Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24821 del 09/10/2018

Cassazione civile sez. VI, 09/10/2018, (ud. 24/05/2018, dep. 09/10/2018), n.24821

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16022-2017 proposto da:

T.M., C.F., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA FEDERICO LESI 72, presso lo studio dell’avvocato PAOLO DE

ANGELIS, rappresentati e difesi dall’avvocato MASSIMO MILAZZO;

– ricorrenti –

contro

S.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA NICOLA RICCIOTTI

11, presso lo studio dell’avvocato COSTANZA ACCIAI, rappresentata e

difesa dall’avvocato RAFFAELE LEONE;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 826/2016 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 20/05/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/05/2018 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

ritenuto che la Corte d’appello di Catania, in parziale accoglimento dell’impugnazione proposta da C.F. e T.M., disatteso l’appello incidentale di S.A., in parziale riforma della sentenza di primo grado, nel resto confermata, condannò la S. “a realizzare lungo il margine della stradella (…) un dosso utile a contenere il ruscellamento delle acque (…)”;

che il Tribunale aveva condannato la S. al ripristino di una stradella interpoderale fino a riportarla alla larghezza di m. 3,30, ad eccezione degli ultimi dieci metri;

considerato che il ricorso di C.F. e T.M., ulteriormente illustrato da memoria, deve ritenersi inammissibile sulla scorta delle considerazioni di cui appresso:

1) il primo motivo, con il quale i ricorrenti denunziano la nullità della sentenza e/o del procedimento per violazione e/o falsa applicazione degli artt. 132,115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4) lamentando la insussistenza e, tuttavia, la insufficienza e contraddittorietà della motivazione, per avere la stessa condiviso apoditticamente le conclusioni del CTU, peraltro, aspramente criticate dal ricorso, perchè non avevano tenuto conto dell’ortofoto esaminata e della situazione dei luoghi (in particolare la significativa minor larghezza del sentiero in parola nel suo tratto finale, costretto ai lati da un dirupo e dalla presenza di rocce), contrasta con l’interpretazione consolidata di legittimità in quanto:

a) quanto al preteso difetto assoluto di motivazione deve rilevarsi che si è già avuto modo di chiarire che affinchè sia integrato il vizio di “mancanza della motivazione” agli effetti di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, occorre che la motivazione manchi del tutto – nel senso che alla premessa dell’oggetto del decidere risultante dallo svolgimento del processo segue l’enunciazione della decisione senza alcuna argomentazione – ovvero che essa formalmente esista come parte del documento, ma le sue argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione del “decisum” (Sez. 3, n. 20112, 18/9/2009, Rv. 609353) o, assegnando alla nozione di pseudo-motivazione la massima estensione consentita, allorquando il giudice di merito ometta di indicare gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero li indichi senza un’approfondita loro disamina logica e giuridica, rendendo, in tal modo, impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del suo ragionamento (Sez. 6, n. 9105, 7/4/2017, Rv. 643793); per contro la decisione impugnata ha individuato in forma intellegibile, pur nella stringatezza dell’enunciato, le fondamenta del proprio opinamento, precisando che lo stesso consulente di parte appellante non era stato in grado di fornire elementi univoci di contrasto alle conclusioni del CTU;

b) quanto alla denunziata violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., deve rilevarsene lo scopo eccentrico, diretto a contestare il vaglio probatorio, poichè, come noto, una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorchè si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione (cfr., da ultimo, Sez. 6-1, n. 27000, 27/12/2016, Rv. 642299), stante che il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicchè la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 un errore di fatto, che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 (Sez. 3, n. 23940, 12/10/2017, n. 645828);

2) il secondo motivo, con il quale i ricorrenti deducono l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, si pone anch’esso al di fuori della consolidata interpretazione di questa Corte, essendosi affermato che l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); conseguendone che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (S.U. n. 8053, 7/4/2014, Rv. 629831); il ricorso, invece, lungi dal delineare una omissione di tal fatta, s’impegna in una critica disamina delle risultanze della CTU, con la pretesa di ottenere un nuovo ed inammissibile vaglio di merito in questa sede, omettendo, peraltro, di mettere a disposizione del giudizio di legittimità le predette risultanze; senza contare che la decisività della pretesa omissione (sulla necessità del requisito cfr, ex multis, Sez. 1, n. 5133, 5/3/2014, Rv. 629647; Sez. 1, n. 7983, 4/4/2014, Rv. 630720; Sez. 3, n. 23940, 12/10/2017, Rv. 645828; Sez. 6-5, n. 23238, 4/10/2017, Rv. 646308) resta meramente postulata e riferita ad una ipotetica risultanza di un nuovo accertamento tecnico;

considerato che, di conseguenza, siccome affermato dalle S.U. (sent. n. 7155, 21/3/2017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”;

considerato che l’inammissibilità del ricorso principale rende inammissibile quello incidentale (articolato su due motivi) proposto da S.A.;

considerato che le spese legali in relazione all’epilogo possono compensarsi;

considerato che ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1,comma 17) applicabile catione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte dei ricorrenti principali e di quella incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

dichiara il ricorso principale e quello incidentale inammissibili e compensa le spese legali fra le parti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti principali e di quella incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 24 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2018

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