Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24825 del 09/10/2018

Cassazione civile sez. VI, 09/10/2018, (ud. 24/05/2018, dep. 09/10/2018), n.24825

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17640-2017 proposto da:

T.R., in proprio e nella qualità di erede di B.A.,

elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZALE CLODIO 13, presso lo

studio dell’avvocato OLGA GERACI, rappresentata e difesa

dall’avvocato VINCENZO MANDANICI;

– ricorrente –

contro

I.F., I.G., I.P., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA G.P. DA PALESTRINA 63, presso lo studio

dell’avvocato UGO DI PIETRO, rappresentati e difesi dall’avvocato

TINDARO GRASSO;

– controricorrenti –

contro

I.M., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato

GIOVANNI MUNAFO’;

– controricorrente –

contro

N.E.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 651/2016 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 07/11/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/05/2018 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

Fatto

RITENUTO

che con la sentenza di cui in epigrafe la Corte d’appello di Messina rigettò l’impugnazione avanzata da T.R., la quale aveva agito anche quale erede di B.A., avverso la sentenza di primo grado che aveva disatteso la proposta domanda di accertamento di una servitù di passaggio;

che avverso la statuizione d’appello la T. avanza ricorso basato su due motivi;

che resistono I.M. e, con separato controricorso, F., G. e I.P..

Diritto

CONSIDERATO

che il ricorso deve ritenersi inammissibile sulla scorta delle considerazioni di cui appresso:

1) il primo motivo, con il quale la ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 1051 e 2697 c.c., artt. 115e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, lamentando che la sentenza gravata aveva erroneamente ricostruito la vicenda, senza tenere adeguatamente conto delle risultanze della perizia di parte e della prova testimoniale, dalle quali emergeva la interclusione del piccolo orticello, contrasta con l’interpretazione consolidata di legittimità in quanto:

a) quanto alla denunziata violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., deve rilevarsene lo scopo eccentrico, diretto a contestare il vaglio probatorio, poichè, come noto, una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorchè si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione (cfr., da ultimo, Sez. 6-1, n. 27000, 27/12/2016, Rv. 642299), stante che il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicchè la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, bensì un errore di fatto, che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 (Sez. 3, n. 23940, 12/10/2017, n.645828);

b) la evocazione della regola sull’onere probatorio perciò solo non determina nel giudizio di legittimità lo scrutinio della questione astrattamente evidenziata sul presupposto che l’accertamento fattuale operato dal giudice di merito giustifichi la prospettata violazione di legge, essendo, all’evidenza, occorrente che l’accertamento fattuale, derivante dal vaglio probatorio, sia tale da doversene inferire la conclusione nel senso auspicato dal ricorrente, evenienza che qui niente affatto ricorre, richiedendosi, in definitiva, che la Corte di legittimità, sostituendosi inammissibilmente alla Corte d’appello, faccia luogo a nuovo vaglio probatorio, di talchè, nella sostanza, peraltro neppure efficacemente dissimulata, la doglianza investe inammissibilmente l’apprezzamento delle prove effettuato dal giudice del merito, in questa sede non sindacabile, neppure attraverso l’escamotage del richiamo agli artt. 115 e 116 c.p.c.;

c) dall’esposto consegue doversi escludere in radice che la sentenza censurata abbia omesso di prendere in esame un fatto decisivo e controverso, avendo, esattamente all’opposto, partitamente esaminato le risultanze probatorie e concluso per l’insussistenza della interclusione (si veda per l’affermazione risolutiva pag. 8);

2) il secondo motivo, con il quale si allega violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1062 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per non essere stati correttamente letti i titoli di provenienza e le planimetrie in riferimento allo stato dei luoghi, contrasta con l’interpretazione consolidata di legittimità in quanto:

deve escludersi in radice la prospettata violazione di legge avuto riguardo a quanto insindacabilmente accertato dalla Corte locale (si vedano, in ispecie, pagg. 7/8), poichè, siccome chiarito sub 1b) – con la censura si pretende, ancora una volta, previamente ricostruiti i fatti difformemente dal giudice, diversa sussunzione -;

considerato che, di conseguenza, siccome affermato dalle S.U. (sent. n. 7155, 21/3/2017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”;

considerato che spese legali debbono seguire la soccombenza e possono liquidarsi, in favore dei controricorrenti siccome in dispositivo, tenuto conto del valore e della qualità della causa, nonchè delle attività espletate;

considerato che ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17) applicabile catione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte della ricorrente, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente al pagamento, in favore dei resistenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida, per I.M., in curo 2.800,00 e per I.F., I.G. e I.P. in Euro 3.000,00, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 24 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2018

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