Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24803 del 09/10/2018

Cassazione civile sez. VI, 09/10/2018, (ud. 05/04/2018, dep. 09/10/2018), n.24803

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SESTINI Danilo – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27147-2016 proposto da:

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, C.F. (OMISSIS), in persona del

Presidente del Consiglio pro tempore, il MINISTERO DELL’ISTRUZIONE

DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA, C.F. (OMISSIS), in persona del

Ministro pro tempore, il MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE

C.F. (OMISSIS), in persona del Ministro pro tempore, ed il MINISTERO

DELLA SALUTE C.F. (OMISSIS), in persona del Ministro pro tempore,

domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende ope legis;

– ricorrenti –

contro

T.P.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1210/2015 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 29/10/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 5/04/2018 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA SCRIMA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

T.P., medico iscritto ad un corso di specializzazione per le professioni sanitarie in anni accademici successivi al 1999 ed anteriori al 2006/2007 (e precisamente al corso di specializzazione di quattro anni in anestesia e rianimazione, con iscrizione dall’anno accademico 2001/2002), agì in giudizio nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Università degli Studi di L’Aquila, nonchè del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia e delle Finanze, per sentir accertare il suo diritto a percepire l’aggiornamento degli emolumenti già a lei versati ai sensi del D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257, art. 6 con rideterminazione triennale della somma, accertare l’obbligo della Repubblica Italiana, se del caso con la disapplicazione parziale del D.Lgs. 17 agosto 1999, n. 368, con il quale erano state recepite nell’ordinamento italiano le direttive comunitarie n. 75/362, n. 82/76 e n. 93/16 (con le successive integrazioni), ma la cui concreta operatività, agli effetti economici, era stata differita fino all’anno accademico 2006/2007, adottando tutte le misure necessarie ad assicurare il corretto e completo recepimento delle direttive comunitarie e dichiarando l’obbligo dello Stato di estendere le disposizioni di cui alla L. 23 dicembre 2005, n. 266, comma 300 anche in favore dell’attrice, in subordine, accertare e dichiarare il diritto dell’attrice ai sensi dell’art. 2043 c.c. al risarcimento del danno per il ritardo con cui era stata data attuazione all’incremento economico disposto dal D.Lgs. n. 368 del 1999.

Si costituirono in giudizio i convenuti, eccependo, tra l’altro, l’incompetenza per territorio, il difetto di legittimazione passiva dei Ministeri e dell’Università evocati in giudizio, la prescrizione del diritto e chiedendo, nel merito, il rigetto della domanda.

Il Tribunale di L’Aquila, con sentenza non definitiva n. 476 depositata in data 1 luglio 2011, rigettò le eccezioni di incompetenza territoriale, di difetto di legittimazione passiva e di prescrizione, disponendo la prosecuzione del giudizio; con sentenza definitiva n. 589/2013 del 15 ottobre 2013 accolse la domanda nei confronti di tutti gli enti convenuti.

Le Amministrazioni soccombenti proposero impugnazione avverso le sentenze del Tribunale.

La Corte di appello di L’Aquila accolse parzialmente il gravame e, in parziale riforma delle sentenze impugnate, dichiarò il difetto di legittimazione passiva dell’Università di L’Aquila e regolò le spese di lite tra le parti.

Avverso la sentenza di secondo grado hanno proposto ricorso per cassazione, basato su due motivi, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, il Ministero della Salute e il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

L’intimata non ha svolto attività difensiva in questa sede.

La proposta del relatore è stata ritualmente comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Violazione del D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 303, art. 3 in combinato disposto con l’art. 101 c.p.c. – Difetto di legittimazione passiva dei Ministeri convenuti in giudizio, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

2. Con il secondo motivo si denunzia “Violazione o falsa applicazione di norme di diritto, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. In particolare:

– dell’art. 11 disp. gen, comma 1;

– del D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6;

– del D.Lgs. n. 368 del 1999, artt. 37,39,41,46;

– del D.Lgs. n. 517 del 1999, art. 8;

– della L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, comma 300;

– degli artt. 5 e 189, comma 3 Trattato Cee (ora artt. 10 e 249 versione consolidata Nizza in GUCE n. C 325 del 24.12.2002), e delle Direttive nn. 82/76; 75/363; 75/362, dell’art. 13 direttiva n. 82/76 Cee e dell’art. 1, comma 1, direttiva 93/16, dei principi enunciati dalla Corte di Giustizia con sentenze 25 febbraio 1999 – causa C131/97 (CARBONARI) e 3 ottobre 2000- causa C-371/97 (GOZZA);

– del D.L. n. 384 del 1992, art. 7 convertito nella L. n. 438 del 1992, della L.n. 537 del 1993, art. 3, comma 36, della L. 2 dicembre 1995, n. 549, art. 1, comma 33, (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), della L. n. 449 del 1997, art. 32, comma 12 della L. n. 488 del 1999, art. 22 della L. n. 289 del 2002, art. 36 (finanziaria 2003)”.

3. E’ logicamente preliminare ed assorbente l’esame del secondo motivo – attinente alla fondatezza nel merito delle domande proposte – che è manifestamente fondato.

Secondo la Corte di appello, l’Italia avrebbe adeguatamente recepito le direttive comunitarie che impongono il riconoscimento ai medici specializzandi di una “adeguata remunerazione” solo con il D.Lgs. 17 agosto 1999, n. 368 (di recepimento della Direttiva CEE n. 93/16), e con effetti economici decorrenti esclusivamente dall’anno accademico 2006/2007, in relazione al contratto di formazione-lavoro (oggi denominato di “formazione specialistica”) introdotto da tale legge; di conseguenza, agli specializzandi che hanno percepito compensi inferiori negli anni accademici anteriori al 2006 andrebbe riconosciuta la relativa differenza economica, a titolo risarcitorio.

Tale assunto non risulta però conforme all’indirizzo di questa Corte, già espresso con le sentenze della Sezione Lavoro n. 794 del 16/01/2014 e n. 15362 del 4/07/2014 ed al quale si intende dare continuità, secondo cui il recepimento delle direttive comunitarie che hanno previsto una adeguata remunerazione per la frequenza delle scuole di specializzazione (direttive non applicabili direttamente nell’ordinamento interno, in considerazione del loro carattere non dettagliato) è avvenuto con la L. 9 dicembre 1990, n. 428 e con il D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257 (che ha riconosciuto agli specializzandi una borsa di studio pari ad Euro 11.603,52 annui), e non in forza del nuovo ordinamento delle scuole di specializzazione di cui al D.Lgs. 17 agosto 1999, n. 368.

Quest’ultimo decreto, nel recepire la direttiva CEE n. 93/16 (che ha codificato, raccogliendole in un testo unico, le precedenti direttive n. 75/362 e n. 75/363, con le relative successive modificazioni), ha riorganizzato l’ordinamento delle scuole universitarie di specializzazione in medicina e chirurgia, istituendo e disciplinando un vero e proprio contratto di formazione (inizialmente denominato “contratto di formazione lavoro” e successivamente “contratto di formazione specialistica”) da stipulare, e rinnovare annualmente, tra Università (e Regioni) e medici specializzandi, con un meccanismo di retribuzione articolato in una quota fissa ed una quota variabile, in concreto periodicamente determinate da successivi decreti ministeriali.

Tale contratto, secondo l’indirizzo ormai consolidato di questa Corte, non dà luogo ad un rapporto inquadrabile nell’ambito del lavoro subordinato, nè è riconducibile alle ipotesi di parasubordinazione, non essendo ravvisabile una relazione sinallagmatica di scambio tra l’attività degli specializzandi e gli emolumenti previsti dalla legge, restando conseguentemente inapplicabili l’art. 36 Cost. ed il principio di adeguatezza della retribuzione ivi contenuto (v., ex plurimis, Cass., 19/11/2008, n. 27481; Cass., 22/09/2009, n. 20403; Cass., ord., 27/07/2017, n. 18670).

Ai sensi della L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, comma 300, peraltro, gli effetti delle nuove disposizioni, contenute nel D.Lgs. n. 368 del 1999, artt. da 37 a 42 (le quali prevedono sia la stipula del nuovo contratto di formazione, con gli specifici obblighi che ne derivano, sia il corrispondente trattamento economico), sono applicabili solo a decorrere dall’anno accademico 2006/2007. Il trattamento economico spettante ai medici specializzandi in base al contratto di formazione specialistica è stato in concreto fissato con i D.P.C.M. 7 marzo 2007, D.P.C.M. 6 luglio 2007 e D.P.C.M. 2 novembre 2007.

Per gli iscritti alle scuole di specializzazione negli anni accademici precedenti al 2006/2007 è stato espressamente disposto che continuasse ad operare la precedente disciplina di cui al D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257 (sia sotto il profilo ordinamentale che sotto il profilo economico).

La Direttiva CEE n. 93/16 (che costituisce, dichiaratamente, un testo meramente compilativo, di coordinamento e aggiornamento delle precedenti disposizioni comunitarie già vigenti) non ha d’altra parte carattere innovativo, con riguardo alla misura dei compensi da riconoscersi agli iscritti alle scuole di specializzazione.

La previsione di una adeguata remunerazione per i medici specializzandi è infatti contenuta nelle precedenti direttive n. 75/362, n. 75/363 e n. 82/76 (le cui disposizioni la direttiva n. 93/16 si limita a recepire e riprodurre senza alcuna modifica), e i relativi obblighi risultano già attuati dallo Stato italiano con l’introduzione della borsa di studio di cui al D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257.

L’importo della predetta borsa di studio è da ritenersi di per sè sufficiente ed idoneo adempimento agli indicati obblighi comunitari, rimasti immutati dopo la direttiva n. 93/16, quanto meno sotto il profilo economico, come confermano le pronunzie di questa Corte che ne hanno riconosciuto l’adeguatezza, nella sua iniziale misura, anche a prescindere dagli ulteriori incrementi connessi alla svalutazione monetaria, originariamente previsti dallo stesso D.Lgs. n. 257 del 1991 e poi sospesi dalla successiva legislazione, sottolineando che “nella disciplina comunitaria non è rinvenibile una definizione di retribuzione adeguata, nè sono posti i criteri per la determinazione della stessa (vedi: Cass. 26 maggio 2001 n. 11565)” (Cass. 15/06/2016, n. 12346; Cass., 23/09/2016, n. 18710; l’indirizzo trova indiretta conferma nella stessa sentenza n. 432 del 23 dicembre 1997 della Corte Costituzionale, che ha escluso l’illegittimità costituzionale delle disposizioni legislative che avevano disposto la sospensione degli adeguamenti della borsa alla svalutazione monetaria).

Il nuovo ordinamento delle scuole universitarie di specializzazione in medicina e chirurgia, introdotto con il D.Lgs. n. 368 del 1999 (a decorrere dall’anno accademico 2006/2007, in base alla L. n. 266 del 2005), e il relativo meccanismo di retribuzione non possono pertanto ritenersi il primo atto di effettivo recepimento ed adeguamento dell’ordinamento italiano agli obblighi derivanti dalle direttive comunitarie, in particolare per quanto riguarda la misura della remunerazione spettante ai medici specializzandi, ma costituiscono il frutto di una successiva scelta discrezionale del legislatore nazionale, non vincolata o condizionata dai suddetti obblighi.

L’inadempimento dell’Italia agli obblighi comunitari, sotto il profilo in esame, è cessato con l’emanazione del D.Lgs. n. 257 del 1991.

Ogni eventuale questione sul punto può quindi riguardare esclusivamente l’ordinamento interno (ma il presente ricorso non pone tali questioni, essendo l’oggetto del contendere limitato al risarcimento del danno da inadempimento agli obblighi derivanti dalle direttive comunitarie).

Sotto gli aspetti fin qui indicati, il ricorso risulta sufficientemente specifico e le questioni di diritto con esso poste non possono ritenersi in alcun modo precluse nella presente sede, riguardando lo stesso fondamento giuridico delle domande avanzate dalla parte attrice, già contestato in sede di gravame.

In definitiva, dunque, devono ribadirsi i seguenti principi di diritto:

gli obblighi di attuazione della normativa comunitaria in tema di adeguata remunerazione per la frequenza delle scuole universitarie di specializzazione in medicina e chirurgia derivanti dalle direttive CE n. 75/362, n. 75/363 e n. 82/76 – che non prevedono una precisa misura del compenso minimo spettante agli specializzandi – devono ritenersi adempiuti dallo Stato italiano con la borsa di studio introdotta dal D.Lgs. n. 257 del 1991, nella sua misura originaria;

la direttiva comunitaria n. 93/16 non introduce alcun nuovo ed ulteriore obbligo con riguardo alla misura della suddetta adeguata remunerazione;

la previsione di un trattamento economico più elevato per i medici specializzandi, a decorrere dall’anno accademico 2006/2007, in coincidenza con la riorganizzazione dell’ordinamento delle scuole di specializzazione e con l’introduzione del contratto di formazione specialistica operate nell’ordinamento interno con il D.Lgs. n. 368 del 1999, non costituisce il primo atto di adempimento dei suddetti obblighi comunitari in relazione all’adeguatezza della remunerazione e non comporta alcun obbligo dello Stato di estendere il nuovo trattamento economico ai medici che hanno frequentato le scuole di specializzazione negli anni accademici anteriori al 2006/2007 (v. Cass., ord., 14/03/2018, nn. 6355 e 6362).

Si osserva, infine, che l’indirizzo di questa Corte cui si intende dare continuità nella presente sede solo apparentemente potrebbe risultare contraddetto da due identiche e coeve decisioni della stessa Sezione Lavoro (Cass. 22/04/2015, nn. 8242 e 8243), in quanto la motivazione delle sentenze appena richiamate non affronta espressamente la problematica relativa alla fattispecie fin qui illustrata (cioè quella relativa alla situazione degli iscritti ai corsi di specializzazione negli anni accademici successivi al 1998 ed anteriori al 2006/2007) e richiama invero gli indirizzi espressi da questa Corte in relazione alla diversa situazione dei medici che avevano frequentato le scuole di specializzazione anteriormente al 1991.

L’infondatezza delle pretese di parte attrice assorbe ogni questione relativa alla legittimazione passiva degli enti convenuti in giudizio e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di merito, consente la decisione nel merito della controversia, con il rigetto delle domande proposte.

4. In conclusione, va accolto il secondo motivo di ricorso con assorbimento del primo; la sentenza impugnata va cassata in relazione e, decidendo nel merito, le domande di parte attrice nei confronti degli enti ricorrenti sono integralmente rigettate.

5. Le spese dell’intero giudizio possono essere integralmente compensate tra le parti, in considerazione della novità delle questioni trattate in sede di merito e delle oggettive oscillazioni giurisprudenziali in relazione alle stesse.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo del ricorso, assorbito il primo; cassa in relazione la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta le domande proposte dalla parte attrice nei confronti degli enti ricorrenti; dichiara integralmente compensate tra le parti le spese dell’intero giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3 della Corte Suprema di Cassazione, il 5 aprile 2018.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2018

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