Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24895 del 20/10/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 20/10/2017, (ud. 23/05/2017, dep.20/10/2017),  n. 24895

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1876/2012 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

GIUSEPPE MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO,

che la rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

D.M.O., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PANAMA 74,

presso lo studio dell’avvocato GIANNI EMILIO IACOBELLI, che la

rappresenta e difende giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 9331/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 14/01/2011, R. G. N. 4666/2007.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

Che:

la Corte d’Appello di Roma, con sentenza depositata il 14/1/2011, in riforma della pronuncia del giudice di prima istanza, accoglieva la domanda proposta da D.M.O., diretta alla declaratoria di nullità del contratto di lavoro a tempo determinato da lei stipulato con la società Poste Italiane, ex art. 8 c.c.n.l. 1994, a far tempo dal 1/7/98 sino al 30/9/98 per “far fronte alla necessità di espletamento del servizio in concomitanza delle assenze per ferie del personale nel periodo giugno-settembre”; riteneva insussistenti i presupposti per la declaratoria di risoluzione del contratto per mutuo consenso, e non dimostrato da parte datoriale il rispetto della clausola di contingentamento; dichiarava quindi l’intercorrenza fra le parti un rapporto di lavoro subordinato dalla data di assunzione, e condannava la società Poste Italiane al risarcimento del danno in favore di controparte, pari alle retribuzioni dal dì della messa in mora sino alla data della decisione;

per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la società Poste Italiane, affidato a cinque motivi;

l’intimata ha resistito con controricorso illusstrato da memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Che:

1.con cinque motivi la società denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1372,1175,1375,2697,1427,1431 c.c. e art. 100 c.p.c. (primo motivo), sollevato in relazione alla prospettata risoluzione del rapporto per mutuo consenso; violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’onere della prova concernente il rispetto della clausola di contingentamento (secondo motivo); violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e art. 2697 c.c., con riferimento alla ritenuta inammissibilità delle prove articolate (terzo motivo); violazione e falsa applicazione dell’art. 8 c.c.n.l. 1994, della L. n. 56 del 1987, art. 23 (quarto motivo) e violazione e falsa applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5 e art. 7 (quinto motivo);

si duole, in sintesi, che la corte territoriale abbia respinto l’eccezione di risoluzione del contratto per mutuo consenso; che abbia erroneamente ritenuto non provato il rispetto della percentuale di assunzione, nonostante il relativo onere gravasse a carico del lavoratore e, comunque, fossero stati articolati mezzi istruttori sul punto, ritenuti erroneamente inammissibili; che la mancata prova del rispetto della clausola di contingentamento non era idonea ad incidere in via diretta sul piano della relazione negoziale fra le parti del singolo rapporto; quanto agli effetti risarcitori, che sia stato disapplicato lo ius superveniens costituito dalla L. n. 183 del 2010, art. 32;

2. il primo motivo è infondato;

deve rilevarsi come questa Corte abbia più volte affermato il principio alla cui stregua “nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, affinchè possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo (vedi Cass. 28-1-2014 n. 1780); la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto” (vedi, ex plurimis, Cass. 31-3-15 n. 6549, Cass. 13-8-14 n. 17940, Cass. 10-11-2008 n. 26935);

tale principio va enunciato anche in questa sede, rilevandosi, inoltre che, come pure è stato precisato, “grava sul datore di lavoro che eccepisca la risoluzione per mutuo consenso, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro” (v. Cass. 2-12-2002 n. 17070 e fra le altre, Cass. 1-2-2010 n. 2279, Cass. 15-11-2010 n. 23057, Cass. 11-3-2011 n. 5887);

nella specie la Corte d’Appello ha osservato che il decorso del tempo è solo uno dei possibili elementi oggetto della indagine giudiziale, cui devono aggiungersi elementi positivi ed univoci che obiettivamente depongano per l’avvenuto scioglimento del contratto;

ha, quindi, rimarcato che la mancanza di ogni diversa allegazione di altre condotte del lavoratore, concludenti nel senso di una implicita volontà solutoria del rapporto, dovevano far escludere una presunzione fondante un’ipotesi di scioglimento di quello per mutuo consenso, in relazione alla mera inerzia protrattasi per circa quattro anni;

la statuizione emessa dalla Corte territoriale, in quanto sorretta da congrua motivazione, coerente con i dicta emessi da questa Corte sulla delibata questione, si sottrae alle critiche formulate dalla società;

3. anche i motivi secondo, terzo e quarto, che possono congiuntamente trattarsi siccome connessi, sono privi di fondamento;

è stato infatti chiarito, con riferimento alla clausola di contingentamento dei contratti di lavoro a termine di cui alla L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23, che l’onere della prova dell’osservanza del rapporto percentuale tra lavoratori stabili e a termine previsto dalla contrattazione collettiva, da verificarsi necessariamente sulla base dell’indicazione del numero dei lavoratori assunti a tempo indeterminato, è a carico del datore di lavoro, sul quale incombe la dimostrazione, in forza della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 3, dell’oggettiva esistenza delle condizioni che giustificano l’apposizione di un termine al contratto di lavoro (vedi ex aliis, Cass. 10-32015n. 4767, Cass. 10-8-2015 n. 16670, Cass. 19-1-2010 n. 839);

nè appare scrutinabile la censura concernente la mancata ammissione delle prove, giacchè la società non trascrive interamente i capitoli articolati in violazione del principio affermato da questa Corte secondo cui il ricorrente che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, la Corte di legittimità deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (vedi Cass. 3-1-2014 n. 48, Cass. 30-7-2010 n. 17915);

4. va invece accolto l’ultimo motivo, concernente la violazione dello jus superveniens di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32;

in base al principio affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, in tema di ricorso per cassazione, la censura ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, può concernere anche la violazione di disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, ove retroattive e, quindi, applicabili al rapporto dedotto, atteso che non richiede necessariamente un errore, avendo ad oggetto il giudizio di legittimità non l’operato del giudice, ma la conformità della decisione adottata all’ordinamento giuridico (vedi Cass. S.U. 27/10/2016 n. 21691);

pertanto, il ricorso rinviene accoglimento entro i limiti descritti con la cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’Appello designata in dispositivo che provvederà anche alla regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

la Corte accoglie l’ultimo motivo di ricorso, rigettati gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 23 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2017

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