Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24912 del 15/09/2021

Cassazione civile sez. II, 15/09/2021, (ud. 14/12/2020, dep. 15/09/2021), n.24912

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34176-2019 proposto da:

C.M.G., + ALTRI OMESSI, rappresentati e diesi dall’avv.

ENNIO CERIO;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE, (OMISSIS) – IN PERSONA DEL MINISTRO

PRO-TEMPORE;

– intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il

14/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/12/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Nel 2006 i ricorrenti nominati in epigrafe, tutti Vigili del Fuoco, instaurarono davanti al TAR Lazio un giudizio nei confronti del Ministero dell’Interno per ottenere la rivalutazione monetaria e gli interessi sulle somme loro tardivamente corrisposte a seguito degli inquadramenti definiti ai sensi della L. n. 312 del 1980, ART. 4.

Nel 2012, ancora nella pendenza dalle giudizio, essi chiesero alla Corte d’appello di Perugia l’equo indennizzo per l’irragionevole durata del processo già maturata e l’adita corte d’appello, con decreto del 2015, liquidò loro un indennizzo di Euro 1.300 ciascuno.

Nel 2018 il processo presupposto si concluse con decreto di perenzione, ex art. 82, comma 1 c.p.a. e i ricorrenti si rivolsero alla Corte d’appello di Roma per ottenere l’equo indennizzo relativo alla durata del giudizio successiva a quella già oggetto dell’indennizzo di cui al suddetto decreto della Corte d’appello di Perugia. La Corte d’appello di Roma ha rigettato la domanda in base al disposto della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 sexies, lett. d), argomentando che i ricorrenti non avevano offerto la prova contraria, del cui onere erano gravati, idonea a vincere la presunzione, introdotta da detta disposizione, di insussistenza del pregiudizio da non ragionevole durata del giudizio amministrativo quando quest’ultimo si concluda per perenzione.

Il decreto della Corte d’Appello di Roma è stato impugnato per cassazione dagli odierni ricorrenti sulla scorta di un solo motivo.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze non ha depositato controricorso, né in questa sede ha svolto altre attività difensive.

La causa è stata chiamata all’udienza camerale del 14 dicembre 2020.

Con l’unico motivo di ricorso, riferito All’art. 360 c.p.c., n. 3 si denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, in ordine alla determinazione della ragionevole durata del processo, dell’art. 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali (CEDU). I ricorrenti argomentano che il loro interesse alla definizione del giudizio amministrativo di fronte al TAR Lazio sarebbe stato dimostrato di reiterate istanze di prelievo e che tale interesse sarebbe alla fine venuto meno proprio e soltanto a causa dell’eccessiva durata del processo. In linea di diritto nel motivo di ricorso si deduce che le disposizioni in commento andrebbe intesa nel senso “di ritenere sussistente il diritto all’equa riparazione anche in ipotesi di perenzione, qualora l’interesse (recte: il disinteresse, n.d.r.) alla decisione del ricorso sia sopravvenuto per il trascorrere eccessivo del tempo e dunque per un’efficienza del sistema giustizia” (pag. 20, p. 16, del ricorso); si argomenta altresì che, nel caso di non accoglimento di tale proposta ermeneutica, si dovrebbe sollevare la questione di legittimità costituzionale della disposizione in esame, per contrasto con l’art. 117 Cost., alla luce degli artt. 6 e 13 CEDU, “nella parte in cui stabilisce che non si ritiene sussistente il pregiudizio dovuto all’irragionevole durata del processo quando viene dichiarata la perenzione della ricorso”.

Il motivo è infondato.

Nell’impugnato decreto non si afferma che la definizione per perenzione del giudizio amministrativo presupposto costituirebbe una preclusione insuperabile al riconoscimento del pregiudizio da non ragionevole durata del giudizio stesso, ma si afferma che i ricorrenti non solo non avrebbero vinto la presunzione legale (pur sempre superabile mediante prova contraria) di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 sexies, lett. d), ma, per di più, non risulterebbero “aver in concreto subito alcun pregiudizio apprezzabile” (pag. 7, ultimo rigo, del decreto).

La ratio decidendi non si basa dunque, come si fa mostra di credere nel ricorso per cassazione, sull’interpretazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 sexies, lett. d), censurata nel mezzo di impugnazione, ma si basa su un apprezzamento di merito della vicenda dedotta in giudizio che ha indotto la Corte d’Appello di Roma a ritenere che i ricorrenti non abbia offerto la prova dei fatti idonei a superare la suddetta presunzione legale.

Il suddetto apprezzamento di merito non è stato adeguatamente censurato nel motivo di impugnazione che, nel p. 14 (pag. 19 e segg. del ricorso), si limita a reiterare l’affermazione che la prova contraria alla presunzione di legge sarebbe stata offerta dagli odierni ricorrenti mediante la produzione delle istanze di sollecita fissazione di udienza depositate nel giudizio presupposto; tale affermazione, tuttavia, non si misura con le argomentazioni che hanno indotto la corte territoriale ad affermare che di dette istanze di prelievo non si poteva “escludere il carattere strumentale ai fini dell’instaurazione del presente procedimento” (pag. 8 del decreto); donde l’inammissibilità della doglianza per carenza di pertinenza alle ragioni del provvedimento impugnato.

Così chiarita la ratio decidendi, risulta poi evidente che la questione di legittimità costituzionale posta nel motivo di ricorso risulta in primo luogo carente del requisito della rilevanza; essa, comunque, va altresì giudicata manifestamente infondata, per le stesse ragioni già enunciate in Cass. 16076/20 con riferimento alla diversa, ma a questi fini analoga, disposizione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2-sexies, lett. a); ossia che si tratta di disposizioni che non escludono il diritto all’indennizzo per l’irragionevole durata del processo, ma introducono presunzioni relative di insussistenza del pregiudizio indennizzabile, sempre superabili mediante la prova contraria circa esistenza ed entità di un pregiudizio reale ed effettivo.

Il ricorso è rigettato.

Non vi è luogo a regolazione di spese, essendo l’Amministrazione rimasta intimata.

Essendo il procedimento in esame esente dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo alla dichiarazione di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 14 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2021

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