Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24935 del 15/09/2021

Cassazione civile sez. II, 15/09/2021, (ud. 28/04/2021, dep. 15/09/2021), n.24935

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 8547/2019 R.G. proposto da:

R.V., rappresentato e difeso dall’avv. Annantonia Romano,

con domicilio in Quarto, Corso Italia n. 5.

– ricorrente –

contro

F.G., rappresentato e difeso dagli avv.ti. Gerardo Maria

Cantore, e Girolamo Sarnelli, con domicilio in Napoli, alla Via

Cesario Console n. 3.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Napoli n. 5622/2019,

depositata il 5.12.2019.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 28.4.2021 dal

Consigliere Dott. Giuseppe Fortunato.

Lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del

Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha chiesto

di dichiarare inammissibile o, in subordine, di rigettare il

ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

R.V. ha convenuto in giudizio dinanzi al tribunale di Napoli V.A. e F.G., esponendo di aver posseduto da oltre un ventennio, in modo pubblico, pacifico ed ininterrotto, il compendio immobiliare sito nella locale (OMISSIS), composto da un appartamento con relative pertinenze, un deposito, un fabbricato rurale su due livelli, un appezzamento di terreno, i giardini ed una villa, e di averne – di conseguenza usucapito la proprietà.

I convenuti hanno resistito alla domanda, spiegando riconvenzionale per la condanna dell’attore al pagamento di un’indennità di occupazione.

F.G. ha chiesto inoltre il rilascio dei beni abusivamente occupati e il risarcimento del danno; in pendenza di giudizio, ha inoltre proposto un’autonoma domanda di reintegra nel possesso, definita con ordinanza di accoglimento del 25.1.2010.

Acquisita documentazione ed esaurita l’istruttoria, il tribunale ha respinto tutte le domande, compensando le spese.

La sentenza, impugnata in via principale dal R. ed in via incidentale dal F., è stata parzialmente riformata dalla Corte territoriale di Napoli.

Riguardo alla domanda di usucapione, il giudice distrettuale ha ritenuto che il R. avesse semplicemente detenuto il complesso immobiliare, avendone ottenuto la disponibilità – per affectio familiaris – da C.F., precedente affittuario, poi divenuto custode dei beni sulla base di una transazione conclusa il 29.12.1966.

Tale rapporto di custodia era poi proseguito – secondo la sentenza in virtù di un rapporto fiduciario con il titolare, che non necessitava di alcuna formalizzazione, mentre non risultava il compimento di atti di interversione.

La Corte ha osservato che anche la sentenza del tribunale di Napoli n. 8702/2013, passata in giudicata, resa a definizione della causa possessoria, aveva riconosciuto nel ricorrente un mero detentore del compendio immobiliare ed inoltre che il R. si era dichiarato custode dei beni all’atto di ricevere la notifica di un’ordinanza di sicurezza del 20.3.2007 ed aveva consentito al proprietario e ai tecnici di accedere all’immobile per effettuare le valutazioni in vista della vendita del complesso, assistendo alle trattative senza avanzare alcuna pretesa. Dagli elementi acquisiti in istruttoria era anche emerso che il F. aveva ottenuto il possesso dei beni dal V..

Il giudice distrettuale, ritenuto sussistente il vizio di omessa pronuncia da parte del tribunale, ha ordinato il rilascio dell’alloggio del custode, osservando che il R. non aveva titolo a permanere nella detenzione del bene. Quanto alla domanda di risarcimento del danno da occupazione abusiva, ha escluso che vi fosse prova della durata del periodo di detenzione, rilevando che il resistente si era dichiarato disponibile a regolarizzare la posizione del custode.

Per la cassazione della sentenza R.V. ha proposto ricorso in otto motivi, illustrati con memoria.

F.G. resiste con controricorso e con memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo censura la violazione degli artt. 1140,1141,1164 c.c. e l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5. La Corte d’appello avrebbe erroneamente escluso il compimento di atti di interversione nel possesso, benché sin dal 1984 il R. avesse apportato rilevanti modifiche all’immobile, realizzando vani aggiuntivi, interni ed esterni, opere di contenimento, recinzioni, aperture di vedute, nuove pareti, lucernai e pluviali, il rifacimento degli intonaci, la manutenzione e sostituzione degli impianti essenziali e sostenuto spese di manutenzione straordinaria alle parti comuni dopo la costituzione del condominio.

Il motivo è inammissibile.

Non è più denunciabile in cassazione l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, trovando applicazione, in base alla data di deposito della decisione impugnata, il nuovo testo della norma, introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito con L. n. 134 del 2012, che contempla un vizio del tutto autonomo, consistente nell’omesso esame di un fatto oggettivo, inteso come specifico accadimento oggettivo, risultante dalla sentenza o dagli atti processuali (Cass. s.u. 8053/2014). Il vizio di motivazione assume rilievo quale violazione di legge costituzionalmente rilevante ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in ipotesi tassative (“mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, “motivazione apparente” o “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili, “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”: Cass. s.u. 8053/2014), nessuna delle quali ricorrente in concreto.

1.1. La sentenza, oltre a porre in rilievo che il R. aveva ottenuto la disponibilità del bene in virtù dell’affectio familiaris con il precedente detentore, poi divenuto custode, e che successivamente – tale detenzione era proseguita in virtù di un rapporto fiduciario con il titolare (cfr. sentenza, pag. 10), ha ritenuto che il possesso fosse escluso soprattutto dal compimento di condotte chiaramente denotanti il riconoscimento del prevalente diritto dei titolari, sia per essersi il R. dichiarato custode all’atto di ricevere la notifica di un ordinanza di sicurezza, sia – soprattutto – per aver consentito ai proprietari di accedere all’immobile per valutare il compendio in vista di una successiva vendita, assistendo alle trattative senza avanzare alcuna pretesa.

Nel contesto di tali emergenze processuali, la realizzazione di modifiche all’immobile – anche rilevanti – non poteva di per sé esteriorizzare l’esercizio di un potere pieno, in opposizione alle ragioni del proprietario, tale che questi potesse rendersi conto che il detentore aveva cessato di esercitare il potere di fatto sulla cosa in nome altrui ed aveva iniziato ad esercitarlo esclusivamente in nome proprio.

La condiscendenza mostrata in tali occasioni dal ricorrente era invece coerente con la mera detenzione (o con il godimento con finalità di custodia), ossia con una situazione di vantaggio che, per quanto protrattasi nel tempo, rivelava l’assenza dell’elemento soggettivo del possesso: nessuna opposizione o rivendicazione era stata avanzata dal R. in occasione dell’esercizio – da parte dei titolari – di quei poteri dispositivi che tipicamente connotano il contenuto delle facoltà dominicali.

Non potrebbe comunque imputarsi alla Corte di aver omesso di considerare le molteplici modifiche apportate all’immobile quali attività idonee a mutare la detenzione in possesso, avendo la sentenza ha risolto le questioni in fatto in modo conforme alla pronuncia di primo grado (cfr. doppia conforme), restando esclusa, ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c., u.c., la deducibilità in cassazione della violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo attualmente vigente.

2. Il secondo motivo denuncia la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, artt. 669,703 c.p.c., art. 1158 c.c., nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, contestando alla Corte distrettuale di aver ritenuto vincolanti il giudicato possessorio e le valutazioni dei titoli e delle prove effettuata dal giudice della causa introdotta con azione di reintegra in possesso. Si assume inoltre che detto giudicato era intervenuto solo nel 2013, allorquando era già maturata l’usucapione.

Il motivo è infondato.

Sebbene la Corte distrettuale abbia espressamente dato atto della formazione del giudicato possessorio, riconoscendo incidentalmente l’incontestabilità dei relativi accertamenti (cfr. sentenza, pag. 8), ha però proceduto ad un nuovo esame delle risultanze documentali e delle prove orali, evidenziando che i documenti prodotti nel giudizio per reintegra in possesso erano stati depositati anche in sede petitoria e che la stessa prova testimoniale era stata espletata anche nel presente giudizio (cfr., sentenza pagg. 7 e 8).

Il Collegio giudicante ha – dunque – vagliato autonomamente ed in modo critico le risultanze processuali acquisite, dando specificamente conto delle ragioni che escludevano la maturazione dell’usucapione.

Nessun rilievo assume il fatto che entrambi giudizi abbiano condotto ad una conforme qualificazione del potere di fatto in termini di mera detenzione.

3. Il terzo motivo denuncia la violazione degli artt. 1140,1141,1146,1803,1811 c.c., art. 115 c.p.c., L. n. 392 del 1978, art. 6 e l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Si sostiene che il R. non era succeduto nella detenzione facente capo a C.F., custode del complesso immobiliare, non essendo né erede, né convivente del precedente detentore ed essendosi trasferito presso l’immobile solo anni dopo la morte del custode. Inoltre, poiché alla morte del comodatario, il rapporto di detenzione non si trasmette agli eredi, il potere di fatto esercitato dopo il decesso del C. doveva necessariamente qualificarsi come possesso ad usucapionem.

Il motivo è inammissibile per difetto di pertinenza.

La pronuncia, lungi dal dichiarare che il ricorrente fosse subentrato nella posizione del precedente detentore per successione mortis causa o in virtù della pregressa coabitazione, ha evidenziato che il R. aveva inizialmente ottenuto la disponibilità del bene in virtù dei legami di parentela con il custode – C.F. – e che tale rapporto di servizio era proseguito in virtù di un accordo non formalizzato, di natura fiduciaria con il titolare (cfr. sentenza, pag. 10)

L’uso del bene da parte del C. trovava – invece – titolo nella transazione del 29.12.1966, con cui, risolto il precedente rapporto di conduzione agraria, gli era stata conferita la custodia del complesso immobiliare, mentre la “relazione di servizio, originata in fatto dall’abitudine del V., precedente proprietario, di avvalersi delle prestazioni dell’antico affittuario, era continuata con il nipote, per cui, per potersi tramutare in possesso, necessitava dell’interversione” (cfr. sentenza, pag. 11).

La detenzione, sorta in virtù di un atto di concessione del precedente custode, era rimasta tale anche in prosieguo: il legame di parentela tra il ricorrente ed il C., avendo dato causa all’apprensione dei beni, aveva contestualmente circoscritto le facoltà di utilizzo, da parte del ricorrente, entro limiti compatibili con il rapporto di custodia già essere e poi proseguito con il consenso del titolare, confermandosi – anche sotto tale aspetto – non un possesso pieno, ma una mera detenzione, insuscettibile di dar luogo all’acquisto della proprietà a titolo originario in mancanza di interversione.

4. Il quarto motivo deduce la violazione degli artt. 1140,1141,1144,1158,1165,2943 c.c. e l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, asserendo che, poiché V.A., nel proporre la domanda di indennità per l’occupazione, aveva sostenuto che il R. era un mero detentore sine titulo, la sussistenza del rapporto di custodia era esclusa dalle stesse allegazioni di parte, sicché il potere di fatto non poteva che qualificarsi come possesso pieno, anche per il fatto che nessun subentro nel rapporto poteva essere intervenuto tra il V. ed il F. e che quest’ultimo si era dichiarato disponibile a regolarizzare il rapporto con il ricorrente.

In merito al possesso dei beni da parte del titolare, la Corte di merito avrebbe erroneamente ritenuto che questi avesse eseguito la manutenzione dei pini secolari in ottemperanza all’ordinanza di sicurezza del 2007, lavori che invece erano stati effettuati in proprio dal R..

Quanto poi al fatto che quest’ultimo avesse passivamente assistito alle trattative della vendita del complesso senza avanzare alcuna richiesta, occorreva considerare che detta attività era stata del tutto occasionale e perciò inidonea ad interrompere il possesso, interruzione che non poteva scaturire neppure dai propositi di vendita manifestati dal proprietario, non avendo infine rilievo la consapevolezza in capo al possessore dell’altruità del bene, esternata in occasione dell’accesso del titolare presso l’immobile.

Il quinto motivo deduce la violazione degli artt. 1140,1141 e 1158 c.c. e l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5. La sentenza sarebbe il frutto di una lettura parziale delle dichiarazioni rese dal ricorrente nel giudizio possessorio, non avendo questi mai compiuto alcun riconoscimento dell’altrui diritto di proprietà. Non era inoltre dimostrato che il potere di fatto fosse scaturito da un atto permissivo dei titolari e comunque l’animus possidendi doveva ritenersi sussistente benché il possessore fosse consapevole dell’altruità degli immobili.

La Corte territoriale avrebbe erroneamente interpretato il contenuto della notifica dell’ordinanza comunale di sicurezza, che non conteneva alcuna ammissione circa la sussistenza di mero rapporto di custodia, non rispondendo al vero neppure che l’ordinanza di sicurezza fosse stata poi consegnata al F. o che gli interventi sui pini fossero stati eseguiti da resistente.

Per contro, le deposizioni dei tesi Vi. e P. comprovavano l’esercizio pacifico, continuo e pubblico del possesso, il compimento di rilevanti modifiche all’immobile, la recinzione dei beni e – quindi possesso utile all’usucapione per tutto il tempo previsto dalla legge.

I due motivi, che – per la loro stretta connessione – vanno esaminati congiuntamente, sono inammissibili.

Le censure si risolvono in una diversa lettura delle risultanze processuali riguardo al prospettato esercizio di un possesso pieno, avente i requisiti per la maturazione dell’usucapione, situazione che la Corte distrettuale ha motivatamente escluso alla luce delle vicende che avevano dato luogo all’acquisto della disponibilità materiale del complesso da parte del ricorrente (frutto dei rapporti di parentela con l’originario detentore), della prosecuzione della custodia in base ad un accordo non formalizzato con i titolari e delle modalità di estrinsecazione, da parte di questi ultimi, di poteri dominicali in costanza di rapporto, come risultanti non solo dalle vicende scaturite dalla notifica dell’ordinanza di sicurezza del 2007 o dalle ammissioni rese dal R. nel giudizio possessorio, ma principalmente dall’insieme delle sollecitazioni rivolte dal V., precedente proprietario del compendio, al R. affinché procedesse alla cura dei beni e dalle vicende riguardanti le trattative per la vendita del complesso.

Ad ogni modo, la proposizione dell’azione di rilascio per occupazione abusiva non si poneva in inconciliabile contrasto con l’iniziale esistenza di un potere di fatto fondato su un titolo di natura personale.

Il protrarsi dell’occupazione dopo la scadenza del rapporto di detenzione – determinata dall’opposizione del titolare – non era evenienza tale da comportare neppure la trasformazione dell’originaria detenzione in possesso, in mancanza di idonee attività materiali di opposizione, specificamente rivolte contro il proprietario-possessore, non essendo sufficienti né il prolungarsi della detenzione, né il compimento di atti corrispondenti all’esercizio del possesso, che di per sé palesavano unicamente un abuso della situazione di vantaggio determinata dalla materiale disponibilità del bene (Cass. 23627/206; Cass. 2392/2009).

Nella descritta situazione di fatto, il taglio dei pini secolari e l’ottemperanza all’ordinanza comunale di messa in sicurezza erano del tutto compatibili con l’esercizio della detenzione, una volta accertato in fatto l’esercizio dei tipici poteri domenicali, esplicitato non nel generico proposito di vendere il bene, ma in attività denotanti il permanere del possesso in capo al proprietario, tradottesi in una specifica ingerenza sui beni e nella sfera del detentore.

Tutt’altro che decisivo era poi l’esito delle prove testimoniali che, per come trascritte in ricorso, davano conto dell’esercizio del potere di fatto, senza nulla aggiungere ai fini di una sua diversa qualificazione giuridica.

In ogni caso, competeva al giudice di merito stabilire la natura del potere esercitato, con apprezzamento delle risultanze processuali non censurabile sotto i profili sollevati in ricorso (Cass. 356/2017; Cass. 5211/2016; Cass. 11410/2010). Ed invero, l’eccepita violazione di legge postula un errore di individuazione della norma applicabile o di riconduzione del caso concreto all’ipotesi contemplata dalla norma e non è invocabile per far emergere – come propone, in sostanza, il ricorrente – un’errata ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa (Cass. 22912/2012; Cass. 18782/2005; Cass. 15499/2004; Cass. Cass. 11936/2003).

5. Il sesto motivo denuncia la violazione dell’art. 1144 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, imputando alla Corte territoriale di aver ritenuto applicabile la disciplina degli atti di tolleranza nei rapporti tra detentori e per aver trascurato che il lungo protrarsi del potere esercitato sui beni era elemento che deponeva per la sussistenza del possesso ad usucapionem.

Il motivo è infondato.

Al di là della correttezza del richiamo ai precedenti questa Corte circa la rilevanza e l’ambito applicativo degli atti di tolleranza ex art. 1144 c.c., l’insussistenza, anche sotto il profilo soggettivo, del possesso utile all’usucapione è stata correttamente desunta dalle modalità con cui il R. aveva ottenuto la disponibilità del bene da parte dell’originario detentore, evidenziando le ragioni di affectio familiaris che ne erano all’origine e il riconoscimento del potere dominicale facente capo ai titolari, palesato successivamente dal ricorrente.

Quanto poi alla presunzione che dovrebbe derivare dal lungo esercizio del possesso, l’apprezzamento di tale circostanza è riservata al giudice di merito e le valutazioni espresse in proposito appaiono logicamente fondate sul riscontro del protrarsi di una situazione di mera detenzione.

Questa Corte ha peraltro già precisato che, se al fine di stabilire se la relazione di fatto con il bene costituisca una situazione di possesso ovvero di semplice detenzione, assume rilievo la circostanza che l’attività svolta sul bene abbia avuto durata non transitoria e sia stata di non modesta entità, tale presunzione non è invocabile nel caso in cui la suddetta relazione di fatto si fondi – come nel caso in esame – su rapporti caratterizzati da vincoli particolari tra le parti (Cass. 17880/2019; Cass. 9661/2006).

6. Il settimo motivo deduce la violazione dell’art. 112 c.p.c. e art. 1803 c.c., nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Si espone che, contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte di merito, il tribunale non aveva omesso di pronunciare sulla richiesta di rilascio dell’alloggio del custode, avendo anzi escluso la stessa occupazione abusiva dell’immobile sia in sentenza, che in una successiva ordinanza di correzione di errore materiale.

La pretesa al rilascio non era comunque sorretta da alcun titolo, non potendo il F. avvalersi del rogito di acquisto – nel quale si dava conto dell’occupazione dell’alloggio – di cui non era stato parte il ricorrente. Infine, non essendovi alcun rapporto fiduciario, le richieste di restituzione dei beni da parte del titolare non giustificavano l’ordine di rilascio.

Anche tale censura è infondata.

La sussistenza del vizio di omissione di pronuncia è stata ravvisata dalla Corte distrettuale con riferimento alla richiesta di rilascio dell’alloggio del portiere, sul rilievo che il tribunale aveva dato atto dell’avvenuta reintegra nel possesso in favore del F. in attuazione dell’ordinanza interdittale del 25.10.2010, non avvedendosi però che dall’ordine di reintegra era escluso proprio l’alloggio controverso, per il quale il resistente aveva formulato riserva di azione separata.

In ogni caso, la domanda di rilascio era stata reiterata anche in secondo grado, sull’assunto che il R. continuava ad occupare illegittimamente l’alloggio (come si evince dalla complessiva esposizione del motivi di impugnazione di cui a pag. 13 della sentenza), sicché il giudice distrettuale era tenuto ad esaminarla nel merito a prescindere dalla sussistenza di un’omessa pronuncia da parte del tribunale.

Legittimamente la sentenza ha – quindi – posto in rilievo che anche per l’alloggio del portiere si configurava una situazione di mera detenzione, essendo il bene funzionale allo svolgimento del servizio di guardiania, e che il rapporto era venuto meno per intervenuta opposizione del titolare, senza che il R. potesse invocare alcun diritto a permanere nell’immobile.

Il F., già acquirente dei 3/4 del compendio immobiliare, aveva manifestato l’intenzione di riconoscere qualcosa al detentore, ma senza desistere dal proposito di ottenere il rilascio, invocato, peraltro, legittimamente anche in forza del titolo di acquisto della restante quota del complesso.

La Corte di merito ha poi ritenuto provata l’occupazione abusiva in base a quanto dedotto dallo stesso ricorrente (che, rivendicando l’usucapione del compendio, aveva – secondo la pronuncia ammesso di esserne ancora in possesso), e a causa della successiva caducazione del titolo, determinata dall’opposizione del proprietario (cfr. sentenza, pag. 13 e 14).

7. L’ottavo motivo denuncia la violazione dell’art. 409 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver la sentenza dichiarato la cessazione del rapporto di guardiania e ordinato la restituzione dell’alloggio, pur trattandosi di questioni rientranti nella competenza del giudice del lavoro.

La censura è inammissibile, sollevando una questione nuova, non discussa nei gradi di merito, fermo – comunque – che, a seguito dell’istituzione del giudice unico di primo grado, nei rapporti tra giudice del lavoro e tribunale ordinario non si profila una questione di competenza, ma solo un problema di osservanza dei criteri di assegnazione degli affari all’interno del medesimo ufficio giudiziario (Cass. 20494/2009; Cass. 26976/2013; Cass. 8905/2015).

Il ricorso è quindi respinto, con regolazione delle spese con liquidazione in dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 6p00,00 per onorario, oltre ad iva, c.p.a. e rimborso forfettario delle spese generali in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 28 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2021

 

 

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