Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24933 del 25/11/2011

Cassazione civile sez. trib., 25/11/2011, (ud. 04/10/2011, dep. 25/11/2011), n.24933

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ALONZO Michele – Presidente –

Dott. BOGNANNI Salvatore – Consigliere –

Dott. VIRGILIO Biagio – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

ANICAFLASH SRL in persona dell’Amministratore Unico pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA TEMBIEN 15, presso lo studio

dell’avvocato MUSTO FLAVIO MARIA, che lo rappresenta e difende,

giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI ROMA (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 73/2006 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 19/04/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/10/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO VALITUTTI;

udito per il ricorrente l’Avvocato MUSTO, che ha chiesto

l’accoglimento;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

1. Con sentenza n. 73/01/06, depositata il 19.4.06, la Commissione Tributaria Regionale del Lazio accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate – Ufficio di Roma (OMISSIS) avverso la decisione di primo grado, con la quale era stato accolto il ricorso proposto dalla Anicaflash s.r.l. nei confronti dell’avviso di accertamento, relativo all’IRPEG ed all’ILOR per l’esercizio chiuso al 30.6.1993.

2. La CTR riteneva, invero, non dimostrata l’effettiva esistenza dei costi dedotti dall’impresa nell’esercizio in questione, non risultando gli stessi comprovati dalla società contribuente con la produzione dalle relative fatture, ma esclusivamente mediante l’allegazione dei contratti per operazioni di pubblicità, costituenti, a parere del giudice di appello, solo l’impegno all’adempimento delle obbligazioni con essi assunte.

3. Per la cassazione della sentenza n. 73/01/06 ha proposto ricorso la Anicaflash s.r.l., articolando un unico motivo, ai quali l’amministrazione intimata ha replicato con controricorso. La ricorrente ha presentato memoria ex art. 378 c.p.c.

Diritto

1. Con l’unico motivo di ricorso, l’Anicaflash s.r.l. deduce la violazione e falsa applicazione DEL D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, artt. 75 e 55 (nel testo applicabile alla fattispecie ratione temporis), in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

1.1. Osserva, invero, la ricorrente che la CTR avrebbe errato nel ritenere che l’effettiva esistenza dei costi afferenti l’esercizio andasse provata mediante l’emissione di regolare fattura, non essendo sufficiente l’allegazione dei relativi contratti, costituendo questi ultimi solo un impegno all’esecuzione delle obbligazioni in essi pattuite.

A parere della Anicaflash s.r.l., infatti, la normativa in materia di imposte sui redditi non prevede collegamento alcuno tra la deducibilità dei costi e il ricevimento delle relative fatture, essendo queste ultime finalizzate esclusivamente allo scopo di adempiere un onere previsto ed imposto dalla sola normativa IVA, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972.

Per contro, per la deducibilita dei costi ai fini IRPEG ed ILOR, il D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75 (nel testo temporalmente applicabile al caso di specie) darebbe esclusivamente rilevanza all’inerenza dei costi al ciclo produttivo nell’esercizio di competenza, desumibile dai contratti stipulati in tale esercizio, di per sè idonei, ad avviso della contribuente, a dimostrare l’effettività dei costi stessi, a prescindere dall’acquisizione delle relative fatture.

Di qui la censura in diritto mossa dalla Anicaflash avverso la decisione di secondo grado, con la quale sono state recepite e condivise le motivazioni contenute nell’atto impositivo, contestato dalla contribuente. 2. Il motivo è infondato e va disatteso.

2.1. Ed invero, secondo il costante insegnamento di questa Corte, in tema di accertamento delle imposte sui redditi ed in merito alla deducibilità di costi di impresa, l’onere della prova circa l’esistenza ed inerenza di detti componenti negativi del reddito incombe sul contribuente.

Se, infatti, l’abrogazione, operata dal D.P.R. n. 695 del 1996, art. 5 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75, comma 6 – che precludeva la prova dell’esistenza di costi non registrati nelle scritture contabili – ha comportato un ampliamento del regime probatorio di tali costi, la cui prova può essere fornita anche con mezzi diversi dalle scritture contabili, la nuova disciplina – applicabile anche ai procedimenti pendenti alla data della sua entrata in vigore (Cass. 10090/02, Cass. 9917/08) – non ha, invece, in alcun modo attenuato la regola sulla ripartizione dell’onere della prova, che resta pur sempre a carico del contribuente (Cass. 4218/06, 16115/07, 3305/09, 1147/10).

2.2. Va rilevato, tuttavia, che il più ampio regime della prova dei costi, che – ai fini della loro deducibilità – può essere, come detto, desumibile anche da risultanze diverse dalle scritture contabili, implica, tuttavia, pur sempre che tale dimostrazione, che il contribuente è tenuto a fornire, sia fondata su elementi certi e precisi, come prescritto dal D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75, comma 4 (Cass. 4218/06, 1147/10).

Osserva, per vero, la Corte che la complessiva prescrizione di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75 (nel testo previgente) evidenzia che anche per le spese e gli altri componenti negativi “dei quali non sia ancora certa l’esistenza o determinabile in modo obiettivo l’ammontare”, il legislatore considera come “esercizio di competenza” quello in cui nasce e si forma il titolo giuridico che costituisce la fonte di ciascuna di tali voci del reddito.

Nella norma in esame, invero, il legislatore si limita soltanto a prevedere una deroga al principio della competenza, laddove consente la deducibilità di dette particolari spese e componenti negative nel diverso esercizio nel quale si raggiunge la certezza della loro esistenza, ovvero la determinabilità, in modo obiettivo, del relativo ammontare (cfr. Cass. 10988/07, 17395/10).

2.3. E tuttavia, l’indeterminabilità delle componenti negative del reddito d’impresa, che consente al contribuente ai sensi del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75, di derogare al principio generale per cui le suddette componenti vanno imputate all’esercizio di competenza, sussiste, non già per il solo fatto che il creditore del contribuente non abbia quantificato la propria pretesa, o non abbia emesso la fattura per le prestazioni erogate, ma solo quando tale quantificazione sia stata, in concreto impedita da circostanze obiettive. Ed è chiaro che l’indicazione e la dimostrazione di tali circostanze cede a carico del contribuente, sul quale – come dianzi detto – incombe l’onere di fornire la prova della certezza e determinabilità delle componenti negative del reddito di impresa (Cass. 16819/07, 17395/10).

In altri termini, la deducibilità delle spese e dei costi in un determinato esercizio, anche diverso da quello di competenza, postula pur sempre la prova, da parte del contribuente, della loro esistenza e del relativo ammontare, desumibile da elementi certi, non essendo sufficiente, a tal fine, l’allegazione della mancata emissione della fattura da parte del creditore, ovvero della mancata quantificazione della propria pretesa da parte del medesimo.

2.4. Nel caso di specie, dall’impugnata sentenza si evince che la Guardia di Finanza, nel corso di un’ispezione effettuata presso l’Anicaflash s.r.l. aveva constatato l’esistenza di numerosi contratti per operazioni di pubblicità, “per i quali rispetto ai costi esposti erano poi stati fatturati dai fornitori importi minori”. Il che aveva indotto l’Ufficio a ritenere non provata l’esistenza di detti costi, in difetto dell’allegazione della relativa fattura da parte della contribuente, atteso che i menzionati contratti pubblicitari potevano costituire, al più, dei meri impegni all’adempimento delle obbligazioni con esso assunte.

Con la conseguente impossibilità di dedurre – come aveva, invece, fatto la Anicaflash s.r.l. – tali componenti negative del reddito di impresa nell’esercizio chiuso al 30.6.93, attesa la mancata allegazione, da parte della contribuente, di elementi dai quali desumere la certezza e determinabilità dei costi, con riferimento proprio a quello specifico esercizio.

E le conclusioni cui è pervenuta l’amministrazione sono state, poi, pienamente condivise dalla CTR, che ha accolto il gravame proposto dall’Ufficio avverso la decisione di prime cure, favorevole alla società contribuente.

3. La decisione di appello – a giudizio della Corte – è del tutto corretta e non merita censura alcuna.

3.1. Da quanto suesposto in ordine ai requisiti per la deducibilità dei costi in un determinato esercizio – anche diverso da quello di competenza – ed, in particolare, in relazione all’onere della prova circa l’esistenza e l’inerenza di tali componenti negative del reddito, discende, infatti, con riferimento ai costi che derivano – come nella specie – da contratti aventi ad oggetto prestazioni di servizi, che essi sono deducibili nell’esercizio corrispondente al momento nel quale il contratto è eseguito, ai sensi del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75, comma 2, lett. f e b) e comma 4 (cfr.

Cass. 9539/11).

Ed è di chiara evidenza che l’esecuzione del contratto non può che essere comprovata dalla fattura, costituente – secondo l’insegnamento costante di questa Corte – un atto giuridico a contenuto partecipativo, avente la precipua finalità di far risultare documentalmente elementi relativi proprio alla fase di esecuzione di un contratto, consistendo la medesima nella dichiarazione, indirizzata all’altra parte, di fatti concernenti un rapporto già costituito tra i soggetti interessati (v., ex plurimis, Cass. 9593/04, 13651/06, 15383/10).

3.2. Per tutte le ragioni che precedono, pertanto, deve ritenersi – ad avviso della Corte – che la mera allegazione dei contratti di pubblicità, da parte della Anicaflash s.r.l., a presunta prova dei costi inerenti la produzione del reddito nell’esercizio conclusosi al 30.6.93, non sia sufficiente ad integrare, in assenza delle relative fatture, quegli elementi certi e precisi dai quali si possa dedurre l’esistenza e l’inerenza di siffatti componenti negativi del reddito, ai fini della loro deducibilità nell’esercizio in considerazione.

4. Ne discende che il ricorso proposto dall’Anicaflash s.r.l. deve essere rigettato, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, nella misura di cui in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione; rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dall’intimata nel presente giudizio, che liquida in Euro 3.000,00, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Tributaria, il 4 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2011

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