Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24884 del 06/11/2013


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 24884 Anno 2013
Presidente: GOLDONI UMBERTO
Relatore: CARRATO ALDO

ORDINANZA
sul ricorso iscritto al N.R.G. 10664/2012 proposto da:
S.R.L. F.LLI STILLO (P.I.: 00172080798), in persona del legale rappresentante protempore, rappresentata e difesa, in virtù di procura speciale a margine del ricorso,
dall’Avv. Gianfranco Marcello ed elettivamente domiciliata presso il suo studio, in Roma,
via di Priscilla, n. 35; – ricorrente —
contro
DITTA CALOR SUD di SILIPO ANNAMARIA (C.F.: 00345870794), in persona del legale
rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa, in virtù di procura speciale a margine
del controricorso, dagli Avv.ti Lanfranco Cugini e Enzo De Caro ed elettivamente
domiciliata presso lo studio del primo, in Roma, via Leone IV, n. 38 (studio Di Vito);
– controricorrente –

per la cassazione della sentenza n. 226 del 2011 della Corte di appello di Catanzaro,
depositata il 2 marzo 2011 (e non notificata).

1

Data pubblicazione: 06/11/2013

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 4 ottobre 2013 dal
Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;
sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto P.G. dott. Ignazio Patrone, che
nulla ha osservato in ordine alla relazione ex art. 380 bis c.p. c. in atti.
Rilevato che il consigliere designato ha depositato, in data 18 febbraio 2013, la

notificato il 23.06.1987, la società F.11i Stillo conveniva in giudizio la ditta Calor Sud di
Silipo Anna Maria, chiedendo la declaratoria di risoluzione per inadempimento del
contratto di appalto dedotto in controversia (relativo all’installazione di un impianto di
condizionamento di aria), con condanna alla restituzione della somma già versata, con gli
interessi, ed al pagamento della penale dalla data del 20 ottobre 1986 al 20 giugno 1987,
ed alle spese processuali.
La convenuta si costituiva, resistendo alla domanda.
Nelle more, con ricorso del 7 luglio 1987, la ditta Calor Sud chiedeva l’emissione di
decreto ingiuntivo per il pagamento del prezzo della fornitura appaltata; con ingiunzione n.
565 emessa 1’11 luglio 1987, il Tribunale ordinava alla F.11i Stillo il pagamento della somma
di £ 47.909.000, con interessi, rivalutazione e spese.
Veniva proposta opposizione, con atto notificato il 15 luglio 1987, in cui si reiteravano le
difese già dedotte nella citazione di cui sopra, con riconvenzionale per il pagamento della
penale e, in conclusione, di restituzione del pagato.
La Calor Sud si costituiva con comparsa di risposta.
Le cause venivano riunite.
Con sentenza n. 1134/2004, il Tribunale di Catanzaro rigettava la domanda avanzata dalla
F.11i Stillo e l’opposizione a decreto ingiuntivo, che confermava interamente, con ulteriore
condanna alle spese del giudizio.

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seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.: << Con atto di citazione Con atto di citazione, notificato in data 8 febbraio 2005, la F.11i Stillo S.r.l. proponeva appello avverso la predetta sentenza. Si costituiva l'appellata, contestando la domanda e chiedendone il rigetto. La Corte di Appello di Catanzaro con la sentenza n. 226/2011, depositata il 2 marzo 2011 e non notificata, definitivamente pronunciando, rigettava l'appello e condannava Con ricorso per cassazione, notificato 11 14 aprile 2012 e depositato il 27 aprile 2012, la F.11i Stillo S.r.l. impugnava la decisione di secondo grado, deducendo due motivi. Ritiene il relatore che, nel caso di specie,sembrano sussistere i presupposti per la definizione del ricorso nelle forme del procedimento camerale ex art. 380 bis c.p.c., stante l'inammissibilità di entrambi i motivi di ricorso, avuto riguardo all'ipotesi enucleata dall'ad. 375 n. 1 c.p.c.. Con il primo motivo la ricorrente ha dedotto la violazione e falsa applicazione dell'ad. 132 c.p.c., in relazione all'ad. 360 n. 4 c.p.c., nonché l'omessa ed insufficiente motivazione, in riferimento all'ad. 360 n. 5 c.p.c. In particolare, con tal doglianza, la ricorrente ha inteso sottolineare che il giudice di secondo grado aveva basato la motivazione della sentenza impugnata solo ed esclusivamente sull'atto di decreto ingiuntivo opposto. Con la seconda doglianza ha lamentato la violazione e falsa applicazione degli artt. 194 e 195 c.p.c., in relazione all'ad. 360 n. 4 c.p.c., sul presupposto che la relazione peritale redatta dal consulente tecnico d'ufficio sarebbe stata affetta da nullità assoluta per genericità, atteso che si era fondata su considerazioni e non su accertamenti tecnici. Il ricorso si presenta inammissibile per genericità di entrambi i motivi di ricorso. Infatti, per quel che concerne il vizio di motivazione, si osserva, in generale, che l'illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni 3 l'appellante al pagamento delle spese del giudizio. per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione. Dunque, non si deve lamentare genericamente l'ingiustizia della sentenza impugnata, ma occorre criticare l'iter logico-giuridico che ha condotto al dispositivo della stessa decisione. Nel caso in esame, invece, la società ricorrente si è limitata a denunciare un generico vizio territoriale ed alle questioni risolte e, quindi, senza confutare adeguatamente la "ratio decidendi" posta a fondamento della sentenza impugnata. La stessa genericità può essere riscontrata anche con riferimento al secondo motivo, essendo le censure formulate del tutto generiche e mancando, in ogni caso, del requisito di necessaria specificità, avuto riguardo al disposto dell'art. 366, comma 1, n. 4) c.p.c., senza trascurare che, nel caso in questione, risulta illegittimamente dedotta una violazione ricondotta all'art. 360 n. 4 c.p.c. per una ipotesi non ricollegabile ad un'omessa pronuncia su una domanda, evidenziandosi, piuttosto, come, con il motivo in esame, la ricorrente abbia, in effetti, inteso far valere un ulteriore vizio motivazionale della sentenza impugnata con riferimento al recepimento delle conclusioni del c.t.u., malgrado la inconferenza degli accertamenti eseguiti dall'ausiliario del giudice. Tuttavia, il motivo non contiene alcuna puntuale analisi critica delle valutazioni e delle conclusioni del giudice di appello correlate alle risultanze della c.t.u. ovvero l'espressa indicazione delle questioni decisive non esaminate o non correttamente valutate in relazione alla indagini del c.t.u., assunte come genericamente illegittime e non pertinenti (senza alcun'altra specificazione). In tal senso, anche questa censura deve considerarsi inammissibile (cfr. Cass. n. 16190 del 2004). Del resto costituisce principio pacifico nella giurisprudenza di questa Corte (v. Cass. n. n. 15952 del 2007 e Cass. n. 4849 del 2009) che il ricorso per cassazione - per il principio di specificità che lo deve caratterizzare (anche in ordine al requisito previsto dall'art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c.) - deve contenere in sé tutti gli elementi necessari a costituire le 4 di motivazione, senza riferirsi specificamente alle argomentazioni utilizzare dalla Corte ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito e, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi o atti attinenti al pregresso giudizio di merito, con la conseguenza che il ricorrente, il quale denunci, sotto il profilo di omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, la carente od erronea c.t.u.) ha l'onere di indicarne specificamente il contenuto. In conclusione, si riconferma che nel caso in esame, sembrano sussistere i presupposti, avuto riguardo all'art. 380 bis c.p.c., per la definizione del proposto ricorso nelle forme camerali, ravvisandosene, alla stregua di quanto innanzi, l'inammissibilità>>.
Considerato che il Collegio condivide argomenti e proposte contenuti
nella relazione di cui sopra, avverso la quale, peraltro, non risulta depositata alcuna
memoria difensiva ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c.;
ritenuto che, pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile,
con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese del presente
giudizio, liquidate nei sensi di cui in dispositivo, sulla scorta dei nuovi parametri previsti per
il giudizio di legittimità dal D.M. Giustizia 20 luglio 2012, n. 140 (applicabile nel caso di
specie in virtù dell’art. 41 dello stesso D.M.: cfr. Cass., S.U., n. 17405 del 2012).
P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente al pagamento delle
spese del presente giudizio, liquidate in complessivi euro 2.700,00, di cui euro 200,00 per
esborsi, oltre accessori nella misura e sulle voci come per legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI Sezione civile della Corte Suprema
di Cassazione, in data 4 ottobre 2013.

Il Presidente

valutazione delle risultanze istruttorie (anche, eventualmente, scaturenti dalla relazione del

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