Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24804 del 06/11/2020

Cassazione civile sez. I, 06/11/2020, (ud. 22/09/2020, dep. 06/11/2020), n.24804

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9135/2019 proposto da:

S.S., elettivamente domiciliato in Roma Via Carlo

Mirabello 23, presso lo studio dell’avvocato Crisci Simonetta, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

Commissione Territoriale Riconoscimento Protezione Internazionale

Roma, Ministero Dell’interno, (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 74/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 08/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/09/2020 da Dott. CONTI ROBERTO GIOVANNI.

udito l’Avvocato;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

S.S., nato in (OMISSIS), impugnava innanzi al Tribunale di Roma il provvedimento di diniego del riconoscimento della protezione internazionale emesso dalla Commissione territoriale di Roma chiedendo in riforma del provvedimento, il riconoscimento dello stato di rifugiato o, in subordine, della protezione sussidiaria o del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Il giudice di primo grado respingeva il ricorso con provvedimento impugnato innanzi alla Corte di appello di Roma dal richiedente. La Corte di appello, con la sentenza indicata in epigrafe, ha rigettato l’impugnazione, rilevando in particolare che: a) i fatti narrati dal richiedente – fuga dal Gambia per evitare il possibile arresto in seguito al prestito del cellulare ad un finto militare, rimasto ferito in un incidente stradale provocato dal medesimo per uso di sostanze stupefacenti e perciò ricercato come soggetto pericoloso dalla polizia, che era risalita allo stesso richiedente per effetto del rinvenimento del telefonino, così ritenendolo corresponsabile dei fatti ascrivibili al soggetto di cui aveva riferito – erano apparsi scarsamente credibili, nè poteva assumere rilievo probatorio il certificato notarile prodotto in lingua inglese, non tradotto in italiano, che si riduceva alla ripetizione del racconto reso dal S. senza indicazione della fonte di provenienza e privo di elementi idonei ad attestarne l’autenticità. Peraltro, secondo la Corte di appello i fatti narrati erano riconducibili ad una vicenda di diritto comune e dunque riservata alla giustizia ordinaria, dovendosi ritenere il timore di natura meramente soggettiva, non potendosi correlare al pericolo di fare ritorno nel proprio paese di provenienza.

Difettavano, dunque, secondo il giudice di appello oltre che i presupposti per la protezione internazionale, anche quelli correlati alla richiesta di protezione sussidiaria, non potendosi i fatti narrati ricondursi alle ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e c), in mancanza di minaccia grave alla vita o alla persona in capo al richiedente a causa di situazioni di conflitto armato in corso, parimenti ritenendo insussistente l’ipotesi di cui alla lett. b), alla luce delle dichiarazioni rese dal richiedente, considerate poco credibili.

Peraltro, il Gambia non risultava coinvolto in alcun conflitto armato internazionale e la situazione interna era migliore di altri paesi africani, come pure emergeva dal sito internet (OMISSIS) e stava gradualmente migliorando in seguito alla fine della dittatura ed al cambio del regime politico al quale era seguita la liberazione di detenuti per reati di opinione (rapporto Amnesty International 2017/2018).

Non poteva nemmeno ritenersi ricorrente l’ipotesi di cui del citato art. 14, lett. b), alla luce delle poco credibili dichiarazioni del richiedente. Quanto alla richiesta di protezione umanitaria, il racconto del richiedente non denotava l’esistenza di persecuzioni, torture o trattamenti inumani, nè la minaccia alla vita a causa di conflitti armati, non essendo nemmeno stata fornita prova della situazione di vulnerabilità fisica e psicologica per il quale si renderebbe difficile il reinserimento nel proprio paese.

Il S. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi.

Il Ministero dell’Interno, non essendosi costituito nei termini con controricorso, ha depositato atto al solo fine della partecipazione eventuale all’udienza di discussione. Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorrente ha dedotto con il primo motivo la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 5,6 e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, oltre al vizio di motivazione della sentenza impugnata.

Il giudice di appello si sarebbe limitato a riscontrare il contenuto delle dichiarazioni rese dal richiedente sulla base del riassunto fatto a verbale delle stesse in assenza di videoregistrazione, fondando il giudizio di credibilità su parametri diversi da quelli normativi, omettendo di approfondire la conoscenza dei fatti indicati, per di più operando una valutazione errata dalla situazione interna del Gambia, limitata alla fine della dittatura, senza esaminare la situazione relativa allo stato della giustizia e ed alla condizione carceraria. Il sito (OMISSIS) del Ministero degli affari esteri non indicherebbe che il Gambia è un paese sicuro, parlando unicamente di presenza di minori criticità rispetto ad altri paesi del continente africano. Inoltre, il rapporto di Amnesty International, solo parzialmente richiamato dalla Corte di appello, avrebbe evidenziato l’esistenza di cambiamenti solo formali, mentre il rapporto EASO 2018 avrebbe fatto riferimento alla gravità della situazione carceraria. Il giudice di appello, secondo la parte ricorrente, avrebbe dovuto attivarsi officiosamente per verificare i presupposti del provvedimento di riconoscimento dello status richiesto, valutando l’attualità del pericolo anche in relazione allo stato della giustizia ed alla condizione carceraria. La situazione narrata non avrebbe dunque affatto avuto i connotati ritenuti dal giudice di appello, proprio in relazione alla condizione carceraria ed a quella giudiziaria del Gambia. Nè sarebbe stato necessario un particolare collegamento fra la minaccia grave individuale alla vita del richiedente e la di lui condizione personale, avendo il giudice di appello disatteso il principio che attenua l’onere dalla prova in capo al richiedente, sulla base della giurisprudenza di questa Corte.

Con il secondo motivo si deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14. La Corte di appello avrebbe omesso di considerare che la situazione del richiedente di ricercato dalle forze di sicurezza del paese di origine esporrebbe il ricorrente ad un serio pericolo di essere sottoposto a torture o trattamenti inumani o degradanti, risultando la condizione critica delle carceri del Gambia documentata dai documenti delle maggiori organizzazioni internazionali. La situazione indicata dal ricorrente sarebbe pienamente collegata al contesto generale del paese. Peraltro, il collegamento tra la prospettazione individuale del rischio e la situazione di violenza indiscriminata o di conflitto armato nel paese di ritorno potrebbe non essere diretto e specifico soprattutto quando, come nel caso di specie, il ricorrente ha rappresentato e parzialmente documentato la condizione generale del proprio paese, dovendo i margini di incertezza sulla credibilità del racconto, parzialmente documentato, essere fugati o colmati mediante l’esercizio del potere-dovere di c.d. soccorso istruttorio officioso ai sensi dell’art. 8 cit..

Con il terzo motivo si è infine dedotta la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6. La Corte di appello avrebbe errato nell’omettere l’esame della domanda di protezione umanitaria, essendo tenuta a verificate se la prospettazione del quadro generale di violenza diffusa e indiscriminata fosse quanto meno idoneo, pur in mancanza di riconoscimento di credibilità delle dichiarazioni del ricorrente, idoneo ad integrare una situazione di vulnerabilità. Accertamento comunque dovuto dal giudice di merito, non applicandosi le modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, dovendosi pure valorizzare il percorso di integrazione intrapreso dal richiedente in Italia.

I motivi di ricorso, che meritano un esame congiunto, sono inammissibili.

La Corte di appello ha fondato il rigetto delle domande proposte dal richiedente su una duplice ratio, valorizzando la non credibilità del racconto fornito dal ricorrente ed inoltre sottolineando la mutata situazione del paese di origine (Gambia) a seguito della quale sarebbe venuto meno il pericolo paventato.

Orbene, nessuna delle due ratio è stata utilmente aggredita dal ricorrente il quale si è limitato a sostenere che la Corte di appello non abbia tenuto conto della situazione delle carceri gambiane risultante da rapporti internazionali, senza tuttavia spiegare le ragioni che avrebbero dovuto condurre il ricorrente in tale condizione carceraria ove fosse ritornato nel paese di origine, avuto riguardo alla valutazione di non credibilità operata dalla Corte di appello.

Quanto al terzo motivo, lo stesso è infondato, rinvenendosi la motivazione del rigetto della domanda relativa al permesso umanitario, nella misura in cui si è sostenuto che non è stata provata la condizione di vulnerabilità da parte del richiedente, per il resto il giudizio negativo trovando giustificazione nelle ragioni esposte per sorreggere il rigetto di protezione internazionale e sussidiaria.

Sulla base di tali considerazioni, idonee a superare i rilievi difensivi esposte anche in memoria il ricorso va rigettato.

Nulla sulle spese dando atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

Rigetta il ricorso.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 6 novembre 2020

 

 

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