Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2493 del 31/01/2017


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Cassazione civile, sez. I, 31/01/2017, (ud. 24/11/2016, dep.31/01/2017),  n. 2493

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 9771-2012 proposto da:

B.A., B.F., S.A., B.D.,

elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZA A. CAPPONI 16, presso

l’avvocato CARLO CERMIGNANI, che li rappresenta e difende unitamente

agli avvocati GAETANO BARONE, GUGLIELMO BARONE, giusta procura a

margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

ITALFONDIARIO S.P.A., (che ha incorporato CASTELLO GESTIONE CREDITI

S.R.L.), nella qualità di mandataria di INTESA SANPAOLO S.P.A.

(nuova denominazione a seguito di fusione per incorporazione del

SANPAOLO IMI S.P.A. in BANCA INTESA S.P.A.), nonchè di mandataria

di CASTELLO FINANCE S.R.L., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DI VILLA GRAZIOLI

15, presso l’avvocato BENEDETTO GARGANI, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato GUIDO GARGANI, giusta procura a

margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 951/2011 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 05/07/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/11/2016 dal Consigliere Dott. MAURO DI MARZIO;

udito, per i ricorrenti, l’Avvocato C. CERMIGNANI che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito, per la controricorrente, l’Avvocato R. CATALANO, con delega,

che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI Francesca, che ha concluso per l’inammissibilità, in

subordine rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

p. 1. – B.A., S.A.M., B.F. e B.D., hanno proposto opposizione, unitamente a Eurcom S.r.l., contro il decreto con cui il Tribunale di Ragusa aveva loro ingiunto il pagamento, in favore della Banca Commerciale Italiana S.p.A., dell’importo di Lire 90.859.168, oltre accessori, in forza di due vaglia cambiari dell’importo di Lire 55.500.000 ciascuno, emessi da Eurcom S.r.l. e dagli stessi B. e S. avallati.

A sostegno dell’opposizione i B. e la S. sostennero che tali titoli erano stati emessi a garanzia del debito maturato a carico della società, della quale essi erano fideiussori, quale saldo passivo di un conto corrente bancario con apertura di credito, lamentando, per quanto rileva: a) la nullità parziale del menzionato rapporto bancario sia per illegittima capitalizzazione degli interessi passivi, sia per l’applicazione della commissione di massimo scoperto; b) l’inesistenza di un patto scritto di interessi ultralegali; c) l’invalidità delle fideiussioni in ragione della misura dell’importo massimo garantito a fronte del credito affidato; d) la risoluzione dei rapporti fideiussori in ragione di plurimi inadempimenti addebitati alla banca.

p. 2. – Nel contraddittorio con la Banca Commerciale Italiana S.p.A., che ha resistito alla domanda, il Tribunale di Ragusa, con sentenza del 23 dicembre 2005 ha respinto l’opposizione.

p. 3 – La sentenza è stata appellata dai B. e dalla S., ma l’impugnazione, alla quale ha resistito Castello Gestione Crediti S.r.l., quale procuratore di Banca Intesa S.p.A., già Banca Commerciale Italiana S.p.A., è stata respinta dalla Corte d’appello di Catania con sentenza del 5 luglio 2011.

La Corte territoriale, per quanto rileva, ha condiviso il giudizio del Tribunale il quale aveva ritenuto, sulla base di un documento prodotto dalla banca datato 10 giugno 1999, che l’avallo prestato dagli odierni ricorrenti fosse volto a garantire non già l’obbligazione nascente dal rapporto fideiussorio, bensì l’obbligazione cambiaria dell’emittente debitrice principale Eurcom S.r.l., allo scopo di rafforzare la posizione del creditore, così da affrancare la garanzia da ogni possibile limitazione altrimenti concernente l’obbligazione fideiussoria, con l’ulteriore conseguenza che i B. e la S. non potevano formulare eccezioni concernenti il rapporto di conto corrente bancario.

p. 4. – Contro la sentenza B.A., S.A.M., B.F. e B.D. hanno proposto ricorso per cassazione per due motivi illustrati da memoria.

Italfondiario S.p.A., quale mandataria di Intesa Sanpaolo S.p.A. nonchè di Castello Finance S.r.l., ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

5. – Il ricorso contiene due motivi.

5.1. – Il primo motivo è rubricato: “Omessa (apparente) e/o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5”.

Sostengono ricorrenti che la Corte d’appello si sarebbe in buona sostanza limitata a copiare integralmente la motivazione della decisione del Tribunale, omettendo di prendere posizione sui motivi di impugnazione da essi spiegati.

p. 5.2. – Il secondo motivo è rubricato: “Omesso o insufficiente esame di un elemento decisivo della controversia con riferimento all’art. 360 c.p.c., numero 5; omessa motivazione su un elemento decisivo della controversia sempre con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5; violazione o falsa applicazione degli artt. 1362 e 1363 c.c. con riferimento all’art. 360, n. 3”.

Secondo i ricorrenti la Corte d’appello avrebbe omesso di esaminare adeguatamente ed avrebbe in ogni caso travisato il significato della lettera del 1 giugno 1999 sulla base della quale il Tribunale, con la decisione confermata in sede di impugnazione, aveva respinto l’opposizione a decreto ingiuntivo.

p. 6. – Il ricorso va respinto.

p. 6.1. – Il primo motivo è infondato.

Questa Corte ha più volte avuto modo di affermare che la motivazione della sentenza d’appello può anche risolversi nel recepimento degli argomenti della sentenza di primo grado, purchè non manchi di esaminare le doglianze sollevate contro di essi. In tal senso si trova ribadito che la sentenza di appello deve dare conto delle ragioni della conferma e della riforma in relazione ai motivi di impugnazione proposti dalle parti, anche nel caso in cui il giudice d’appello faccia proprie le motivazione del primo giudice. Non è perciò necessariamente illegittima la motivazione per relationem, sempre che essa non sia mancante del necessario supporto critico rivolto contro i motivi di impugnazione spiegati.

E’ stato così stabilito che la motivazione della sentenza d’appello è sufficiente anche se in essa si richiamino le argomentazioni contenute nella sentenza di primo grado, purchè vi si tenga conto dei motivi di gravame e delle argomentazioni difensive non confutate già dal primo giudice (Cass. 15 dicembre 1978, n. 6007; Cass. 20 febbraio 1978, n. 832). E si è in seguito precisato che il giudice d’appello, pur potendo far proprie le argomentazioni addotte dal giudice di primo grado, non può limitarsi a richiamarle genericamente riportandosi al contenuto della decisione impugnata, ma deve esprimere le ragioni della conferma della pronunzia in relazione ai motivi d’impugnazione proposti dalle parti. La motivazione per relationem è consentita solo quando dalla interpretazione complessiva della sentenza sia possibile desumere che il giudice dell’impugnazione non si sia limitato a riprodurre pedissequamente e acriticamente i motivi della sentenza di primo grado, ma abbia mostrato di farli propri e di tenere in debita considerazione i motivi d’impugnazione (Cass. 9 febbraio 1987, n. 1382; Cass. 6 agosto 1990, n. 7899; Cass. 9 dicembre 1995, n. 12632; Cass. 12 maggio 2000, n. 6085; Cass. 15 giugno 2006, n. 13804).

Nel caso di specie la doglianza avanzata dagli odierni ricorrenti risulta priva di fondamento, dal momento che la Corte d’appello, lungi dal limitarsi ad un acritico recepimento della motivazione del primo giudice, recepimento indifferente ai motivi di impugnazione spiegati dagli appellanti, ha debitamente dato conto del motivo proposto, con il quale essi avevano lamentato che il Tribunale avesse escluso che, quali avallanti, potessero far valere le eccezioni fondate su un rapporto di fideiussione comprovato in atti (pagina 6-7 della sentenza).

Dopo di che la stessa Corte d’appello ha del tutto legittimamente condiviso l’avviso espresso dal Tribunale, secondo cui la lettera del 1 giugno 1999 inviata da Eurcom S.r.l. alla banca dimostrava che l’emissione dei vaglia cambiari da parte sua aveva dato luogo al sorgere di un nuovo rapporto rispetto a quello stipulato con il contratto di conto corrente con apertura di credito e che il rapporto cartolare sorto con l’avallo era diretto a garantire l’obbligazione cambiaria, non potendo pertanto essere considerato quale semplice proiezione dell’obbligazione fideiussoria precedentemente assunta.

A tal riguardo la sentenza impugnata ha precisato che dal tenore testuale della citata lettera del 1 giugno 1999, raccordata con gli ulteriori documenti prodotti, emergeva che gli opponenti in primo grado, ognuno per quanto di ragione, nel dare atto che il credito della Banca era liquido ed esigibile per avere quest’ultima revocato i fidi ed invitato all’immediato rimborso di ogni avere, e nel richiedere una dilazione graduale del pagamento, a prescindere dalle formule usate, le quali a fronte del contenuto del documento apparivano di mero stile, avevano espressamente dato vita ad una nuova e diversa obbligazione rispetto a quella nascente dal contratto di conto corrente, prevedendo espressamente non solo diversi termini di pagamento, ma, soprattutto, nuove condizioni contrattuali quali il riconoscimento sull’importo del debito di interessi nella misura dell’8,505, c.m.s. e capitalizzazione trimestrale.

Si tratta di una motivazione senz’altro sufficiente a rispondere alla censura spiegata, alla luce dei principi di diritto poc’anzi rammentati.

6.2. – Il secondo composito motivo, con il quale è simultaneamente denunciato un vizio motivazionale ed una violazione di legge, è inammissibile.

Quanto al difetto di motivazione occorre in generale rammentare che è inammissibile la revisione del ragionamento decisorio del giudice, non potendo mai la Corte di cassazione procedere ad un’autonoma valutazione delle risultanze degli atti di causa (Cass. n. 91/2014; Cass. S.U., n. 24148/2013; Cass. n. 5024/2012) e non potendo il vizio consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, spettando soltanto al giudice di merito di individuare le fonti del proprio convincimento, controllare l’attendibilità e la concludenza delle prove, scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione dando liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova (Cass. n. 11511/2014; Cass. n. 25608/2013; Cass. n. 6288/2011; Cass. n. 6694/2009; Cass. n. 15489/2007; Cass. n. 4766/2006).

Quanto alla violazione di legge occorre parimenti rammentare che essa va tenuta distinta dalla denuncia dell’erronea ricognizione della fattispecie concreta in funzione delle risultanze di causa, ricognizione che si colloca al di fuori dell’ambito dell’interpretazione e applicazione della norma di legge. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta -è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. S.U., n. 10313/2006; Cass., n. 7394/2010; Cass., n. 16698/2010; Cass., n. 8315/2013; Cass., n. 26110/2015; Cass., n. 195/2016).

Quanto infine alla denuncia della violazione delle regole di ermeneutica contrattuale, è agevole osservare che essa esige una specifica indicazione dei canoni in concreto inosservati e del modo attraverso il quale si è realizzata la violazione, mentre la denunzia del vizio di motivazione implica la puntualizzazione dell’obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento svolto dal giudice del merito; nessuna delle due censure può, invece, risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione. D’altronde, per sottrarsi al sindacato di legittimità, sotto entrambi i cennati profili, quella data dal giudice al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicchè, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni (plausibili), non è consentito alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito – dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (Cass. 2 maggio 2006, n. 10131; Cass. 25 ottobre 2006, n. 22899; Cass. 16 febbraio 2007, n. 3644; Cass. 20 novembre 2009, n. 24539; Cass. 25 settembre 2012, n. 16254; Cass. 17 marzo 2014, n. 6125).

Nel caso di specie, il motivo è tutto mirato ad una inammissibile la revisione del fatto:

ciò che in buona sostanza i ricorrenti chiedono alla Corte di cassazione è – in assenza della precisa indicazione dei canoni ermeneutici specificamente violati – di rivalutare l’esito interpretativo cui è pervenuta la Corte d’appello, sulla base della motivazione di cui si è in precedenza dato conto, valorizzando taluni elementi letterali a fronte di quelli considerati dal giudice di merito: ed in particolare la circostanza che, alla luce della menzionata lettera, i vaglia cambiari erano stati emessi “a garanzia dei suddetti impegni”, delle obbligazioni nascenti dalla stipulazione del contratto di conto corrente cui accedevano le fideiussioni, e che l’emissione dei vaglia cambiari “non costituisce novazione alcuna del vostro credito”.

Ma, come si è detto, la Corte territoriale ha ritenuto di mero stile dette clausole ed ha invece considerato decisivi elementi ulteriori, ossia l’intento degli avallanti, desunto dalla citata lettera, di garantire l’obbligazione cambiaria dell’emittente debitore principale in ragione della previsione di diversi termini di pagamento, di nuove condizioni contrattuali quale la pattuizione sul debito fatto oggetto di espresso riconoscimento di interessi nella misura indicata.

p. 7. – Le spese seguono la soccombenza.

PQM

rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso, in favore della controricorrente, delle spese sostenute per questo grado del giudizio, liquidate in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e quant’altro dovuto per legge.

Così deciso in Roma, il 24 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2017

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