Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24961 del 06/12/2016

Cassazione civile sez. II, 06/12/2016, (ud. 12/10/2016, dep. 06/12/2016), n.24961

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. BIANCHINI Bruno – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25694-2012 proposto da:

F.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, V.LE

DELLE MILIZIE 1, presso lo studio dell’avvocato ADRIANO ROSSI, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCESCO CAMERINI;

– ricorrente –

contro

R.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA A. GRAMSCI 14,

presso lo studio dell’avvocato GIAMPIERO DINACCI, che la rappresenta

e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 919/2011 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 22/09/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/10/2016 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA;

udito l’Avvocato ROSSI Adriano, difensore del ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato DINACCI Giampiero difensore del resistente che si è

riportato alle difese in atti;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per l’accoglimento ultimo

motivo e per il rigetto degli altri motivi.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 Con atto 14.8.1996 la dott.ssa R.G. convenne il coniuge separato avv. F.M. davanti al Tribunale di Teramo per ottenere lo scioglimento della comunione legale.

Il F. aderì alla domanda, ma pretese che venisse accertata l’esclusione dalla comunione di titoli e danaro, perchè collegati alla vendita di beni immobili personali.

2 L’adito Tribunale con sentenza non definitiva 30.3.2004, dichiarò, ai sensi dell’art. 191 scioglimento della comunione legale alla data dell’omologazione del verbale di separazione consensuale dei coniugi ((OMISSIS)) e condannò il convenuto a corrispondere all’attrice la metà del valore delle azioni ENI, della consistenza del conto corrente e del libretto nominativo presso la TERCAS di Teramo, per un totale di Euro 92.609,36, disponendo con separata ordinanza la prosecuzione del giudizio per la divisione dei beni mobili dichiarati compresi nella comunione ed indicati nel punto 8 del dispositivo della sentenza.

La sentenza, appellata in via principale dal F. e in via incidentale dalla R., è stata parzialmente riformata dalla Corte d’Appello di L’Aquila che, con sentenza 22.9.2011, respinta l’impugnazione principale ed in parziale accoglimento di quella incidentale, ha condannato il F. a corrispondere alla moglie l’ulteriore importo di Euro 172.157,92.

Per giungere a tale conclusione la Corte d’Appello ha osservato, per quanto ancora interessa:

che la produzione in appello della certificazione bancaria sul saldo del libretto di deposito doveva ritenersi inammissibile ai sensi dell’art. 345 c.p.c. e non poteva neppure formare oggetto di ordine di esibizione, non sussistendone le condizioni;

che con riferimento ai titoli di Stato (BOT), di ammontare pari a Euro 1.022.000.000 andava escluso dalla comunione solo l’importo di Lire 689.000.000 (costituente reimpiego di danaro proprio, derivante dalla vendita di un bene personale), mentre la differenza andava compresa nella comunione e quindi divisa i tra i coniugi.

3 La decisione è stata impugnata per cassazione dal F. con due motivi a cui resiste la R. con controricorso.

Le parti hanno depositato memorie.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1- Col primo motivo il ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., anche in relazione all’art. 1835 c.c. e art. 210 c.p.c. nonchè delle regole del giusto processo: a suo avviso, la Corte d’Appello avrebbe dovuto ritenere ammissibile la produzione in appello della dichiarazione rilasciata in data 23.4.2004 (quindi dopo la pronuncia di primo grado) dalla Banca sull’esatto ammontare del saldo contenuto nel libretto di deposito bancario (attesa la decisività e indispensabilità per porre rimedio ad un errore contenuto nella deposizione del teste escusso in primo grado) e, comunque, avrebbe dovuto ordinarne l’esibizione ai sensi dell’art. 210 c.p.c., trattandosi di un documento indispensabile.

Il motivo è privo di fondamento.

Ai fina dell’ammissibilità della produzione di nuovi documenti in appello, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., comma 3, (nel testo introdotto dalla L. n. 353 del 1990, applicabile “ratione temporis”), sono qualificabili come indispensabili soli documenti la cui necessità emerga dalla sentenza impugnata, dei quali non era apprezzabile neppure una mera utilità nel pregresso giudizio di primo grado, mentre non è ammissibile il nuovo documento che già appariva indispensabile durante lo svolgimento del giudizio primo grado e prima del formarsi delle preclusioni istruttorie, sicchè la sentenza non si potuta fondare su di esso per la negligenza della parte, che avrebbe potuto introdurlo (v. Sez. Sentenza n. 5013 del 15/03/2016 Rv. 639364; Sez. 3, Sentenza n. 7441 del 31/03/2011 (Rv. 617519; v. altresì Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3493 del 12/02/2013 Rv. 625004 e ancora Sez. 2, Sentenza n. 15091 del 2014 entrambe non massimale).

Ebbene, nel caso in esame, si rientra certamente nella ipotesi della non indispensabilità perchè la necessità della produzione di una certificazione bancaria che attestasse l’esatto importo del deposito bancario non emergeva dalla sentenza di primo grado (che invece si era basata sulle risultanze della prova testimoniale regolarmente assunta, come ammette lo stesso ricorrente a pag. 5), mentre invece già nel giudizio di primo grado certamente appariva apprezzabile la utilità di quella produzione documentale, dovendosi dimostrare da parte di uno dei condividenti l’ammontare del deposito bancario da ripartire con l’altro.

Non si vede pertanto perchè mai la parte interessata non abbia ritenuto di produrre tempestivamente quel documento davanti al Tribunale e di sollecitare così una pronuncia su di esso, preferendo invece articolare, in alternativa, una prova testimoniale rivelatasi poi, a suo dire, imprecisa.

Il giudizio di non indispensabilità formulato dalla Corte d’Appello si sottrae pertanto a censura.

Anche con riferimento all’istanza di esibizione in appello la sentenza appare giuridicamente corretta, essendosi uniformata al principio di diritto secondo cui in tema di prove, non può supplirsi all’onere di provare i fatti costitutivi della domanda con la richiesta alla controparte di esibizione di documenti (Sez. 3, Sentenza n. 20104 del 18/09/2009 Rv. 609676; Sez. L, Sentenza n. 8310 del 07/06/2002 Rv. 554977) e a quello secondo cui nel giudizio di appello l’istanza di esibizione di documenti, ai sensi dell’art. 210 c.p.c., è sottoposta agli stessi limiti di ammissibilità previsti dall’art. 345 c.p.c., comma 3, con riferimento alla produzione documentale, con la conseguenza che essa non è ammissibile in relazione a documenti la cui esibizione non sia stata richiesta nel giudizio di primo grado (Sez. 1, Sentenza n. 24414 del 19/11/2009 Rv. 610782; Sez. L, Sentenza n. 1484 del 24/01/2014 Rv. 630272).

2 Col secondo motivo si denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 179 c.c.. Secondo il ricorrente, è notorio che i titoli vengono acquistati ad una valore inferiore a quello che avranno alla scadenza e pertanto, poichè dal 1992 al 1996, il rendimento annuo era pari o superiore al 10%, è del tutto ovvio che alla data dell'(OMISSIS) il dossier costituito nel 1992 per il valore nominale di Lire 689.000.000 ammontasse complessivamente a Lire 1.022.000.000. Rileva inoltre che i titoli di Stato non producono interessi ma costituiscono un mezzo di accrescimento del capitale e dunque il rendimento non costituisce frutto, ma è il risultato dell’investimento operato.

Il motivo è infondato laddove sollecita alla Corte di Cassazione accertamenti di tipo fattuale sul valore dei titoli e sul loro rendimento annuo; esso è altresì inammissibile perchè investe questioni di diritto nuove (il fatto notorio di cui all’art. 115 c.p.c., comma 2 e la natura giuridica delle rendite prodotte dai titoli di Stato), mai sottoposte al giudice di appello (v. pag. 13 ricorso in cui è sintetizzata la posizione difensiva dell’avv. F. per resistere al terzo motivo dell’appello incidentale proposto dalla R.).

Come infatti affermato ripetutamente da questa Corte, qualora una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata nè indicata nelle conclusioni ivi epigrafate, il ricorrente che riproponga la questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale scritto difensivo o atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (tra le varie, v. sez. 1, Sentenza n. 25546 del 30/11/2006 Rv. 593077; Sez. Sentenza n. 15422 del 22/07/2005 Rv. 584872 Sez. 3, Sentenza n. 5070 del 03/03/2009 Rv. 606945).

3 Col terzo motivo, subordinato al mancato accoglimento del secondo, si denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 179 c.c., rilevandosi l’errore contenuto nel dispositivo, contenente la condanna al pagamento dell’intero e non della metà della somma.

Questa doglianza deve ritenersi, invece, fondata perchè effettivamente l’importo di Euro 177.157,92 costituiva la somma ricadente nella comunione e non certo la quota spettante alla moglie, come riconosce anche la controricorrente che, non a caso, non ha ritenuto di replicar a tale censura.

La sentenza va pertanto cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la questione può decidersi nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2:

conseguentemente, va pronunciata condanna del F. al pagamento della metà della suddetta somma.

L’esito della lite comporta la compensazione delle spese dell’intero giudizio.

PQM

rigetta i primi due motivi di ricorso; accoglie il terzo decidendo nel merito, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e pertanto condanna il ricorrente al pagamento in favore della R. della metà dell’importo di Euro 172.157,92; dichiara compensate le spese dell’intero giudizio tra le parti.

Così deciso in Roma, il 12 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2016

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