Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2486 del 31/01/2017

Cassazione civile, sez. I, 31/01/2017, (ud. 26/05/2016, dep.31/01/2017),  n. 2486

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente –

Dott. GIANCOLA M. Cristina – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio P. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

– ricorrente –

contro

R.P., M.L.;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte di appello di Bologna, n. 1217,

depositata in data 29 giugno 2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

26 maggio 2016 dal Consigliere relatore Dott. Pietro Campanile;

Viste le richieste del Pubblico Ministero, in persona dei Sost. Proc.

Gen. Dott. PRATIS Pierluigi e Dott.ssa CERONI Francesca, i quali

hanno concluso per la rimessione alle Sezioni unite o, in subordine,

per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 – Con atto di citazione ritualmente notificato R.P. conveniva in giudizio davanti alla Corte di appello di Bologna M.L., chiedendo il riconoscimento della sentenza pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico Flaminio in data 20 dicembre 2007, con la quale era stata dichiarata la nullità, per esclusione della prole da parte dell’uomo, del matrimonio da loro contratto in (OMISSIS) in data (OMISSIS).

1.1 – La corte adita, con la sentenza indicata in epigrafe, ha accolto la domanda, osservando, da un lato, che non emergevano contrasti con l’ordine pubblico italiano, e che, in ogni caso, la convenuta era rimasta contumace e non aveva quindi sollevato alcuna eccezione.

1.2 – Per la cassazione di tale decisione il Procuratore Generale presso questa Corte propone ricorso, affidato a tre motivi, illustrati da memoria. Gli intimati non svolgono attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2 – Con il primo motivo del ricorso, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 7, 29, 30 Cost., art. 797 c.p.c., L. 4 maggio 1983, n. 184, art. 6 e della L. 25 marzo 1985, n. 121, artt. 8 e segg., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si sostiene che nella specie avrebbe dovuto tenersi conto, come situazione meritevole di tutela, della lunga durata della convivenza tra i coniugi, tale da evidenziare un contrasto con l’ordine pubblico ostativo al riconoscimento della sentenza ecclesiastica.

2.1 – Con la seconda censura, prospettando la violazione degli artt. 2, 29 e 30 Cost., artt. 167, 797 c.p.c. e segg., della L. 25 marzo 1985, n. 121, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si afferma che erroneamente, seppure implicitamente, la corte felsinea avrebbe ritenuto che l’eccezione relativa alla suddetta circostanza non fosse rilevabile d’ufficio.

2.2 – Con il terzo mezzo si sostiene che ritenendo che la questione della convivenza prolungata configuri un’eccezione in senso stretto, si determina, con riferimento al diritto della parte rimasta contumace di ottenere il riconoscimento della convivenza “come coniuge”, una lesione del principio del “giusto processo”.

3 – Si impone, preliminarmente, la questione dell’ammissibilità del ricorso in esame, che il Procuratore Generale non ha proposto, ai sensi dell’art. 363 c.p.c., nell’interesse della legge, ma nell’esercizio del potere di impugnazione previsto dall’art. 72 c.p.c., comma 5, che prevede la facoltà di impugnazione delle sentenze previste nei precedenti commi 3 e 4 (comprese quelle “che dichiarino l’efficacia o l’inefficacia di sentenze straniere relative a cause matrimoniali”.

4 – La questione assume aspetti problematici in primo luogo in relazione all’ammissibilità, in linea generale, di un’impugnazione proposta – fuori del paradigma dell’art. 363 c.p.c. – dal P.G. presso la Corte di cassazione, la cui attività normalmente intesa a concorrere alla funzione nomofilattica propria del giudizio di legittimità.

Soccorre in proposito, all’esito della riforma apportata all’art. 72 c.p.c., con la L. 30 luglio 1950, n. 354, la disposizione contenuta nel comma 5 di detto articolo, secondo cui nelle cause di cui ai precedenti commi 3 e 4 (cause matrimoniali, escluse quelle di separazione personale dei coniugi e sentenze che dichiarino l’efficacia o l’inefficacia di sentenze straniere relative a cause matrimoniali), “la facoltà di impugnazione spetta tanto al pubblico ministero presso il giudice che ha pronunziato la sentenza, quanto a quello presso il giudice competente a decidere sull’impugnazione”.

4.1 – La riferibilità di tale potere di impugnazione anche al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione è stata affermata dalla migliore dottrina e dalla giurisprudenza di questa Corte. Nel risolvere la questione posta dal richiamo dell’art. 72 c.p.c., comma 6, che prevede la decorrenza del termine per impugnare dalla comunicazione a norma dell’art. 133 (che non contempla la comunicazione al P.M. presso il giudice “ad quem”), questa Corte, superando un precedente orientamento (Cass. 23 gennaio 1952, n. 200), ha affermato che il cancelliere non è tenuto a curare la comunicazione del dispositivo della sentenza, prevista dall’art. 133 c.p.c., all’ufficio del P.M. presso il giudice di grado superiore, che ha facoltà di impugnare la decisione a norma dell’art. 72 c.p.c., salva, in ogni caso, l’applicazione del termine, previsto dal successivo, art. 327, con decorrenza dal deposito della sentenza. E’ stato precisato che “se poi al P.G. presso la corte di appello o di cassazione venisse data comunicazione di una sentenza di tribunale o, rispettivamente, di appello, è dalla data della comunicazione che comincia a decorrere il termine breve, previsto dell’art. 72, u.c., in relazione all’art. 133 c.p.c.”.

Per quanto in questa sede rileva, è stato poi precisato che “la facoltà di proporre impugnazione, prevista dell’art. 72 c.p.c., comma 5, nel nuovo testo di cui alla L. n. 534 del 1950, compete all’ufficio del P.M. presso il giudice ad quem per tutte le cause matrimoniali e non soltanto per quelle nelle quali il P.M. ha legittimazione all’intervento e non all’azione” (Cass., 23 marzo 1960, n. 605).

5 – Tanto premesso, i motivi di ricorso, per la loro intima connessione, possono essere congiuntamente esaminati.

6 – Non può trovare accoglimento l’istanza di rimessione della causa alle Sezioni unite di questa Corte: a prescindere dal rilievo che la sentenza impugnata è conforme – come si dirà – ai principi dalle stesse sezioni unite di recente affermati, l’art. 374 c.p.c., comma 3, prevede la rimessione alle Sezioni unite, da parte di una sezione semplice, nel caso in cui la stessa “ritiene di non condividere il principio di diritto enunciato dalle Sezioni unite”, circostanza che, per le ragioni che saranno appresso indicate, nella specie non ricorre.

7 – Il contrasto relativo all’esistenza di un limite di ordine pubblico alla declaratoria di efficacia delle sentenze emesse dai tribunali ecclesiastici in merito alla nullità, secondo l’ordinamento canonico, dei matrimoni celebrati con il rito c.d. concordatario, limite costituito dalla necessità di tutela del c.d. “matrimonio-rapporto”, connotato da una congrua convivenza matrimoniale, è stato risolto dalle Sezioni unite di questa Corte con le decisioni nn. 16379 e 16380 del 17 luglio 2014, con le quali si è in primo luogo osservato che il “matrimonio-rapporto”, al quale va ricondotta la situazione giuridica “convivenza fra i coniugi” o “come coniugi”, trova un solido fondamento “nella Costituzione, nelle Carte Europee dei diritti e nella legislazione italiana”, in maniera tale da costituire la rappresentazione “di molteplici aspetti e dimensioni dello svolgimento della vita matrimoniale, che si traducono, sul piano rilevante per il diritto, in diritti, doveri, responsabilità”.

7.1 – In tale quadro la convivenza fra i coniugi costituisce elemento essenziale, che lo connota “in maniera determinante”; anche alla luce di significativi interventi della Corte costituzionale, della Corte EDU e della Corte di giustizia UE, il complesso dei diritti, dei doveri, delle aspettative correlati, in maniera autonoma, al rapporto matrimoniale rappresentano una situazione giuridica che, “in quanto regolata da disposizioni costituzionali, convenzionali ed ordinarie, è perciò tutelata da norme di ordine pubblico italiano, secondo il disposto di cui all’art. 797 c.p.c., comma 1, n. 7”.

7.2 – Le Sezioni unite hanno altresì specificato i caratteri che deve assumere, per i fini che qui interessano, la convivenza coniugale, sotto il profilo della riconoscibilità dall’esterno – attraverso fatti e comportamenti che vi corrispondano in modo non equivoco -, nonchè della stabilità – individuando, sulla base di specifici riferimenti normativi (L. n. 184 del 1983, art. 6, commi 1 e 4) una durata minima di tre anni.

7.3 – E’ stato poi rilevato che il suddetto limite di ordine pubblico opera in presenza di qualsiasi vizio genetico posto a fondamento della decisione ecclesiastica di nullità e che la convivenza triennale “come coniugi”, quale situazione giuridica di ordine pubblico ostativa alla delibazione della sentenza canonica di nullità del matrimonio, essendo caratterizzata da una complessità fattuale strettamente connessa all’esercizio di diritti, adempimento di doveri e assunzione di responsabilità di natura personalissima, è oggetto di un’eccezione in senso stretto, non rilevabile d’ufficio, nè opponibile dal coniuge, per la prima volta, nel giudizio di legittimità.

7.4 – Si è quindi ulteriormente precisato, distinguendo opportunamente le ipotesi, che detto limite non può operare in presenza di domanda di delibazione presentata congiuntamente dalla parti e che, nel caso di domanda proposta da uno solo dei coniugi, “l’altro – che intenda opporsi alla domanda, eccependo il limite d’ordine pubblico costituito dalla “convivenza coniugale” – ha l’onere, a pena di decadenza, ai sensi dell’art. 167 c.p.c., commi 1 e 2, (si veda l’art. 343 c.p.c., comma 1): i) di sollevare tale eccezione nella comparsa di risposta; 2) di allegare i fatti specifici e gli specifici comportamenti dei coniugi, successivi alla celebrazione del matrimonio, sui quali l’eccezione medesima si fonda, anche mediante la puntuale indicazione di atti del processo canonico e di pertinenti elementi che già emergano dalla sentenza delibanda; 3) di dedurre i mezzi di prova, anche presuntiva, idonei a dimostrare la sussistenza di detta “convivenza coniugale”, restando ovviamente salvi i diritti di prova della controparte ed i poteri di controllo del giudice della delibazione quanto alla rilevanza ed alla ammissibilità dei mezzi di prova”.

7.5 – La qualificazione dell’eccezione in esame nei termini sopra indicati appare condivisibile in base alle ragioni enunciate dalle stesse Sezioni unite nella richiamata decisione. Nella stessa, ben vero, il principio invocato nel ricorso, e ribadito nella memoria, è stato tenuto ben presente, laddove si è affermato: “E’ noto, poi, che in linea di principio, per costante orientamento di questa Corte, la contrarietà di un atto all’ordine pubblico, sostanziale o processuale, attenendo a materie indisponibili dalle parti perchè involgenti aspetti che trascendono interessi esclusivamente individuali, è questione rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del processo, salvo il dovere del giudice di promuovere su di essa il previo contraddittorio tra le parti (art. 101 c.p.c., comma 2 e art. 384 c.p.c., comma 3)”.

7.6 – Orbene, non potendosi dubitare della rilevanza non solo sul piano sostanziale, ma anche su quello processuale, della qualificazione di una eccezione come “mera difesa” o come “eccezione in senso stretto”, non può omettersi di rilevare che l’affermazione del principio circa le preclusioni cui soggiace l’eccezione in esame, come delineate nella sentenza n. 16379 del 2014 di questa Corte, risulta ampiamente giustificata al lume delle condivisibili ragioni ivi indicate, prima fra tutte quella fondata sulla “complessità fattuale” delle circostanze sulle quali l’eccezione stessa si fonda. In proposito il Collegio condivide il richiamo alla compresenza di “dati oggettivi”, strettamente connessi ad “una pluralità di diritti inviolabili, di doveri inderogabili, di responsabilità anche genitoriali in presenza di figli, di aspettative legittime e di legittimi affidamenti degli stessi coniugi e dei figli, sia come singoli sia nelle reciproche relazioni familiari”.

Il limite d’ordine pubblico ostativo alla delibazione non scaturisce immediatamente da una precisa disposizione, ma deve trarsi da una situazione giuridica complessa la convivenza coniugale, appunto caratterizzata essenzialmente da circostanze oggettive esteriormente riconoscibili e, quindi, allegabili e dimostrabili in giudizio.

7.7 – Altrettanto condivisibile è il riferimento, in termini di interpretazione analogica, all’eccezione concernente l’interruzione della separazione prevista dalla L. n. 898 del 1970, art. 3, che deve essere sollevata esclusivamente ad istanza di parte, senza che il giudice possa rilevarla d’ufficio, e che parimenti investe aspetti strettamente inerenti ai rapporti tra i coniugi.

8 – La sentenza impugnata è conforme ai principi sopra richiamati, che il Collegio condivide ad ai quali, anzi, intende dare continuità.

Mette conto di osservare che le possibilità offerte alla convenuta contumace di svolgere le proprie difese non appaiono lesive dei principi del giusto processo.

Devesi infine rilevare come, in base alla più volte richiamata decisione delle Sezioni unite, essendo esclusa, ai sensi dell’Accordo, la promovibilità dei giudizi di delibazione da parte del pubblico ministero, in questi giudizi spetta tuttavia allo stesso organo requirente l’eventuale esercizio dei poteri processuali previsti dal menzionato art. 72 c.p.c., comma 2, (“produrre documenti, dedurre prove, prendere conclusioni”), soltanto però “nei limiti delle domande proposte dalle parti”.

Deve, pertanto, ribadirsi che il parametro di legittimità dell’esercizio di tali poteri da parte del pubblico ministero, malgrado la dimensione pubblicistica sottesa al suo intervento, è costituito, in definitiva, dalle causae petendi e dai petita fatti valere dalle parti, nonchè dalle eccezioni dalle stesse sollevate, che delimitano l’oggetto del giudizio, ragion per cui sembra doversi dubitare anche della sussistenza di un interesse a proporre l’impugnazione in esame, essendo il tema della durata della convivenza estraneo al perimetro delle questioni delimitate dalle domande e dalle difese delle parti.

10 – Al rigetto del ricorso, per le indicate ragioni, per altro in assenza di controparti che abbiano svolto attività difensiva, non consegue alcuna statuizione in merito al regolamento delle spese processuali.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 26 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA