Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24813 del 05/11/2013


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Civile Sent. Sez. 6 Num. 24813 Anno 2013
Presidente: GOLDONI UMBERTO
Relatore: SAN GIORGIO MARIA ROSARIA

SENTENZA
sul ricorso 10371-2012 proposto da:
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,
rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, rappresentato e difeso
dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi n.
12, è elettivamente domiciliato per legge;

– ricorrente contro
OBINU MARIA GIUSEPPA E SALVATI GIACOMO

– intimati avverso il decreto della Corte d’appello di Roma depositato il 4 marzo 2011;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 4/12/2012 dal
Consigliere Relatore Dott. MARIA ROSARIA SAN GIORGIO.

Sentito il Procuratore Generale in persona del Dott. LIBERTINO ALBERTO RUSSO,
che ha concluso per il rigetto del ricorso.

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Data pubblicazione: 05/11/2013

RITENUTO IN FATTO
La Corte d’appello di Roma, con decreto depositato il 4 marzo 2011, in accoglimento,
per quanto di ragione, del ricorso proposto dagli attuali intimati, ha condannato il
Ministero della Giustizia al pagamento, a titolo di equa riparazione del danno non
patrimoniale da irragionevole durata del processo, della somma di euro 5440, 00 in
favore di Obinu Maria Giuseppa e di euro 4625,00 in favore di Salvati Giacomo. La

di delibera condominiale, iniziato innanzi al Tribunale di Cagliari con citazione notificata
il 10 dicembre 1998, con la quale Maria Giuseppa Obinu era stata convenuta in giudizio,
ed in cui era intervenuto Giacomo Salvati il 16 ottobre 1999, è stato definito con
sentenza depositata il 27 marzo 2008, e ne ha tratto la conseguenza che, detratto il
periodo di tre anni da ritenere ragionevole in relazione alla complessità della
controversia, il periodo eccedente detta durata dovesse essere determinato in anni 6 e
mesi tre per la prima e in anni cinque e mesi sei per il secondo. La Corte ha, quindi,
quantificato il danno non patrimoniale da irragionevole durata del processo in euro 750
per ognuno dei primi tre anni di ritardo, e in euro mille per quelli successivi.
Per la cassazione di tale sentenza ricorre il Ministero della Giustizia sulla base di cinque
motivi.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il Collegio ha deliberato l’adozione della motivazione semplificata nella redazione della
sentenza.
Con i primi quattro motivi si contesta sostanzialmente la configurazione operata dalla
Corte di merito del diritto all’equa riparazione da durata irragionevole del processo come
una fattispecie unitaria in relazione alla quale la previsione di un termine semestrale
decadenziale ex art. 4 della legge n. 89 del 2001 assorbirebbe ogni termine prescrizionale,
laddove detto diritto matura, secondo il ricorrente, ttedm progressivamente via via che
il ritardo non ragionevole trovi verificazione nello svolgimento del procedimento
presupposto, versandosi, pertanto, in tema di fattispecie a formazione progressiva. Si
rileva, altresì, nel ricorso il carattere non innovativo a livello ordinamentale della legge n.
89 del 2001 in relazione alla preesistenza del diritto rispetto alla legge medesima, stante la
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Corte di merito ha rilevato che il giudizio presupposto, avente ad oggetto impugnazione

norma di recepimento interna di cui alla legge n. 848 del 1955, con la conseguenza che il
diritto di cui si tratta ben poteva essere fatto valere dall’attuale ricorrente fin dal
momento in cui fu superato il termine ragionevole di durata del processo presupposto:
donde l’applicabilità della disciplina relativa alla prescrizione estintiva decennale alle
azioni riparatorie relative ai processi in corso alla data di entrata in vigore della legge n.

I quattro motivi, da esaminare congiuntamente siccome strettamente connessi, sono
immeritevoli di accoglimento.
Come chiarito dalle Sezioni Unite, in tema di equa riparazione per violazione del termine
di ragionevole durata del processo, la previsione della sola decadenza dall’azione
giudiziale per ottenere l’equo indennizzo a ristoro dei danni subiti a causa
dell’irragionevole durata del processo, contenuta nell’art. 4 della legge 24 marzo 2001, n.
89, con riferimento al mancato esercizio di essa nel termine di sei mesi dal passaggio in
giudicato della decisione che ha definito il procedimento presupposto, esclude la
decorrenza dell’ordinario termine di prescrizione, in tal senso deponendo non solo la
lettera dell’art. 4 richiamato, norma che ha evidente natura di legge speciale, ma anche
una lettura dell’art. 2967 cod. civ. coerente con la rubrica dell’art. 2964 cod. civ., che
postula la decorrenza del termine di prescrizione solo allorché il compimento dell’atto o
il riconoscimento del diritto disponibile abbia impedito il maturarsi della decadenza;
inoltre, in tal senso depone, oltre all’incompatibilità tra la prescrizione e la decadenza, se
riferite al medesimo atto da compiere, la difficoltà pratica di accertare la data di
maturazione del diritto, avuto riguardo alla variabilità della ragionevole durata del
processo in rapporto ai criteri previsti per la sua determinazione, nonché il
frazionamento della pretesa indennitaria e la proliferazione di iniziative processuali che
l’operatività della prescrizione in corso di causa imporrebbe alla parte, in caso di ritardo
ultradecennale nella definizione del processo (Cass., S.U., sent. n. 16783 del 2012; conf.:
Cass., 16557 e 17277 del 2013).
Con il quinto motivo si deduce motivazione insufficiente e/o omessa in ordine al
termine di durata ragionevole del processo presupposto, individuato in tre anni
nonostante la complessità dello stesso, non avente ad oggetto una mera impugnativa di
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89 del 2001.

delibera assembleare, come sostenuto nel decreto impugnato, ma di una impugnativa
seguita da riconvenzionale in ordine alla determinazione delle tabelle millesimali
condominiali, con conseguente maggiore complessità della causa sotto il profilo
istruttorio e per problemi di costituzione del contraddittorio: sicchè la causa non si
sarebbe potuta decidere prima di cinque anni.

In tema di equa riparazione ai sensi dell’art. 2 della legge n. 89 del 2001, la
determinazione della durata ragionevole del giudizio presupposto, onde verificare la
sussistenza della violazione del diritto azionato, costituisce oggetto di una valutazione
che il giudice di merito deve compiere caso per caso, tenendo presenti gli elementi
indicati dalla norma richiamata, anche alla luce dei criteri applicati dalla Corte europea e
da questa Corte, dai quali è consentito discostarsi, purché in misura ragionevole e dando
conto delle ragioni che lo giustifichino. Non può, pertanto, ritenersi ragionevole un
rilevantissimo scostamento dai parametri tendenziali di tre anni per il primo grado, due
per il secondo ed uno per la cassazione, pur in considerazione della particolare
complessità del processo (v., tra le altre, Cass., sent. n. 15041 del 2012).
Nella specie, la Corte di merito ha fatto, dunque, corretta applicazione dei richiamati
criteri.
Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato. Non v’è luogo a provvedimenti sulle
spese del presente giudizio, non avendo gli intimati svolto alcuna attività difensiva.
P. Q .M.
La Corte rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione civile, Sottosezione
Seconda, il 4 dicembre 2012.

Il motivo è infondato.

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