosicchè, al di fuori di tale ipotesi, la reggenza dell’ufficio concreta svolgimento di mansioni superiori, come correttamente ritenuto nella sentenza qui impugnata essendosi accertata l’insussistenza delle predette condizioni di temporaneità (…)”.

Con la sentenza n. 17 del 2014, la Corte costituzionale, nel vagliare una norma di legge della Regione Abruzzo, che regolava una specifica ipotesi di assegnazione di personale ad altre mansioni, affermava tra l’altro, che “la disciplina dettata dalla disposizione censurata (…) non è neppure coerente con il regime normativo di fonte statale e negoziale, dettato dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 e dalle corrispondenti previsioni della contrattazione collettiva di riferimento (art. 8 del contratto collettivo nazionale di lavoro per il comparto Regioni ed Autonomie locali, sottoscritto il 14 settembre 2000), che consente l’assegnazione di mansioni superiori solamente in ipotesi predeterminate e per durate limitate e con una specifica disciplina anche per il trattamento economico”.

Con la citata sentenza n. 180 del 2015, il Giudice delle leggi ha poi affermato che la reggenza ricorre solo in caso di vacanza di posto in organico, di temporaneità e straordinarietà, con la conseguenza che non si producono gli effetti retributivi propri del riconoscimento dello svolgimento di mansioni superiori.

Infine la Corte costituzionale, in linea con il principio di uguaglianza e i canoni di imparzialità e di buon andamento ex artt. 3 e 97 Cost.” (ex plurimis, sentenza n. 28 del 2013, n. 37 del 2015) ha riaffermato che “Anche il passaggio ad una fascia funzionale superiore comporta “l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso”.

6. Osserva il Collegio, quindi, che la fattispecie della reggenza è distinta da quella delle mansioni superiori, e i due piani non possono sovrapporsi, come deduce il ricorrente nel richiamare il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, comma 2.

7. In proposito sono significative le circostanze esposte dal ricorrente nel fatto del ricorso:

essere collaboratore amministrativo Area C, posizione economica C1, ex 7^ qualifica funzionale, già in servizio con funzioni di capo segreteria presso la Commissione medica di verifica di Lecce dal 6 settembre 1989 ad oggi, giusto ods della Direzione generale n. 06158 del 2 agosto 1989, nonchè ods della Direzione provinciale di Lecce 80/89;

la previsione, con D.M. 12 maggio 1987, che alla segreteria delle Commissioni mediche e periferiche sovrintendesse un funzionario dei servizi amministrativi di qualifica non superiore alla 7^;

la previsione, con D.P.C.M. 18 novembre 1994, che determinava la dotazione organica delle Segreterie delle Commissioni mediche periferiche, di un posto nella pianta organica, allora vacante di funzionario amministrativo di 8^ qualifica funzionale;

l’asserita conseguente modifica della propria posizione giuridica per effetto di detti provvedimenti, avendo esso in concreto svolto mansioni sussumibili sotto il profilo professionale corrispondente all’8^ qualifica funzionale.

Tali circostanze pongono in evidenza che gli ordini di servizio del 1989 attribuivano al F. funzioni comprese nella 7^ qualifica funzionale dallo stesso all’epoca posseduta, mentre a partire dalla istituzione nella pianta organica della Segreteria delle Commissioni mediche periferiche (D.P.C.M. 18 novembre 1994) di un posto di funzionario amministrativo di 8^ qualifica, in mancanza di ulteriori atti di conferimento delle relative funzioni (non potendo il DPCM in questione, pubblicato sulla G.U., n. 11 del 1995, recante “Determinazione delle dotazioni organiche delle qualifiche funzionali e dei profili professionali del personale del ruolo speciale delle segreterie delle commissioni mediche periferiche per le pensioni di guerra e di invalidità civile del Ministero del tesoro”, modificare di per sè la posizione giuridica del ricorrente), il dedotto ulteriore esercizio di funzioni di Capo segreteria Commissione medica e verifica non poteva che proseguire in via di fatto, con riguardo ad una qualifica superiore, al di fuori dell’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, comma 2 non essendo stata dedotta la sussistenza delle relative condizioni come sopra richiamate, ed anzi apparendo incompatibile con quest’ultime il lungo periodo di tempo trascorso, tenuto conto che la procedura di riqualificazione, rispetto alla quale verte l’odierno giudizio, si svolgeva nel 2000. Ciò, tenuto conto, peraltro, che nel ricorso non vi sono deduzioni circa le mansioni svolte nel ricoprire il posto per cui occorreva la 7^ qualifica funzionale, con le mansioni relative al posto di funzionario amministrativo 8^ qualifica funzionale.

8. Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, allo svolgimento delle mansioni superiori consegue l’attribuzione del relativo trattamento, poichè nel pubblico impiego “privatizzato” il divieto di corresponsione della retribuzione corrispondente alle mansioni superiori, stabilito dal D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 56, comma 6 come modificato dal D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 25 è stato soppresso dal D.Lgs. n. 387 del 1998, art. 15 con efficacia retroattiva. La portata retroattiva di detta disposizione risulta, peraltro, conforme alla giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha ritenuto l’applicabilità anche nel pubblico impiego dell’art. 36 Cost., nella parte in cui attribuisce al lavoratore il diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del lavoro prestato, nonchè alla conseguente intenzione del legislatore di rimuovere con la disposizione correttiva una norma in contrasto con i principi costituzionali (da ultimo, ex multis, Cass., n. 13579 del 2016).

9. Questa Corte ha, tuttavia, affermato (Cass. 16078 del 2003) che il D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 52 (come già il D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 56 pur nelle varie formulazioni susseguitesi nel tempo), recependo una regola risalente e costante, già vigente nell’impiego pubblico (c.d. “ex plurimis”, Cons. Stato, Sez. 5^, 24 maggio 1996, n. 597), prevede che l’esercizio di fatto di mansioni più elevate rispetto a quelle proprie della qualifica di appartenenza non ha effetto ai fini dell’inquadramento del lavoratore nella superiore qualifica.

9.1. Nè tale regola, può intendersi, nella specie, superata dalla normativa contrattuale, in quanto la stessa è autorizzata a prevedere fattispecie in deroga ai commi 2, 3 e 4, ma non anche al comma 5, relativo all’esercizio di fatto di mansioni superiori, che è la fattispecie che, come si è sopra rilevato, qui viene in rilievo.

10. Le regole generali poste, in tema di mansioni del personale, dall’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, prevede il diritto al trattamento della qualifica superiore (per i periodi di effettiva prestazione) nei casi di legittima assegnazione alle mansioni superiori di cui al D.Lgs. n.165 del 2001, art. 52, comma 2 e fuori di queste ipotesi stabilisce al comma 5 cit. articolo la nullità di tale assegnazione, con il riconoscimento al dipendente della differenza di trattamento economico (Cass. S.U. 10454 del 2008).

11. Nel senso dei principi sopra esposti anche la giurisprudenza amministrativa (TAR Abruzzo, n. 227 del 2016), secondo cui l’applicazione dei parametri costituzionali di imparzialità postula che, nel reclutamento concorsuale di personale interno, ai fini della verifica dei requisiti di ammissione per la progressione verticale, vengano considerate le sole mansioni (di rilievo nel bando) che il candidato ha svolto all’interno ed in conformità della sua qualifica di appartenenza, senza poter aliunde valorizzare mansioni svolte di fatto per profili diversi da quelli retributivi, all’interno peraltro di un esplicito disfavore normativo verso tale istituto (cfr. D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, commi 1 e 5).

12. Inoltre, va considerato che le disposizioni contrattuali invocate dal ricorrente con il primo motivo di ricorso, laddove si riferiscono a mansioni superiori “certificate” non ricomprendono le mere mansioni superiori di fatto, ma richiedono un quid pluris, atteso che laddove si richiede una certificazione relativa ad un rapporto di impiego pubblico contrattualizzato con un pubblica amministrazione, detta certificazione non può che riguardare lo stato di diritto e non già quello di fatto del rapporto o di suoi specifici aspetti.

L’art. 15, comma 1, lettera B), b), del CCNL 1998-2001, con riguardo al passaggio all’interno dell’area stabiliva “Sono considerati altresì elementi utili, l’esperienza professionale acquisita e il possesso di titoli di studio e professionali coerenti con i processi di riorganizzazione o innovazione tecnologica”.

La CCNI, a cui rinviava l’art. 20 per determinazione dei criteri generali per la definizione delle procedure per le selezioni di cui all’art. 15, lett. B), stabiliva, poi, per “mansioni superiori certificate”, l’attribuzione di punti 0,25 per anno fino a un massimo di 1,25 punti.

Nella specie, peraltro, il ricorrente si limita a dedurre che il modello presentato, contente la domanda di partecipazione alla procedura di selezione in cui aveva inserito il punteggio aggiuntivo di 1,25, era “asseverato” dal dirigente, senza riportare o specificare l’oggetto e il contenuto di tale asseverazione.

13. In ragione dei principi sopra richiamati, la Corte d’Appello correttamente ha affermato, in ragione della disciplina legislativa, non derogabile se non nei limiti dalla stessa prevista, dalla contrattazione collettiva, che non poteva attribuirsi rilievo, al di fuori del profilo economico, all’esercizio di fatto di mansioni superiori, attraverso l’attribuzione di relativi punteggi in una procedura finalizzata ad una progressione di carriera. Nè, come si è detto la statuizione sulla mancata prova dell’effettivo svolgimento delle funzioni superiori, in particolare fino al 30 giugno 1998, è stata adeguatamente censurata.

14. Il ricorso principale, pertanto, deve essere rigettato.

15. Con l’unico motivo del ricorso incidentale è dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c.. Omessa motivazione in ordine al rigetto dell’appello incidentale.

Il ricorrente incidentale, premesso che l’appello incidentale non veniva rigettato, ma restava assorbito, si duole della mancanza di motivazione e quindi di ragioni per la compensazione delle spese di giudizio.

15.1. Il motivo è fondato in parte e deve essere accolto. Ed infatti la Corte d’Appello non ha motivato in ordine alle ragioni della disposta deroga, in ragione della statuita compensazione, alla regola stabilita dall’art. 91 c.p.c., secondo cui le spese di giudizio seguono la soccombenza.

15.2. L’ulteriore richiesta proposta in via subordinata dal D.L. si salvaguardia della propria posizione in caso di accoglimento dell’appello principale resta assorbita in ragione del rigetto di quest’ultimo.

16. La Corte rigetta il ricorso principale. Accoglie in parte il ricorso incidentale. Cassa in relazione alla parte del ricorso incidentale accolto la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del presente giudizio alla Corte d’Appello di Lecce in diversa composizione.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale. Accoglie in parte il ricorso incidentale. Cassa in relazione alla parte del ricorso incidentale accolto la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del presente giudizio alla Corte d’Appello di Lecce in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2016

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