Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24825 del 06/11/2020

Cassazione civile sez. I, 06/11/2020, (ud. 08/10/2020, dep. 06/11/2020), n.24825

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16903/2019 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliato in Roma presso la

CANCELLERIA civile della CORTE SUPREMA di CASSAZIONE e rappresentato

e difeso dagli avvocati Roberto Dalla Bona, ed Alessandra Migliore,

in forza di procura speciale in atti e avvocati DE ANGELIS ROSSELLA,

SAFFIOTTI CIUCCIA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO:

– intimato –

avverso la sentenza n. 4855/2018 della Corte d’appello di MILANO,

depositata il 12/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio

dell’8/10/2020 dal Cons. Dott. IOFRIDA GIULIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Milano, con sentenza n. 4855/2018, depositata in data 12/11/2018, ha respinto il gravame di P.A., cittadino del (OMISSIS), avverso decreto del Tribunale che aveva rigettato la richiesta dello stesso, a seguito di diniego della competente Commissione territoriale, di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria e per ragioni umanitarie.

In particolare, i giudici d’appello hanno ritenuto la domanda di protezione per ragioni umanitarie (essendo il gravame circoscritto a tale aspetto della protezione internazionale) infondata, in quanto: come già vagliato dal giudice di primo grado, il racconto del richiedente (essere fuggito dal Paese d’origine, per sfuggire alle minacce di un amico che lo accusava di avere rivelato agli altri membri del villaggio la sua omosessualità) non integrava i presupposti per la concessione della protezione umanitaria, in difetto di situazioni di personale vulnerabilità (essendo oltretutto il Paese d’origine caratterizzato da una fase di ripresa e sviluppo economico, come emergente dal sito della (OMISSIS) e del Ministero degli Esteri), di particolari problemi di salute e di un serio e documentato processo di integrazione in Italia.

Avverso la suddetta pronuncia, P.A. propone ricorso per cassazione, affidato a sei motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che non svolge difese).

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, sia l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, di fatto decisivo rappresentato dalle persecuzioni e dal pericolo di danno per il richiedente a causa delle minacce subite, sia la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, in relazione al mancato riconoscimento dello status di rifugiato a fronte dell’allegata condizione di omosessualità; b) con il secondo motivo, la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2 e art. 14, lett. c), nonchè del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 4, art. 9, comma 2, e art. 15, comma 2 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, non avendo la Corte d’appello adempiuto al proprio obbligo istruttorio officioso ai fini della chiesta protezione sussidiaria, non avendo esaminato i documenti prodotti dal richiedente e compiuto alcuna istruttoria al fine di verificare le condizioni di violenza indiscriminata esistenti nell’intero Paese d’origine del richiedente; c) in relazione al diniego di protezione umanitaria, con il terzo motivo, sia la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, art. 5, comma 6, del TUI, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 4, art. 9, comma 2 e art. 15, comma 2 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, sia l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, di fatto decisivo, e, con il quarto motivo, la violazione o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, art. 115 c.p.c. e l’omessa valutazione delle prove offerte dal richiedente al fine di dimostrare il percorso di integrazione avviato in Italia; d) con il quinto motivo, error in procedendo ex art. 360 c.p.c., n. 4, violazione o falsa applicazione dell’art. 111 Cost., art. 6 CEDU, art. 101 c.p.c., D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 27, comma 1 bis, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 8 e 9, introdotto con il D.L. n. 13 del 2017, dolendosi della mancata sottoposizione a contraddittorio delle fonti utilizzate per fondare il giudizio sulla stabilità interna e sicurezza del Paese d’origine; e) con il sesto motivo, si solleva questione di legittimità costituzionale in relazione all’art. 24 Cost., D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 27, comma 1 bis, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 8 e 9, introdotto con il D.L. n. 13 del 2017, nella parte in cui detta normativa consente alle Commissioni territoriali di procedere alla raccolta delle prove, prove che conservano efficacia nel giudizio di opposizione dinanzi al Tribunale, senza che il richiedente possa svolgere alcuna attività difensiva.

2. La prima e la seconda censura, vertenti sul diniego della richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, sono inammissibili, in quanto non pertinenti rispetto al decisum, avendo la Corte d’appello esaminato la sola richiesta di protezione umanitaria oggetto dell’appello.

Anzi, a pag. 3 del ricorso, lo stesso ricorrente riproduce le conclusioni del gravame, con le quali chiedeva il riconoscimento della sola protezione umanitaria.

3. Le due censure attinenti alla protezione umanitaria, oggetto del terzo e quarto motivo, sono del pari inammissibili.

La Corte d’appello ha ritenuto che non sussistevano i presupposti della richiesta di protezione per ragioni umanitaria, in difetto di condizioni di vulnerabilità, soggettive ed oggettive (peraltro dal racconto riportato in sentenza si evince che il richiedente non aveva allegato di essere lui omosessuale ma che un amico, omosessuale, lo aveva minacciato, ritenendo che il richiedente avesse rivelato nel villaggio la condizione dell’amico e nel ricorso non si confuta in modo specifico il corretto vaglio delle dichiarazioni fatte dal richiedente), non essendo sufficiente comunque il solo percorso di integrazione in Italia.

Orbene, è stato e chiarito che il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455).

Il diritto alla protezione umanitaria è in ogni caso collegato alla sussistenza di “seri motivi”, non tipizzati o predeterminati, neppure in via esemplificativa, dal legislatore (prima della Novella di cui al D.L. n. 113 del 2018, convertito in L. n. 132 del 2018), cosicchè essi costituiscono un catalogo aperto, tutti accomunati dal fine di tutelare situazioni di vulnerabilità individuale attuali o pronosticate in dipendenza del rimpatrio; non può essere in nessun caso elusa la verifica della sussistenza di una condizione personale di vulnerabilità, occorrendo dunque una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza e alla quale si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio: i seri motivi di carattere umanitario possono allora positivamente riscontrarsi nel caso in cui, all’esito di tale giudizio comparativo, risulti non soltanto un’effettiva ed incolmabile sproporzione tra i due contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa, ma siano individuabili specifiche correlazioni tra tale sproporzione e la vicenda personale del richiedente, “perchè altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al cit. D.Lgs. n. 286, art. 5, comma 6” (Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455).

In conclusione, la sproporzione tra i due contesti di vita non possiede di per sè alcun rilievo, salvo emerga che essa ha determinato specifiche ricadute individuali, distinte da quelle destinate a prodursi sulla generalità delle persone provenienti dal medesimo ambito territoriale.

Giova aggiungere che le Sezioni Unite di questa Corte, nelle recenti sentenze nn. 29459 e 29460/2019, hanno ribadito, in motivazione, l’orientamento di questo giudice di legittimità in ordine al “rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale”, rilevando che “non può, peraltro, essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari considerando, isolatamente e astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, nè il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza (Cass. 28 giugno 2018, n. 17072)”, in quanto così “si prenderebbe altrimenti in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, di per sè inidonea al riconoscimento della protezione umanitaria”.

In definitiva, il carattere “aperto” dei motivi di accoglienza tutelati con la protezione umanitaria non fa venir meno la necessità dell’effettivo riscontro di una situazione di vulnerabilità che non può non partire dalla situazione del Paese di origine del richiedente, correlata alla condizione personale che ha determinato la ragione della partenza.

Nella specie, la Corte di merito ha compiuto una esaustiva valutazione della situazione del richiedente, rilevando la mancanza di situazioni di vulnerabilità, sia oggettiva sia soggettiva, del richiedente, nè vengono dedotte situazioni di vulnerabilità, già allegate nel merito, e non prese in esame dalla Corte distrettuale.

4. Il quinto motivo è inammissibile.

Il ricorrente non prospetta nè l’inattendibilità, nè l’errata lettura, delle fonti utilizzate dal giudice di merito, nè allega altre fonti idonee a privare di rilievo quanto in esse riferito, nè infine richiama circostanze fattuali decisive che avrebbe potuto sottoporre al contraddittorio.

Più in generale, occorre osservare che è proprio il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, ad imporre l’acquisizione di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati, non potendo perciò ipotizzarsi la violazione dell’art. 115 c.p.c., ravvisabile solo qualora il giudice abbia giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (Cass. 5422/2019, 7580/2019).

Di conseguenza, se la parte ha offerto in visione le COI al momento in cui introduce la domanda, e tra essa e il momento della decisione trascorre del tempo o accadono eventi rilevanti, il giudice deve integrarle con COI più aggiornate (Cass. 28990/2018). Le COI devono infatti essere pertinenti e dirette a far luce sui fatti già dedotti dal ricorrente, ed il concetto stesso di pertinenza va necessariamente coniugato con quello della loro attualità (Cass. 2125/2020).

Pertanto, qualora la parte non abbia offerto alcuna informazione precisa, pertinente e aggiornata sulle condizioni del paese di origine, e cioè informazioni idonee a supportare la valutazione della credibilità e del rischio, l’acquisizione d’ufficio delle COI costituisce attività integrativa che sana la sua inerzia, e quindi non diminuisce le garanzie processuali del soggetto, anzi le amplia, nè lede in alcun modo i suoi diritti. Di conseguenza, nessun vulnus concreto al diritto di difesa si può in questo caso prospettare se il giudice non sottopone preventivamente le COI assunte d’ufficio al contraddittorio, purchè renda palese nella motivazione a quali COI ha fatto riferimento, onde consentire, eventualmente, la critica in fase di impugnazione (Cass. 29056/2019, Cass. 2125/2020).

Nella specie, La Corte d’appello ha indicato le fonti consultate al fine di escludere che nel Ghana vi sia una situazione attuale di violenza indiscriminata. Il ricorrente non indica nel motivo di ricorso quali erano le fonti allegate e non esaminate dalla Corte d’appello, per essersi questa basata su altre fonti non previamente sottoposte al contraddittorio delle parti.

In tema di protezione internazionale, il ricorrente per cassazione che intenda denunciare in sede di legittimità la violazione del dovere di cooperazione istruttoria da parte del giudice di merito non deve limitarsi a dedurre l’astratta violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, ma ha l’onere di allegare l’esistenza e di indicare gli estremi delle COI che, secondo la sua prospettazione, ove fossero state esaminate dal giudice di merito avrebbero dovuto ragionevolmente condurre ad un diverso esito del giudizio. La mancanza di tale allegazione impedisce alla Corte di valutare la rilevanza e decisività della censura, rendendola inammissibile.

5. Con il sesto motivo si solleva infine questione di legittimità costituzionale, rispetto all’art. 24 Cost., D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3 lett. a) e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, art. 27, comma 1-bis, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 8 e 9, introdotto con D.L. n. 13 del 2007, nella parte in cui dette norme prevedono che la Commissione territoriale possa procedere alla raccolta di prove (videoregistrazione/redazione del verbale di audizione/raccolta delle COI) essenziali, destinate a conservare efficacia nel successivo giudizio davanti al Tribunale, senza che il richiedente possa svolgere attività difensiva al riguardo.

Il motivo non è fondato, in quanto prospetta questioni di lesione del diritto di difesa con riferimento alla fase amministrativa svolta davanti alla Commissione territoriale, e non alla fase giudiziale, ove gli elementi di prova precedentemente raccolti vengono ridiscussi nel contraddittorio delle parti, come rilevato in un recente arresto di questa Corte – avente ad oggetto fattispecie del tutto analoga – cui s’intende dare continuità (Cass. 25703/2019).

6. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso. Non v’è luogo a provvedere sulle spese processuali, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

PQM

La Corte respinge il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 6 novembre 2020

 

 

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