Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24980 del 09/11/2020

Cassazione civile sez. III, 09/11/2020, (ud. 14/07/2020, dep. 09/11/2020), n.24980

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SESTINI Danilo – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19118/2018 proposto da:

SAVOIA ITALIA SPA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA S. MARIA

MEDIATRICE, 1, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO BUCCI,

rappresentato e difeso dall’avvocato MAURIZIO PIGHI;

– ricorrenti –

e contro

M.O.;

– intimati –

nonchè da:

M.O., elettivamente domiciliato in ROMA, V. DEI PONTEFICI

3, presso lo studio dell’avvocato MARCO GIULIANI, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIORGIO BORELLI;

– ricorrente incidentale –

e contro

SAVOIA ITALIA SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 375/2018 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 07/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/07/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE CRICENTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MISTRI Corrado;

udito l’Avvocato.

 

Fatto

I FATTI DI CAUSA

La società ricorrente, Savoia Italia spa, ha effettuato una fornitura di materiale ceramico a favore della società Tileclub, la quale ha versato un modesto acconto ma ha poi omesso di pagare il resto (546184,64 Dollari).

Per recuperare quella somma la società ricorrente ha ottenuto un decreto ingiuntivo nei confronti sia della Tileclub, che del suo amministratore, M.O..

Solo quest’ultimo ha proposto opposizione eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva, in favore della società Tileclub, avente quest’ultima personalità giuridica propria; opposizione che è stata rigettata dal giudice di primo grado, con conferma della ingiunzione di pagamento.

Tuttavia, su impugnazione del M., il giudice di appello ha riformato la sentenza di primo grado ritenendo che la vera debitrice fosse la società Tileclub, avente forma di società di capitali e dunque personalità giuridica propria, con la conseguente esclusione dal rapporto obbligatorio dell’amministratore.

Avverso tale decisione la Savoia Italia spa propone sei motivi di ricorso.

M.O. si oppone con controricorso e ricorso incidentale.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo di ricorso la ricorrente società adduce violazione dell’art. 83 c.p.c..

La tesi della Savoia Italia spa è che la procura rilasciata dal M. al suo difensore è stata redatta con dichiarazione resa davanti ad un notaio californiano ed è priva dell’attestazione, da parte del difensore italiano, della sottoscrizione della procura medesima davanti a lui.

La ricorrente ritiene infatti che, sebbene redatto all’estero, quell’atto debba valutarsi quanto alla sua completezza e validità secondo la legge italiana, la quale prevede come essenziale, in una procura alle liti, l’attestazione del difensore di avvenuta sottoscrizione in sua presenza.

L’elemento, secondo la ricorrente, che esclude tale sottoscrizione è manifestato dal verbo “executed” declinato al passato, che indica come la sottoscrizione era stata già apposta al momento della autenticazione della firma.

Il motivo è inammissibile.

Intanto l’accertamento circa il momento in cui un atto è stato sottoscritto effettivamente, se prima o dopo l’autenticazione della sottoscrizione, è un accertamento di fatto riservato alle corti di merito; in secondo luogo è da rilevare come i giudici di merito abbiano effettivamente svolto tale accertamento disponendo una CTU per stabilire l’esatto significato della espressione “executed”, e la conclusione del consulente è stata nel senso che l’uso del tempo passato è compatibile, ed anzi anche frequente in atti pubblici americani, ad indicare un’azione svolta nel presente.

Questo accertamento in fatto è qui non sindacabile.

Del resto, il ricorrente postula una violazione di legge, ossia una erronea interpretazione dell’art. 83 c.p.c., che la corte non dà: i giudici di appello non ritengono affatto che la procura debba avere requisiti diversi da quelli indicati in tale norma, tanto è vero che procedono ad accertarli nel caso concreto, cosi che la censura di avere male inteso l’art. 83 c.p.c., è fuori luogo.

2.- Con il secondo motivo la società ricorrente denuncia violazione della norma 202 del Californian Corporation Code, che avrebbe dovuto essere conosciuto ed applicato dai giudici italiani, in base al principio iura novit curia (L. n. 218 del 1995, artt. 14 e 15).

In base a tale legge, il M. avendo speso il nome della società, ma senza palesare che si trattava proprio di società anzichè di impresa individuale di sua proprietà, è incorso “nel mancato rispetto delle formalità di legge” che rendono lui direttamente ed immediatamente responsabile dei debiti contratti dalla società amministrata.

Secondo la ricorrente questa responsabilità discenderebbe dalla Sec. 202 del California Corporation Code e dal p. 4.011 del Business Corporation Act californiano.

Anche questo motivo è inammissibile.

Innanzitutto, la corte di appello ha tratto convinzione che la Tileclub fosse una società di capitali anzichè una impresa individuale dai documenti versati in atti dallo stesso M., ed in particolare dal certificato del Segretario di Stato della California che attesta la natura giuridica di società di capitali, oltre che dalla corrispondenza tra le due società e dalla testimonianza di uno dei soci della ingiunta (p. 7-8 della sentenza).

Cosi che non v’è questione di interpretazione delle norme straniere, ma semmai di valutazione probatoria dei documenti.

Nè può dirsi che, pur avendo la Tileclub natura di società, deve ritenersi, come assume la ricorrente, la responsabilità diretta del M. per avere questi taciuto che si trattava di una società con personalità propria omettendo le indicazioni circa la natura di quest’ultima.

Questa responsabilità è affermata dalla ricorrente in base alle norme americane, ed alla giurisprudenza di quel paese, che però non valgono a regolare il caso in Italia, dove una responsabilità di chi ha agito è da valutarsi secondo le norme interne.

Del resto, questa censura è oggetto di altro motivo, il sesto, dove, le stesse norme sono invocate proprio a dimostrare che è stata creata una apparenza colpevole, la quale determinerebbe la responsabilità diretta di chi ha agito.

Il sesto motivo dunque può essere valutato unitamente a quest’ultimo.

Esso è infondato egualmente.

Infatti, la corte fa corretta applicazione dei principi in tema di apparenza incolpevole, affermando che il rappresentante che abbia creato l’apparenza risponde direttamente solo se il terzo era in buona fede e se ha agito lo ha fatto con colpa.

La corte ha fatto applicazione di una regola di questa corte secondo cui Il principio dell’apparenza del diritto, riconducibile a quello più generale della tutela dell’affidamento incolpevole, può essere invocato con riguardo alla rappresentanza, allorchè, indipendentemente dalla richiesta di giustificazione dei poteri del rappresentante ex art. 1393 c.c., non solo vi sia la buona fede del terzo che abbia concluso atti con il falso rappresentante, ma vi sia anche un comportamento colposo del rappresentato, tale da ingenerare nel terzo la ragionevole convinzione che il potere di rappresentanza sia stato effettivamente e validamente conferito al rappresentante apparente (Cass. 15645/ 2017).

Ed ha escluso, con accertamento in fatto, motivato, che la condotta del M. fosse di colpevole creazione di uno stato di apparenza; inoltre ha ritenuto che la società ricorrente fosse a conoscenza della natura societaria della Tileclub in ragione di una serie di elementi di cui si dà conto in motivazione (p. 6-7).

3.- Con il terzo motivo la ricorrente contesta l’utilizzabilità dei documenti di cui si è detto in precedenza, ritenendo che non potessero essere formati in lingua inglese e poi tradotti, per via della necessità che gli atti del processo siano compiuti in lingua italiana, denunciando cosi violazione dell’art. 122 c.p.c., che la lingua italiana, per l’appunto, impone. Il motivo è infondato. La necessità dell’uso della lingua italiana riguarda gli atti processuali in senso stretto e non i documenti offerti dalle parti. Ne consegue che qualora siffatti documenti siano redatti in lingua straniera, il giudice, ai sensi dell’art. 123 c.p.c., ha la facoltà, e non l’obbligo, di procedere alla nomina di un traduttore, del quale può farsi a meno allorchè le medesime parti siano concordi sul significato delle espressioni contenute nel documento prodotto ovvero esso sia accompagnato da una traduzione che, allegata dalla parte e ritenuta idonea dal giudice, non sia stata oggetto di specifiche contestazioni della parte avversa (Cass. 13249/2011; Cass. 6093/2013).

4.- Con il quarto motivo si denuncia insufficiente motivazione circa la questione controversa e dibattuta nei gradi di merito relativa alla responsabilità diretta del M..

Secondo la ricorrente la motivazione con cui la corte esclude una tale responsabilità sarebbe tautologica e dunque insufficiente a giustificare la decisione assunta.

Il motivo è infondato.

La motivazione è insufficiente quando non contenga ragioni della decisione, ossia quando non è dato intendere su quali ragioni il giudice ha preso la decisione del caso. Nella fattispecie, la corte (p. 8-9), indica quali sono, secondo il diritto statunitense di riferimento, i casi in cui il socio risponde personalmente, ed esclude che vi sia prova (“e nemmeno un indizio”) di una condotta di personale impegno dell’amministratore. Precisa la corte che comunque nel diritto americano non è prevista responsabilità personale dell’amministratore che, agendo in nome della società, non la indichi con il suffisso “inc.” o corp.”.

E’ evidente dunque che una motivazione è chiaramente ricavabile.

Il motivo è peraltro inammissibile, in quanto contesta assertivamente l’insufficienza della motivazione, senza indicare le carenze che la caratterizzerebbero.

5.- Con il quinto motivo si denuncia violazione dell’art. 246 c.p.c..

La ricorrente ritiene l’incapacità a testimoniare del socio della Tileclub, le cui dichiarazioni, seppure non da sole, sono state assunte a base della decisione dalla corte di appello.

Il motivo è infondato.

Il socio di una società di capitali non ha in realtà incapacità a testimoniare, vantando egli un interesse di mero fatto in relazione all’attività contrattuale della società, che non gli consente di partecipare come parte al giudizio (Cass. n. 9188/2013).

Inoltre, l’incapacità va eccepita immediatamente, dopo l’assunzione o al più nell’udienza successiva (Cass. 19498/2018), e la ricorrente non dimostra di avere eccepito per tempo ciò che denuncia ora.

Il ricorso principale va pertanto respinto.

6.- V’è poi ricorso incidentale del M. il quale lamenta violazione degli artt. 91,92 e 96 c.p.c..

Secondo la tesi del M. la corte di appello avrebbe errato nel compensare le spese.

Il motivo è infondato.

Trattandosi di causa introdotta nel 2008, in tema di spese processuali, la facoltà del giudice di merito di disporre la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale di quest’ultimo, il quale, stante il tenore dell’art. 92 c.p.c., ratione temporis applicabile, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (Cass. n. 11329/ 2019), ed è dunque sufficiente solo che indichi i giusti motivi di compensazione.

Sia il ricorso principale che quello incidentale vanno dunque rigettati, e le spese compensate per via della reciproca soccombenza.

PQM

La Corte rigetta ricorso principale ed incidentale, compensa le spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, dalle parti ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 14 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2020

 

 

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