Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24872 del 15/09/2021

Cassazione civile sez. trib., 15/09/2021, (ud. 27/05/2021, dep. 15/09/2021), n.24872

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – rel. est. Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. R.G. 23844/2014, proposto da:

Sa.Bra Elettronica s.r.l., in persona del legale rapp.te p.t.,

rappresentata e difesa dall’avv. Mario Piccolo, con il quale è

elettivamente domiciliato in Roma, Via Cunfida n. 20, presso lo

studio dell’avv. Francesco Oliveti, giusta procura rilasciata in

calce al ricorso.

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello

Stato, domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 328/16/13 depositata in data 17 settembre 2013

della Commissione tributaria regionale della Sicilia, non

notificata.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 27 maggio

2021 dal Consigliere Rosita D’Angiolella.

 

Fatto

RITENUTO

che:

1. Con sentenza n. 328/16/13 depositata in data 17 settembre 2013, la Commissione tributaria regionale della Sicilia, sez. distaccata di Siracusa (di seguito, CTR), rigettava l’appello proposto dalla società Sa.Bra Elettronica s.r.l., avverso la sentenza n. 354/1/11 della Commissione tributaria provinciale di Siracusa, con cui, a sua volta, era stato rigettato il ricorso della società contribuente contro l’avviso di accertamento, per II.DD. e IVA, relativo all’anno 1999.

2. Il Giudice di appello, in particolare, ribadiva la proroga dall’azione accertativa da parte dell’Amministrazione di cui alla L. n. 289 del 2002, art. 10, nonché la preclusione per la società contribuente di avvalersi delle disposizioni agevolative di cui alla medesima legge, artt. 7-9, per mancata definizione del p.v.c..

3. La società contribuente ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della CTR, affidato a sei motivi.

4. L’Agenzia delle entrate ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo d’impugnazione, la società ricorrente denuncia il vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per aver la Commissione tributaria regionale compiuto “un ragionamento fortemente lacunoso con i nessi logici mancanti tra premessa e conseguenze che se ne vogliono trarre, in violazione del principio di aritmetica elementare”, nella parte in cui, nonostante a seguito del verbale di constatazione del (OMISSIS) la società aveva provveduto a recepire il rilievo, annotando nella propria contabilità la dicitura “non imponibili ai sensi dell’art. 7”, ha ritenuto che non v’era coincidenza tra il corrispettivo dichiarato e quello accertato dall’Ufficio.

1.1. Col secondo mezzo deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 2697 c.c., e degli artt. 115 e 116 c.c., nella parte in cui la CTR non ha posto a carico dell’Ufficio l’onere di provare che i maggiori ricavi (annotati come esenti ai fini IVA) non fossero confluiti nella dichiarazione dei redditi dell’anno 1999 oggetto di accertamento.

1.2. Col terzo, deduce nuovamente, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il vizio di motivazione per non aver la CTR pronunciato sull’eccezione del divieto di doppia imposizione, D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 67, comma 1.

1.3. Col quarto denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, e della L. n. 289 del 2002, art. 10, laddove la C.T.R. ha ritenuto l’applicabilità della proroga dei termini di cui al citato art. 10, per mancato perfezionamento della procedura di definizione agevolata; a dire della ricorrente la proroga opererebbe soltanto là dove il contribuente non si fosse “avvalso” della procedura condonistica.

1.4. Col quinto, sempre sotto il profilo della violazione di legge, denuncia l’errata applicazione della L. n. 289 del 2002, artt. 9 e art. 15, nella parte in cui la CTR ha erroneamente ritenuto che la società contribuente non poteva accedere alla definizione agevolata in quanto era stato raggiunto da un processo di verbale di constatazione di cui ne aveva accettato le risultanze, circostanza che secondo la CTR avrebbe comunque precluso la facoltà per il contribuente di avvalersi della proroga biennale di cui alla citata L., art. 10.

1.5. Col sesto motivo, deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, della L. n. 289 del 2002, art. 10, e della L. n. 241 del 1990, per aver la CTR ritenuto l’applicabilità della proroga dei termini di cui alla citata L., art. 10, senza considerare che la contribuente si era avvalsa della procedura di condono.

2. Il ricorso è infondato per i motivi di seguito esposti.

3. I motivi primo e terzo – raggruppabili per connessione di censure riguardando entrambe il vizio motivazionale dedotto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, – sono inammissibili, in quanto oggetto di impugnazione è una sentenza pubblicata in epoca successiva (17 settembre 2013) alla data di entrata in vigore il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, che consente l’impugnazione per la diversa ipotesi di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Costituisce ius receptum che il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nell’attuale testo modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 2, attiene necessariamente ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ossia un fatto storico-naturalistico, principale o secondario, risultante dalla sentenza o dagli atti processuali (v. Cass., Sez. 6-1, 06/09/2019, n. 22397; Cass., Sez. 1, 18/10/2018, n. 26305) dedotto con un’esposizione chiara e sintetica, in relazione al quale si assume un vuoto argomentativo (omessa motivazione), oppure la carenza della trama argomentativa che la renda inidonea a dare conto delle ragioni della decisione (insufficiente motivazione) o, infine, un percorso argomentativo incomprensibile per l’insuperabile contrasto asserzioni inconciliabili (motivazione contraddittoria) (cfr., ex multis, Cass.” 29/07/2015, n. 15997; Cass., 29/07/2011, n. 16655).

Invero, col primo mezza, la società contribuente censura non l’omesso esame di un “fatto” nel senso indicato, ma il percorso logico giuridico attraverso il quale i giudici di appello sono pervenuti alla decisione di rigetto dell’appello in base alla irrilevanza delle annotazioni contabili della società (sulla dicitura “non imponibili ai sensi dell’art. 7”); anche le censure di cui al terzo mezzo fuoriescono dal parametro di censura evocato, riguardando la questione giuridica dell’applicabilità del divieto di doppia imposizione, D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 67, comma 1, che nulla a che a vedere con l’omesso esame di un fatto storico-naturalistico di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5.

4. Il secondo motivo è infondato. Con esso la società ricorrente censura la sentenza impugnata per aver i secondi giudici malamente applicato le regole di riparto dell’onere probatorio per la verifica dei maggiori ricavi contestati con l’atto di accertamento.

4.1. Come emerge dal ricorso (v. l’esposizione “in fatto” di pag. 2), è la stessa contribuente ad affermare di aver “aderito” ai rilievi del p.v.c. (poi confluiti nell’accertamento), a suo dire “annotando nel registro dei corrispettivi del mese di dicembre 1999 i maggiori ricavi di lire 129.480.923…” (ergo, quelli di cui al p.v.c.).

4.2. La CTR non ignora tali fatti, ma li vaglia (v. sentenza, pagina 2, parag. n. 1) affermando che “la società appellante non ha dimostrato che i maggiori ricavi accertati siano confluiti fra i ricavi dichiarati ed abbiano incrementato il volume d’affari ed il valore della produzione dichiarati dalla società con la presentazione del Mod. Unico 2000”).

4.3. A fronte dell’ammissione, in fatto, compiuta dalla stessa contribuente nel ricorso per cassazione (id est, l’adesione della contribuente alla tesi dell’Ufficio espressa nel p.v.c.), e ricostruita la fattispecie nei termini esposti in ricorso (adesione al p.v.c. e annotazione nel registro dei corrispettivi del mese di dicembre 1999), il secondo motivo di ricorso risulta infondato non essendovi alcuna alterazione della regola di giudizio ex art. 2697 c.c., come desunta dalla ricorrente, posto che la prova dei fatti estintivi, modificativi ed impeditivi della pretesa fiscale è a carico di chi la invoca e la CTR, conformandosi a tale regime probatorio, ha ritenuto che la società appellante non aveva dimostrato quanto sostenuto e che cioè le risultanze del p.v.c. di maggiori ricavi fossero state “accettate” dalla contribuente’, in dichiarazione e, quindi, che i maggiori ricavi, di cui al successivo accertamento, “già annotati nel registro dei corrispettivi”, non fossero più da pretendere.

5. I motivi quarto e sesto – anch’essi raggruppabili per connessione di censure – sono inammissibili, per mancato innesto tra gli elementi addotti a sostegno delle censure e le argomentazioni dei secondi giudici, nonché per la loro mancata localizzazione, trascrizione e allegazione. E’ principio consolidato di questa Corte che il ricorso debba essere redatto in conformità al dovere processuale della chiarezza espositiva, dovendo il ricorrente selezionare i profili di fatto e di diritto della vicenda “sub iudice”, anche con specifica localizzazione delle allegazioni difensive dei precedenti gradi, sì da rendere intellegibili le questioni giuridiche prospettate, nonché di individuare, in relazione a tali profili, le ragioni critiche nell’ambito dei vizi previsti dall’art. 360, c.p.c.. Quando il ricorso è carente di tale contenuto minimo esso non supera la soglia di ammissibilità (per una completa analisi dei profili contenutistici del ricorso in cassazione di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 4), anche con riguardo alla giurisprudenza formatasi sul tema e all’esigenza di assicurare un’effettiva tutela del diritto di difesa – art. 24 Cost. -, nel rispetto dei principi costituzionali e convenzionali del giusto processo – art. 111 Cost., comma 2, e art. 6 CEDU, cfr. Sez. 5, Sentenza n. 8425 del 30/04/2020, Rv. 658196-01).

5.1. Inoltre, sempre in relazione al tema relativo al controllo del giudice di legittimità, la giurisprudenza di questa Corte afferma che il giudice di merito è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove o risultanze di prove che ritenga più attendibili ed idonee alla formazione dello stesso (ex plurimis, cfr. Sez. 5, Sentenza n. 961 del 21/01/2015, Rv. 634470-01), sicché sotto tale profilo, tali censura riguardano il merito della decisione, che esula dai poteri di controllo del giudice di legittimità e rende il mezzo inammissibile. Nella specie è la stessa CTR ad accertare che spetta la proroga biennale di cui all’art. 10, in quanto alla data di pubblicazione della L. n. 289 del 2002 era stato notificato ((OMISSIS)) il p.v.c., cui la società non aveva aderito, con conseguente preclusione della facoltà di beneficiare del condono.

6. Il quinto mezzo è infondato. Le considerazioni esposte circa l’infondatezza del secondo motivo di ricorso, influiscono anche sul quinto motivo, ove si invocano la L. n. 289 del 2002, artt. 9 e 15, sul presupposto (rivelatosi non provato con il rigetto del secondo motivo) di avere “accettato le risultanze (del pvc, n.d.r.) provvedendo ad annotare nel registro dei corrispettivi i maggiori ricavi accertati”, non trovando positivo riscontro quanto affermato dalla contribuente, secondo cui, alla data di entrata in vigore della L. n. 289 del 2002, non vi fosse “alcun contenzioso pendente in relazione al citato processo verbale di constatazione”.

7. Al rigetto del ricorso, segue la condanna della società ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio in favore dell’Agenzia delle entrate, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Condanna la società ricorrente al pagamento delle spese di giudizio in favore dell’Agenzia delle entrate, liquidate in complessivi Euro 5.500,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della V sezione civile, il 27 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2021

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