Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24971 del 06/11/2013


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Civile Sent. Sez. 1 Num. 24971 Anno 2013
Presidente: VITRONE UGO
Relatore: BERNABAI RENATO

SENTENZA

sul ricorso 29353-2011 proposto da:
COGOLO

S.R.L.

(C.F.

01879740270),

in

persona

dell’Amministratore unico pro tempore,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PANAMA 95,
presso l’avvocato PICCIAREDDA FRANCO, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato
2013
1339

SAMPIETRO LUCIANO, giusta procura a margine del
ricorso;
– ricorrentecontro

Data pubblicazione: 06/11/2013

CONCERIE

COGOLO

AMMINISTRAZIONE

IN

S.P.A.

STRAORDINARIA (C.F./P.I. 00163500309), in persona
dei Commissari liquidatori pro tempore,
elettivamente domiciliata in ROMA, Via PACUVIO 34,
presso l’avvocato ROMANELLI GUIDO, che la

CRISTINA MACCAGNO BENESSIA, SIMONETTA DAMATTEI,
giusta procura a margine del controricorso;
– controricorrente

avverso la sentenza n.

526/2011 della CORTE

D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 24/08/2011;
udita la relazione della causa svolta nella
pubblica udienza del 19/09/2013 dal Consigliere
Dott. RENATO BERNABAI;
udito,

per

la ricorrente,

l’Avvocato FRANCO

PICCIAREDDA che ha chiesto l’accoglimento del
ricorso;
uditi,

per la controricorrente,

gli Avvocati

LORENZO ROMANELLI, con delega, CRISTINA MACCAGNO e

rappresenta e difende unitamente agli avvocati

SIMONETTA DAMATTEI che hanno chiesto il rigetto del
ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. UMBERTO APICE che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con ricorso depositato il 26 maggio 2006, la COGOLO s.r.l.
chiedeva l’ammissione tardiva al passivo della Concerie COGOLO
s.p.a. in amministrazione straordinaria del proprio credito di €
15.631.875,00, pari al costo di bonifica dei terreni annessi ad un
contratto 8 febbraio 1994: terreni, risultati inquinati da rifiuti e
residui di materie tossiche presenti nel sottosuolo.
Costituitasi

ritualmente,

l’amministrazione

straordinaria

chiedeva il rigetto della domanda, per prescrizione e decadenza
della garanzia prestata, che non comprendeva comunque il
predetto rischio.
Dopo l’espletamento di consulenza tecnica d’ufficio, il
Tribunale di Udine con sentenza 8 ottobre 2009 rigettava la
domanda.
Il successivo gravame era respinto dalla Corte d’appello di
Trieste con sentenza 24 agosto 2011.
La corte territoriale motivava
– che la domanda intendeva far valere la sola garanzia
convenzionale prevista per l’ipotesi di ritrovamento, entro il termine
di 30 mesi, di depositi, residui o rifiuti di materiali e sostanze
tossiche inquinanti, derivati da lavorazioni anteriori alla consegna
alla Cogolo s.r.l. del complesso aziendale, a titolo di affitto; cui
aveva fatto seguito la compravendita;
– che dalla consulenza tecnica espletata risultava che le vasche
di stoccaggio dei residui delle lavorazioni conciarie erano dotate di
arginature ancora evidenti, nonostante la vegetazione sviluppatasi

complesso industriale vendutole dalla procedura concorsuale con

sulla superficie: ciò che rendeva l’acquirente, già in precedenza in
possesso dei beni in forza del contratto di affitto, consapevole
dell’esistenza dei depositi nel sottosuolo, che non potevano quindi
considerarsi occulti, ai fini dell’operatività della garanzia prestata;
– che, appariva irrilevante, ai fini dell’interpretazione della
ne era stata espressamente esclusa la discarica, estranea al
complesso aziendale.
Avverso la sentenza, notificata il 3 ottobre 2011, la Cogolo
s.r.l. proponeva ricorso per cassazione, articolato in tre motivi e
notificato il 29 novembre 2011.
Resisteva con controricorso la Concerie Cogolo s.p.a. in
amministrazione straordinaria.
Entrambe le parti depositavano memoria illustrativa ex art.
378 cod. proc. civile.
All’udienza del 19 settembre 2013 il Procuratore generale e i
difensori precisavano le rispettive conclusioni come da verbale, in
epigrafe riportate.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione degli
articoli 1490, secondo comma, 2729, 2732, 2697 cod. civ. in
relazione all’art. 16, d.P.R. 10 settembre 1982, n. 915 (Attuazione
delle direttive (CEE) numero 75/442 relativa ai rifiuti, n. 76/403
relativa allo smaltimento dei policlorodifenili e dei policlorotrifenili e
numero 78/319 relativa ai rifiuti tossici e nocivi 915/1982), nonché

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predetta clausola, la valutazione del prezzo di acquisto, ed inoltre

la carenza di motivazione nell’esclusione della garanzia per i
materiali inquinanti occultati nelle vasche di stoccaggio.
Il motivo è infondato.
L’argomentazione difensiva a sostegno della censura muove
dal presupposto della natura confessoria delle dichiarazioni

nei gradi di merito, in ordine alla esistenza – ivi definita notoria dei rifiuti tossici nelle vasche del complesso industriale.
Il rilievo è inesatto in punto di diritto, dal momento che le
predette ammissioni provengono dal difensore tecnico e non dalla
parte personalmente. Non senza aggiungere che le stesse,
andrebbero lette, in ipotesi, nella loro interezza, per il principio di
inscindibilità della confessione (art. 2734 cod. civ.): e dunque,
comprensive anche dell’affermata conoscenza della circostanza, da
parte dell’acquirente Cogolo s.r.l. ( già affittuaria dell’azienda).
In ogni caso, la ricorrente tende ad una diversa valutazione
degli elementi istruttori esaminati dalla corte territoriale, ai fini di
un riesame del merito, che non può trovare ingresso in sede di
legittimità. Nessuna contraddizione o lacuna si ravvisa, infatti, nella
motivazione della sentenza, che valorizza la visibilità delle vasche e
la notorietà della loro utilizzazione pregressa; oltre a mettere in
evidenza la singolarità di un’azione civile promossa quasi 10 anni
dopo l’asserita scoperta dei rifiuti.
Né è idoneo a prefigurare una presunzione di buona fede
immotivatamente negletta dalla corte territoriale il divieto
legislativo (art. 16 legge n.915/1982) di conservare rifiuti tossici
nelle vasche di stoccaggio: stante la mancanza di controlli adeguati,
all’epoca, messa in rilievo proprio dalla ricorrente (pagg. 13-14,

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contenute negli scritti difensivi dell’amministrazione straordinaria,

ricorso). Ed anzi, proprio la circostanza che fosse contemplato il
rischio di materiali inquinanti nel sottosuolo vale ad escludere che il
venditore ne avesse taciuto in mala fede la presenza (art. 1490,
secondo comma, cod. civile).
Con il secondo motivo si censura la violazione degli articoli 112
in cui si era ritenuto inammissibile il riferimento alla clausola n.5.2
del contratto di compravendita, con la motivazione che l’unica
causa petendi enunciata richiamava invece la clausola n.5.3.

Il motivo è inammissibile.
La clausola n.5.2 ( “Si da atto che l’alienante si è fatto carico
degli adempimenti necessari allo smaltimento di sostanze inquinanti
rimaste di sua pertinenza in sede di affitto, restando
conseguentemente esclusa ogni altra sua responsabilità per
depositi, residui o rifiuti di materiali e/o sostanze inquinanti e/o
nocivi presenti nei complessi aziendali oggetto di trasferimento”)

era stata invocata proprio dalla convenuta amministrazione
straordinaria a fini esimenti da responsabilità; e come tale
apprezzata, in sede di decisione, dal Tribunale di Udine.
Il fatto che la Corte di appello di Trieste sia pervenuta alla
conferma della decisione sulla base di un diverso iter argomentativo
non importa alcun vizio di motivazione: non essendo neppure
precisato, dalla ricorrente, quale argomento decisivo potesse trarsi,
in suo favore, da una clausola che essa stessa aveva omesso di
considerare in sede di edictio actionis. Tanto più, che la corte
territoriale, pur ritenendo, in punto di diritto, inammissibile il
motivo di gravame basato sull’art.5.2 del contratto, pure, lo ha poi

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e 345 cod. proc. civile, nonché la carenza di motivazione nella parte

egualmente vagliato – come la stessa ricorrente riconosce (cfr.
ricorso, pagg.18 e 19) – dichiarandolo infondato.
Con il terzo motivo la ricorrente denunzia la violazione dell’art.
2562 cod. civ. in relazione agli articoli 1617, 1621 e 2555 cod.
civile, con la conseguente erronea applicazione dell’art. 1495 cod.

Il motivo intende mettere in relazione il contratto di
compravendita del complesso aziendale con il precedente contratto
di affitto, reinterpretato al fine di escludere che incombesse
sull’affittuaria-acquirente Cogolo s.r.l. l’obbligo di verificare e
bonificare il contenuto delle vasche di stoccaggio interrate, prima di
riattivare l’azienda. Si tratta, ancora volta, di un inammissibile
sindacato di merito, volto non già a denunziare una violazione di
legge o un vizio di motivazione, ma piuttosto a prospettare una
possibile interpretazione alternativa del contenuto della garanzia.
Il ricorso deve essere quindi rigettato; con la conseguente
condanna del ricorrente alla rifusione le spese di giudizio, liquidate
come in dispositivo, sulla base del valore della causa e del numero
e complessità delle questioni trattate.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione
delle spese processuali, liquidate in complessivi C
20.200,00, di cui C 20.000,00 per compenso, oltre gli
accessori di legge.

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civ. e l’omessa o contraddittoria motivazione sul punto relativo.

Roma, 19 Settembre 2013

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