Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24877 del 20/10/2017


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Cassazione civile, sez. un., 20/10/2017, (ud. 10/10/2017, dep.20/10/2017),  n. 24877

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente f.f. –

Dott. DI AMATO Sergio – Presidente di Sez. –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di Sez. –

Dott. MANNA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 12567/2016 proposto da:

P.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO

301, presso lo studio dell’avvocato ARTURO PERUGINI, che Io

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

REGIONE LAZIO, in persona del Presidente della Giunta Regionale pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO DEL RINASCIMENTO

11, presso lo studio dell’avvocato GIANLUIGI PELLEGRINO, che la

rappresenta e difende;

M.S., elettivamente domiciliato in ROMA, LARGO MESSICO 7,

presso lo studio dell’avvocato FEDERICO TEDESCHINI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALDO FONTANELLI;

– controricorrenti –

e contro

PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE DEL LAZIO, AGENZIA REGIONALE PER LA

PROTEZIONE AMBIENTALE DEL LAZIO (ARPA LAZIO), PO.MA.GR.,

L.M.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 784/2016 del CONSIGLIO DI STATO, depositata il

25/02/2016.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/10/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO MANNA;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del

ricorso;

uditi gli avvocati Antonello Rossi per delega dell’avvocato Gianluigi

Pellegrino, Giuseppe Lo Pinto per delega dell’avvocato Federico

Tedeschini ed Antonio Fontanelli per delega orale dell’avvocato Aldo

Fontanelli.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 784/2016 emessa il 4.2.16 il Consiglio di Stato ha rigettato l’appello proposto da P.D. (consigliere del Consiglio Regionale del Lazio e componente della 6^ Commissione consiliare permanente) contro la sentenza n. 3132/15 con cui il TAR Lazio aveva declinato la propria giurisdizione in ordine all’impugnativa dei decreti con cui il Presidente della Regione Lazio aveva nominato il direttore generale e i vice direttori generali dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale del Lazio (ARPA) nelle persone, rispettivamente, di L.M. e di M.S. e Po.Ma.Gr..

2. Ciò i giudici amministrativi hanno statuito in base al rilievo che le nomine dirigenziali non sono atti di alta amministrazione, ma atti gestori di rapporti lavorativi la cui cognizione è demandata al giudice ordinario D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 63, comma 1.

3. Per la cassazione della sentenza ricorre P.D. affidandosi ad un solo articolato motivo.

4. La Regione Lazio e M.S. resistono con separati controricorsi.

5. L’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale del Lazio (ARPA), L.M. e Po.Ma.Gr. (anche nei confronti dei quali si sono celebrati i giudizi innanzi al TAR e al Consiglio di Stato) non hanno svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con unico motivo di ricorso ci si duole di erronea pronuncia sulla giurisdizione e di violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 19 e 63,dell’art. 30, comma 3, art. 32 e art. 33, comma 1, lett. c) e art. 55, comma 3, dello Statuto della Regione Lazio, nonchè dell’art. 7, comma 1, lett. a) e art. 62 del regolamento regionale n. 1 del 2002.

Sostiene il ricorrente che la giurisdizione è del giudice amministrativo sotto vari profili: vuoi perchè l’azione è stata proposta deducendo la lesione di prerogative previste per gli organi rappresentativi da norme di rango costituzionale (atteso che le nomine de quibus sono avvenute senza il preventivo parere della 6^ Commissione consiliare competente in materia ambientale), sicchè la situazione giuridica soggettiva è costituita da tali prerogative e non riguarda la gestione di rapporti di lavoro; vuoi perchè i decreti impugnati altro non sono che gli atti conclusivi d’un procedimento di macro-organizzazione; vuoi – infine – perchè la nomina del direttore generale dell’ARPA è un atto di alta amministrazione, in quanto tale pacificamente attribuito alla giurisdizione del giudice amministrativo.

1.2. Il ricorso è infondato, non potendosi ravvisare sotto alcun profilo la giurisdizione del giudice amministrativo.

In primo luogo deve osservarsi che il denunciare una lesione di prerogative previste per gli organi rappresentativi da norme di rango costituzionale non consente di per sè di attribuire la giurisdizione al giudice amministrativo anzichè a quello ordinario.

Anzi, proprio la natura di eventuali prerogative previste per gli organi rappresentativi da norme di rango costituzionale esclude che si verta in tema di meri interessi legittimi.

Nè si verte in una materia rientrante nel novero – tassativo – delle controversie attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.

E’, poi, irrilevante definire gli impugnati decreti di nomina come atti conclusivi d’un procedimento di macro-organizzazione: la giurisdizione del giudice amministrativo si radica ove oggetto dell’impugnazione sia, appunto, l’atto di macro-organizzazione in tesi affetto da vizi di legittimità (cfr., da ultimo, Cass. S.U. n. 4881/17), non certo nel caso – inverso – in cui se ne lamenti la non puntuale applicazione (come nella vicenda in esame).

Queste S.U. hanno ribadito (cfr. sentenza n. 9185/12) che in tutti i casi nei quali vengano in considerazione atti amministrativi presupposti, ove si verta in tema di conferimento e revoca di incarichi dirigenziali nelle pubbliche amministrazioni, è consentita esclusivamente l’instaurazione del giudizio davanti al giudice ordinario, nel quale la tutela è pienamente assicurata dall’eventuale disapplicazione (dell’atto presupposto) e dagli ampi poteri riconosciuti al giudice ordinario medesimo dal comma 2 dello stesso art. 63 (cfr., ancora, Cass. S.U. n. 3677/09 e Cass. S.U. n. 13169/06).

A maggior ragione ciò valga quando non venga neppure in rilievo la potenziale disapplicazione d’un atto amministrativo presupposto (come nel caso di specie, in cui – invece – dell’atto presupposto si invoca la piena applicazione).

Da ultimo, se è vero che sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo rispetto ad atti di alta amministrazione, nondimeno va considerato che, avendo il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, comma 1, espressamente attribuito alla giurisdizione del giudice ordinario anche le controversie in tema di conferimento e revoca di incarichi dirigenziali nelle pubbliche amministrazioni, ormai tali atti sono da considerarsi come mere determinazioni negoziali (cfr. Cass. n. 18972/15; Cass. n. 20979/09) e non più atti di alta amministrazione, venendo in tal caso in considerazione come atti di gestione del rapporto di lavoro rispetto ai quali l’amministrazione stessa opera con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro (v. art. 5 cit. D.Lgs.).

2.1. In conclusione, va rigettato il ricorso e dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario.

Le spese del giudizio di legittimità in favore dei controricorrenti Regione Lazio e M.S., liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza, con attribuzione – riguardo alla Regione Lazio – all’avv. G. Pellegrino, antistatario.

Non è dovuta pronuncia sulle spese sugli altri intimati, che non hanno svolto attività difensiva.

PQM

rigetta il ricorso e dichiara la giurisdizione del giudice ordinario. Condanna il ricorrente a pagare in favore dei controricorrenti Regione Lazio e M.S. le spese del giudizio di legittimità, spese che liquida per ciascuno di essi in Euro 4.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge, con attribuzione – riguardo alla Regione Lazio – all’avv. G. Pellegrino, antistatario.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 10 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2017

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