Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2487 del 29/01/2019

Cassazione civile sez. VI, 29/01/2019, (ud. 04/12/2018, dep. 29/01/2019), n.2487

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12619-2017 proposto da:

B.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA PINETA

SACCHETTI, 201, presso lo studio dell’avvocato GIANLUCA FONTANELLA,

che lo rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

ROMA CAPITALE, (OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza n. 6334/2017 del TRIBUNALE di ROMA, depositata il

30/03/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/12/2018 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO.

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

B.L. proponeva opposizione dinanzi al Giudice di Pace di Roma avverso una cartella di pagamento per crediti vantati dal Comune di Roma e derivanti da sanzioni per violazioni al codice della strada, lamentando che non vi era stata la notifica del verbale di accertamento dell’infrazione, il che rendeva illegittima l’emissione della cartella esattoriale, non potendosi in ogni caso reputare legittima la maggiorazione degli interessi per il ritardato pagamento.

Il Giudice adito con sentenza n. 14417/2016 accoglieva l’opposizione del ricorrente, condannando il Comune di Roma al rimborso delle spese di lite.

Avverso tale decisione proponeva appello il B. dolendosi dell’eccessiva esiguità della liquidazione delle spese legali operata dal giudice di prime cure, il quale si era discostato immotivatamente anche dalla notula prodotta.

Nella resistenza di Roma Capitale, il Tribunale di Roma con la sentenza n. 6334 del 30/3/2017 accoglieva il gravame, e rideterminava le spese dovute per il giudizio di primo grado nella complessiva somma di Euro 500,00 (di cui Euro 100,00 per la fase di studio, Euro 150,00 per la fase introduttiva, ed Euro 250,00 per la fase decisoria) oltre Euro 43,00 per spese generali, IVA e Cassa, il tutto con distrazione al procuratore antistatario.

Quanto alle spese del giudizio di appello, riteneva di doverle compensare in quanto l’entità della liquidazione di cui l’appellante si doleva, non era riconducibile a Roma Capitale. B.L. ha proposto ricorso avverso tale sentenza sulla base di un motivo.

L’intimata non ha svolto difese in questa fase.

Il motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 91,92, art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e dell’art. 118Disp. Att. c.p.c., nonchè dell’art. 111 Cost., in riferimento alla disposta compensazione delle spese del giudizio di appello.

Al riguardo si sottolinea che la controversia, atteso che è stata introdotta in primo grado in data 7/12/2015, è sottoposta alla disciplina di cui all’art. 92 c.p.c., come modificata dalla L. n. 132 del 2014, art. 13, essendo quindi esclusa la possibilità di compensare le spese sulla base della motivazione addotta dal Tribunale.

Il motivo è fondato.

Ed, infatti, è pacifica la sottoposizione della fattispecie alla novellata previsione di cui all’art. 92 c.p.c., che nel testo ratione temporis applicabile dispone che, fatte salve le ipotesi di soccombenza reciproca (che qui non sussiste), è possibile compensare le spese solo nel caso di assoluta novità della questione trattata, ovvero per l’ipotesi di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni trattate.

La sentenza d’appello ha invece provveduto a compensare interamente le spese del secondo grado di giudizio assumendo che l’errore nella liquidazione delle spese del giudizio di primo grado, di cui fondatamente si doleva l’attore, non fosse addebitabile all’appellata.

Reputa il Collegio che a seguito della modifica di cui alla L. n. 162 del 2014, al di fuori dei casi di soccombenza reciproca, il potere di compensazione sia stato limitato dal legislatore a tassative e specifiche ipotesi, il che porta ad affermare, in difformità rispetto al passato, che il giudice non abbia più una discrezionalità al riguardo ma che sia tenuto a dare rigorosa applicazione del precetto normativo, essendo quindi preclusa la possibilità di compensare le spese di lite al di fuori delle ipotesi espressamente contemplate nell’art. 92 c.p.c..

La motivazione del giudice di appello denota evidentemente che la decisione di applicare l’art. 92 c.p.c., è stata determinata da fattori estranei al dettato normativo, il che denota la fondatezza della denunciata violazione di legge.

Nè risulta incidere su tale conclusione la sopravvenuta dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 92 c.p.c., ad opera della Consulta con la sentenza n. 77 del 2018, la quale ne ha ravvisato la contrarietà ai principi della Cost. nella parte in cui non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni.

In tal modo risulta di fatto ripristinata la vecchia formulazione dell’art. 92 c.p.c., nella versione anteriore alla novella del 2014, in relazione alla quale può osservarsi che rispetto alla ancora più risalente formulazione dell’art. 92 c.p.c., il testo della norma è più rigoroso e consente la compensazione solo in presenza di soccombenza o nel concorso di “altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione”. Tale formulazione è stata poi ricondotta – nell’interpretazione offerta dalle Sezioni Unite di questa Corte – nell’alveo delle “norme elastiche”, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico – sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili a priori, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche (Cass. Sez. Un., 22 febbraio 2012, n. 2572), il che ne consente l’assoggettamento al controllo di legittimità al pari di ogni altro giudizio fondato su norme di legge, in quanto, nell’esprimere il giudizio di valore necessario per integrare una norma elastica (che, per la sua stessa struttura, si limita ad esprimere un parametro generale) il giudice di merito compie un’attività di interpretazione giuridica e non meramente fattuale della norma stessa, dando concretezza a quella parte mobile (elastica) della stessa, introdotta per consentire alla norma stessa di adeguarsi ai mutamenti del contesto storico-sociale (Cass. n. 8017 del 6 aprile 2006).

I precedenti di questa Corte sinora intervenuti nell’interpretazione della novella appaiono nel complesso orientati ad un generale rigore, ed in tal senso è stato negato che possano essere ricondotte nella clausola generale delle gravi ed eccezionali ragioni: l’oggettiva “opinabilità della soluzione accolta”, in quanto la precisa individuazione del significato di un testo normativo in relazione alla fattispecie concreta a cui deve essere applicato costituisce il nucleo della funzione giudiziaria, sicchè l’ordinario esercizio nell’esegesi del testo normativo non può essere valutato come evento inusuale, almeno finchè non siano specificamente identificate le ragioni per le quali la soluzione assegnata al dubbio interpretativo assurga (per la sua contrarietà alla consolidata prassi applicativa, ovvero per la del tutto insolita connotazione lessicale e sintattica del tessuto letterale della norma) a livello di eccezionale gravità (Cass. n. 319 del 9 gennaio 2014); il mero riferimento alla ” natura processuale della pronuncia”, che, in quanto tale, può trovare applicazione in qualunque lite che venga risolta sul piano delle regole del procedimento (Cass. n. 16037 dell’11 luglio 2014); la mera “peculiare natura. della declaratoria di improcedibilità dell’appello (Cass. n. 24634 del 19 novembre 2014); “l’esiguità della pretesa creditoria”, specialmente ove l’importo delle spese sia tale da superare quello del pregiudizio economico che la parte intende evitare agendo in giudizio per fare valere il proprio diritto, atteso che in tale ipotesi la statuizione si tradurrebbe in una sostanziale soccombenza di fatto della parte vittoriosa, con lesione del principio costituzionale di cui all’art. 24 Cost., nonchè della regola generale dell’art. 91 c.p.c., (Cass. n. 11301 del 1 gennaio 2015); il riferimento a “motivi di opportunità e giustizia sostanziale” o al “diverso esito del giudizio di primo grado” (Cass. n. 14546 del 13 luglio 2015).

In tal senso si è ritenuta illegittima la decisione del giudice di merito di compensare le spese per la sussistenza di decisioni giurisprudenziali di merito di vario segno (così Cass. n. 1521/2016) atteso che un contrasto interpretativo su una determinata questione – soprattutto in presenza di soluzioni interpretative non ancora passate al vaglio del giudizio di legittimità, tanto più se riguardanti controversie di carattere seriale o comunque costituenti un contenzioso diffuso su tutto il territorio nazionale – non assume il carattere dell’eccezionalità, ossia di un evento che si presenta di rado rispetto alla normalità. Non ricorre neppure il requisito della “gravità”, il quale va apprezzato – nella sua portata oggettiva nella misura in cui l’evento o la situazione che ne è alla base abbiano prodotto effetti concreti sull’esito del processo o sul suo svolgimento, mentre, all’evidenza, l’esistenza di un contrasto nella giurisprudenza di merito, ossia la presenza di soluzioni interpretative di segno diverso da quello fatto proprio nella sentenza, resta estranea da tale novero di fatti o eventi, in mancanza di specificazioni ulteriori che consentano di meglio definire la rilevanza determinante, nel caso di specie, dell’esistenza dei precedenti giurisprudenziali (di merito) difformi dalla soluzione nella specie adottata.

Sempre in considerazione delle ragioni addotte dalla sentenza gravata per giustificare la decisione di compensare le spese, si segnala da ultimo Cass. n. 11217/2016, che del pari ha ravvisato la violazione dell’art. 92 c.p.c., nel caso di riferimento alla ” peculiarità della materia del contendere”.

Va altresì ricordato come sia stato condivisibilmente affermato (cfr. Cass. n. 23059/2018) le “gravi ed eccezionali ragioni” richieste per giustificare la compensazione totale o parziale, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, nella formulazione applicabile “ratione temporis”, non sono determinabili “a priori” ma devono essere specificate in via interpretativa dal giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche, essendosi ad esempio ritenuto illogica, erronea e non conforme al principio di lealtà ex art. 88 c.p.c., la compensazione delle spese processuali giustificata con il pagamento pressochè integrale degli importi dovuti dall’ingiunto, effettuato in esito all’emissione del provvedimento monitorio e prima della pronuncia di primo grado sul giudizio di opposizione, trattandosi di comportamento non caratterizzato da spontaneità ed inidoneo ad esonerare la parte opposta dall’onere di impugnazione della eventuale pronuncia di accoglimento dell’opposizione proposta (in senso conforme Cass. n. 6059/2017).

Alla luce di tali precedenti, ai quali il Collegio intende dare continuità deve ritenersi che il motivo di ricorso sia comunque fondato, non avendo la Corte di merito fatto corretta applicazione dell’art. 92 c.p.c., e la sentenza deve essere cassata quanto alla compensazione delle spese, non potendosi addure come causa giustificatrice di tale statuizione la circostanza che l’erronea determinazione delle spese di lite del primo grado sia ascrivibile al giudice, avendo in ogni caso l’appellata resistito al gravame, facendo in tal modo proprio l’errore commesso dal giudice di pace.

Il motivo deve quindi essere accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio al Tribunale di Roma, in persona di diverso magistrato, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

PQM

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio al Tribunale di Roma, in persona di diverso magistrato.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 dicembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 29 gennaio 2019

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