Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24847 del 15/09/2021

Cassazione civile sez. trib., 15/09/2021, (ud. 18/12/2019, dep. 15/09/2021), n.24847

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Esnestino – Presidente –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. DINAPOLI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 25277/2014 R.G. proposto da:

EUROCAR PREVALLE s.r.l., in personal del socio unico e

amministratore, rappresentata e difesa dall’Avv. Marcello Bacci

presso il cui studio ha eletto domicilio in Roma via Luigi Capuana

n. 207, giusta procura speciale allegata al ricorso;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via

dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia n. 1291/67/2014, depositata l’11 marzo 2014.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 18 dicembre

2019 dal Consigliere Dott. Dinapoli Marco.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Eurocar Prevalle s.r.l., in persona del suo socio unico e amministratore, impugnava in primo grado due avvisi di accertamento relativi agli anni di imposta 2006 e 2007 con cui venivano recuperate a tassazione le imposte dovute per indebita deduzione di costi e indebita detrazione Iva su fatture per operazioni soggettivamente inesistenti emesse per acquisto auto da un soggetto giuridico fittiziamente interposto (Ragno car del nullatenente R.N.).

La Commissione tributaria provinciale di Brescia rigettava i ricorsi del contribuente (sent. N. 7/10/2013 dep. Il 24/01/2013), che proponeva appello.

La Commissione tributaria regionale della Lombardia sez. di Brescia accoglieva parzialmente i ricorsi, limitatamente alle imposte dirette e rigettava nel resto. Affermava in motivazione che gli accertamenti della polizia tributaria evidenziavano la natura di “cartiera” di Ragno car, che aveva venduto le automobili ad Eurocar ad un prezzo inferiore a quello pagato al cedente intracomunitario, onde la presunzione di consapevolezza della frode da parte di Eurocar, che non aveva fornito prova contraria.

Ricorre per cassazione la società con 4 motivi e chiede cassarsi la sentenza impugnata con ogni conseguente statuizione, con vittoria di spese e onorari.

L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso e chiede dichiararsi inammissibile o rigettarsi il ricorso avverso con ogni consequenziale pronunzia pure in ordine alle spese di lite. Non presenta ricorso incidentale avverso il capo della sentenza di appello ad essa sfavorevole, che pertanto è passato in giudicato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Il primo motivo di ricorso denunzia violazione dell’art. 112 c.p.c. per violazione del principio di necessaria corrispondenza fra il chiesto ed il pronunziato in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Omessa pronunzia su uno dei motivi dedotti nell’atto di appello. Omessa allegazione dell’accertamento del PVC conseguente alla verifica nei confronti della Ragno Car. Violazione o falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1, della L. 24 gennaio 1990, art. 3, del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 56, e dell’art. 112 c.p.c.. Sostiene la ricorrente di avere eccepito fino dal primo grado l’omessa allegazione del P.V.C. nei confronti della Ragno Car, e che la sentenza impugnata ha omesso la motivazione sul punto.

2.- Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione dell’art. 112 c.p.c. per violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto ed il pronunziato in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4; omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio; violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5; violazione e falsa applicazione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 54, art. 360 c.p.c., n. 3. La ricorrente effettua un excursus sui fatti, e si duole che la sentenza non abbia valutato il materiale probatorio offerto a dimostrazione della correttezza del proprio comportamento.

3.- Il terzo motivo di ricorso denunzia violazione dell’art. 112 c.p.c. per violazione del principio di necessaria corrispondenza fra il chiesto ed il pronunziato in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4; omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio; violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5; in particolare si lamenta che la sentenza impugnata non abbia valutato il provvedimento di sgravio della cartella esattoriale emesso ai sensi del D.P.R. n. 622 del 1972, art. 60 bis (responsabilità solidale del cessionario Eurocar per il mancato pagamento dell’Iva anno 2006 da parte del cedente Ragno Car per le cessioni di beni a prezzi inferiori a quello normale).

4.- Il quarto motivo di ricorso denunzia violazione dell’art. 112 c.p.c. per violazione del principio di necessaria corrispondenza fra il chiesto ed il pronunziato in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4; omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio; violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 anche in ragione del mancato riconoscimento della detraibilità ai fini dell’Iva dell’imposta assolta con gli acquisti degli autoveicoli-contraddittorietà dei rilievi esposti dall’agenzia negli avvisi di accertamento, lamentando l’omessa valutazione da parte della Commissione tributaria provinciale del provvedimento di sgravio della cartella di cui al terzo motivo e l’omessa valutazione delle produzioni difensive a sostegno della effettività dei rapporti intrattenuti con la Ragno Car.

5.- L’Agenzia delle entrate nel controricorso rileva che il P.V.C. nei confronti della Ragno Car, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, era allegato agli avvisi di accertamento originari, ed in ogni caso ivi ampiamente riassunto. Rileva inoltre la natura perplessa dei motivi di ricorso, l’inammissibilità dell’eccezione del vizio di omessa motivazione a seguito della modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 ad opera del D.L. n. 83 del 2012, in presenza di due sentenze di rigetto nel merito, il tentativo avverso di chiedere in realtà un riesame dell’istruttoria compiuta dai giudici del merito, inammissibile in questa sede.

6.- Il ricorso, così come sono stati formulati i motivi, incorre in diverse ragioni di inammissibilità.

6.1- In primo luogo le censure formulate dalla società ricorrente sono riconducibili a diversi possibili vizi, con mancanza assoluta di specificità delle argomentazioni riferibili a ciascuno di essi, in violazione del principio secondo cui il giudizio di cassazione è “a critica vincolata” dai motivi di ricorso, che lo delimitano, individuando, con la loro formulazione tecnica, in quale delle ipotesi essi rientrino fra quelle tassativamente indicate dalla legge; per questo “e’ inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleate dal codice di rito.” (ex multis Cass. n. 11603/2018).

6.2- In secondo luogo i motivi di ricorso solo apparentemente denunziano vizi di legittimità, ma in realtà mirano ad ottenere una rivalutazione della decisione di merito, previa rivisitazione del materiale probatorio acquisito, inammissibile in sede di legittimità.

6.3- In particolare, poi, le doglianze di violazione di legge sono inammissibili perché per un verso contestano il merito della decisione da parte del giudice di appello, mediante l’allegazione di una erronea ricognizione della fattispecie concreta da parte sua rispetto alle risultanze di causa (questione che invece non attiene alli interpretazione della legge ma alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità: v., per tutte, Cass. Sez. 1, ordinanza n. 3340 del 05/02/2019), e per altro verso censurano la motivazione della sentenza oltre i limiti della rilevanza del vizio previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b) (applicabile ratione temporis).

6.4- E’ inammissibile poi la censura di minus petizione in quanto, per come formulata, non lamenta la mancanza della decisione su alcuna delle eccezioni proposte, bensì il mancato o insufficiente esame delle argomentazioni di parte, questione che in realtà riguarda la motivazione della sentenza. In ogni caso la censura è anche infondata perché non sussiste il vizio di omessa pronuncia quando, pure in assenza di specifica statuizione del giudice, la pretesa avanzata col capo di domanda che si assume non esaminato risulti – come nel caso di specie – incompatibile con l’impostazione logico -giuridica della pronuncia, si da potersene ravvisare il rigetto implicito (Cass., Sez. III, 12 ottobre 2017, n. 23940; Cass., Sez. VI, 25 settembre 2018, n. 22598).

6.5- Sono inammissibili infine le censure di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio anche perché le modalità della loro prospettazione contravvengono al principio per cui nell’ipotesi di “doppia conforme” prevista dall’art. 348 ter c.p.c., comma 5, qui applicabile ratione temporis, il ricorrente in cassazione, per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, deve indicare le ragioni di fatto poste a base della decisione di primo grado e quelle poste a base della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Cass. 5528/2014), adempimento che in questo caso non è stato svolto. Inoltre le censure mancano di specificità. Tali censure sono comunque infondate perché sussiste l’omessa pronuncia solo nel caso in cui la motivazione sia del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione per essere afflitta da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili oppure perché incomprensibile (Cass., Sez. V7 25 settembre 2018, n. 22598), ovvero anche laddove il giudice venga meno all’obbligo costituzionale di motivazione imposto dall’art. 111 Cost., comma 6, in combinato disposto con l’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, con conseguente nullità della sentenza, ove non possa consentirsi la ricostruzione del percorso logico seguito dal giudice (Cass., Sez. III, 12 ottobre 2017, n. 23940; Cass., Sez. VI, 25 settembre 2018, n. 22598).

7.- E’ infondata, in ogni caso, la doglianza di violazione da parte della sentenza impugnata delle regole sulla ripartizione dell’onere della prova. Infatti in materia di fatturazione di operazioni soggettivamente inesistenti questa Corte ha formulato, anche alla luce di ripetuti interventi della Corte di Giustizia, i principi di diritto che seguono, cui occorre dare continuità: 1) “in tema di Iva, l’Amministrazione finanziaria, la quale contesti che la fatturazione attenga ad operazioni soggettivamente inesistenti, inserite o meno nell’ambito di una frode carosello, ha l’onere di provare, anche solo in via indiziaria, non solo l’oggettiva fittizietà del fornitore ma anche la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta”; 2) “la prova della consapevolezza dell’evasione richiede che l’Amministrazione finanziaria dimostri, in base ad elementi oggettivi e specifici non limitati alla mera fittizietà del fornitore, che il contribuente sapeva o avrebbe dovuto sapere, con l’ordinaria diligenza in rapporto alla qualità professionale ricoperta, che l’operazione si inseriva in una evasione fiscale, ossia che egli disponeva di indizi idonei a porre sull’avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto sulla sostanziale inesistenza del contraente” 3) “incombe sul contribuente la prova contraria di aver agito in assenza di consapevolezza di partecipare ad un’evasione fiscale e di aver adoperato, per non essere coinvolto in una tale situazione, la diligenza massima esigibile da un operatore accorto secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità in rapporto alle circostanze del caso concreto, non assumendo rilievo, a tal fine, né la regolarità della contabilità e dei pagamenti, né la mancanza di benefici dalla rivendita delle merci o dei servizi” (Cass. Sez. V 20 aprile 2018 n. 9851; vedi anche Corte di Giustizia 6 dicembre 2012, Bonik, C-285/11; Corte di Giustizia, Ppuh, C-277/14, par. 50, Corte di Giustizia 6 luglio 2006, Kittel, C-439/04 e C-440/04; Corte di Giustizia 21 giugno 2012, Mahageben e David, C-80/11 eC-142/11; Corte di Giustizia 22 ottobre 2015).

7.1- La sentenza impugnata è rispettosa di questi principi, in quanto valorizza l’inconsistenza della realtà commerciale del cedente apparente R., a fronte della quale il contribuente non fornisce alcuna dimostrazione della sua mancanza di consapevolezza incolpevole.

8.- In conclusione, per i motivi di cui sopra, il ricorso deve essere rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali del presente giudizio, come liquidate in dispositivo. Occorre infine dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 11.000 (undicimila) oltre spese prenotate a debito. dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 18 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2021

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