Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24836 del 09/10/2018

Cassazione civile sez. lav., 09/10/2018, (ud. 31/05/2018, dep. 09/10/2018), n.24836

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 344-2017 proposto da:

SAN RAFFAELE S.P.A. in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI SANT’ELENA 29, presso lo

studio degli avvocati DAVIDE GALLOTTI e EMANUELA CUSMAI, che la

rappresentano e difendono giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

F.N., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIOVANNI

NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato NICOLA MARIA ALIFANO,

che la rappresenta e difende giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4916/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 20/10/2016 r.g.n. 2630/2016.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con sentenza n.4916, pubblicata il 20.10.2016, la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado, emessa L. n. 92 del 2012, ex art. 1, comma 57, di accoglimento della domanda di Nadia F. volta alla declaratoria di nullità del licenziamento intimato dalla società San Raffaele s.p.a. in data 16.1.2015 per assenza ingiustificata protratta oltre tre giorni nel periodo successivo al 14.12.2013, ai sensi del CCNL Aiop, considerato l’accertamento (effettuato con precedente sentenza emessa il 16.12.2014) di sussistenza, tra le parti, di un rapporto di lavoro subordinato;

2. a sostegno della propria decisione la Corte d’appello ha osservato, da un lato, come l’addebito disciplinare concernesse obblighi del lavoratore dipendente relativi ad epoca antecedente l’accertamento giudiziale della sussistenza di un rapporto di lavoro di natura subordinata (impostato, formalmente, come lavoro professionale autonomo) e, dall’altro, che sin dall’interruzione di ogni attività (ossia sin dal 5.2.2013, quando la F. si era assentata per gravidanza con minacce di aborto) la società si era dichiarata disponibile a riprendere il rapporto di lavoro soltanto in regime di autonomia nè, a seguito dell’accertata sussistenza del vincolo di subordinazione, aveva espresso alcuna volontà di regolarizzare il rapporto, con conseguente insussistenza del fatto posto a base del licenziamento (assenza ingiustificata), nullità del licenziamento per motivo illecito consistente nella volontà della società diretta all’elusione degli effetti della sentenza emessa nel 2014 e conseguente condanna al risarcimento del danno commisurato alla retribuzione globale di fatto;

3. avverso tale sentenza, la società ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi, illustrati da memoria;

4. la lavoratrice ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

5. col primo motivo di ricorso si denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 2119,1460,1175,1324,1325,1375,1418,2104,2106 e 1219 cod. civ., artt. 327 e 113 cod. proc. civ., L. n. 300 del 1970, art. 18,commi 1, 4 e 5 (in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 3), avendo, la Corte di merito, erroneamente ritenuto che la società abbia opposto alla lavoratrice un rifiuto allo svolgimento della prestazione lavorativa, nonostante tutte le comunicazioni inviate dalla società dimostrassero la disponibilità a ricevere in azienda la F. in ogni momento e la mancata presentazione della stessa sul posto di lavoro integrasse un comportamento chiaramente inadempiente;

6. con il secondo motivo, si denunzia violazione ed erronea applicazione dell’art. 2909 cod. civ. e artt. 324 e 329 cod. proc. civ. (in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 3) avendo, la Corte territoriale, ritenuto non adeguatamente impugnato, in sede di reclamo, l’affermato disinteresse alla prestazione lavorativa della F., nonostante censura specifica (di cui si riporta stralcio);

7. il primo motivo appare inammissibilmente formulato per aver ricondotto, sotto l’archetipo della violazione di legge censure che, invece, attengono alla tipologia del difetto di motivazione ovvero al gravame contro la decisione di merito mediante una diversa lettura delle risultanze procedimentali così come accertate e ricostruite dalla Corte territoriale, non potendosi nemmeno rinvenire un vizio di falsa applicazione di legge, non lamentando, il ricorrente, un errore di sussunzione del singolo caso in una norma che non gli si addice;

8. la censura, invero, non consta nella erronea ricognizione della fattispecie astratta recata dalle norme impugnate bensì in una carente ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa (esterna all’esatta interpretazione della norma di legge) ed inerisce, pertanto, alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione, sindacato configurabile (nel novellato testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, come interpretato dalle Sezioni Unite n. 8053/2014) soltanto qualora manchi del tutto la motivazione oppure formalmente esista come parte del documento, ma le argomentazioni siano svolte in modo “talmente contraddittorio da non permettere di individuarla”;

9. la Corte territoriale ha ampiamente esaminato i fatti controversi, rilevando che “a fronte di tali reiterate offerte della prestazione, sia in via extragiudiziale che giudiziale (lettere della F. del 2013 e impugnativa del licenziamento), la società, come evidenziato in sentenza e risultante dalla documentazione prodotta, aveva ribadito che l’attività lavorativa, secondo la società interrottasi per iniziativa della F., si era sempre svolta in regime di autonomia e che la società era disponibile soltanto alla prosecuzione dell’attività professionale (v. lettere del 21.3.2013, 23.4.2013, 4.11.2013)”, con ulteriore rifiuto di mettere in regola la lavoratrice all’indomani della sentenza di accertamento della natura subordinata del rapporto di lavoro, “minando di fatto anche la possibilità del ripristino materiale del sinallagma” e dovendosi, quindi, ritenere “escluso l’inadempimento della lavoratrice rispetto a doveri che riguardano la corretta funzionalità di un rapporto che non ha avuto attuazione per causa imputabile alla società”;

10. non è, quindi, ravvisabile alcuna lacuna o contraddizione motivazionale nella sentenza impugnata in ordine alla ricostruzione del comportamento inadempiente della società, apparendo, altresì, inammissibile il secondo motivo di ricorso in quanto privo di decisività (in quanto concernente la contestazione, in sede di reclamo, del suddetto comportamento inadempiente, ampiamente valutato dalla Corte territoriale);

11. alla luce delle considerazioni svolte il ricorso va dichiarato inammissibile;

12. le spese del presente giudizio, per il principio di soccombenza, sono poste a carico della ricorrente e vengono liquidate come in dispositivo;

13. che sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013) trovando tale disposizione applicazione ai procedimenti di impugnazione iniziati in data successiva al 30.1.2013, quale quello in esame (Cass. n. 22035 del 17/10/2014; Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014 e numerose successive conformi).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi e in Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge, da distrarsi a favore dell’avv. Nicola Maria Alifano dichiaratosi antistatario.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 31 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2018

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA