Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24802 del 06/11/2020

Cassazione civile sez. I, 06/11/2020, (ud. 22/09/2020, dep. 06/11/2020), n.24802

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3301/2019 proposto da:

K.L., elettivamente domiciliato in Roma Via Vigliena, 10,

presso lo studio dell’avvocato Malara Alessandro, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato Di Punzio Ilaria;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno, (OMISSIS), Procura Della Repubblica c/o

Tribunale Di Roma;

– intimato –

avverso la sentenza n. 5302/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 01/08/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/09/2020 da Dott. CONTI ROBERTO GIOVANNI.

udito l’Avvocato;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

K.L. impugnò il provvedimento con il quale la Commissione Territoriale di Roma aveva disatteso la sua istanza volta ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato ed, in via gradata, riconoscimento della protezione sussidiaria e di quella umanitaria.

Il Tribunale di Roma respinse il ricorso con sentenza confermata dalla Corte di appello di Roma, meglio indicata in epigrafe.

La Corte di appello, per quel che qui interessa, ritenne che: a) il ricorrente era stato ascoltato innanzi alla Commissione territoriale e davanti al giudice di primo grado, non risultando la richiesta di riascolto accompagnata da motivazione, tanto integrando un motivo di inammissibilità della censura; b) fermo il racconto del ricorrente – fuggito dal (OMISSIS) dopo avere partecipato alle ricerche di un suo cugino militante dell’UDP in esito alle quali era stato arrestato e torturato per poi essere rilasciato su cauzione – il motivo di appello sub a) non era fondato. Ed infatti, le fonti internazionali aggiornate non lasciavano intravedere l’attualità del rischio del ricorrente di subire trattamenti inumani o degradanti, essendo al governo il regime che si era opposto al precedente governo. Nemmeno ricorrevano i presupposti per il riconoscimento dei motivi di carattere umanitario, dovendosi escludere profili di vulnerabilità personali o generali della popolazione del Gambia, non potendo le condizioni di integrazione documentate da sole giustificare l’accoglimento del provvedimento richiesto.

Il K.L. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.

Il Ministero dell’Interno non si è costituito.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente ha dedotto la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1, lett. g) e h), artt. 5 e 14. Secondo il ricorrente il racconto reso alla Commissione doveva ritenersi adeguatamente articolato. Quanto alla situazione del Gambia, risulterebbe fatto notorio che il Presidente di quel Paese aveva instaurato un clima di terrore, con sistematica repressione del dissenso politico, risultando dalle organizzazioni internazionali più accreditate la situazione di grave violazione dei diritti umani in quel Paese. Sicchè il ricorrente non avrebbe avuto alcuna garanzia di subire un processo giusto per il proprio operato anche dopo l’elezione del nuovo Presidente, risultando un clima di incertezza nel Paese. Dovrebbero quindi ritenersi sussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), risultando sussistente il danno grave a carico del richiedente. Anche a non volere ritenere sussistenti i presupposti per applicare la Convenzione di Ginevra, risulterebbero i presupposti per l’ottenimento della protezione sussidiaria in relazione alla situazione del Gambia risultante dal rapporto di Amnesty International.

Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 5, c. 6 D.Lgs. n. 286 del 1998 in relazione alle notizie risultanti dal rapporto di Amnesty International già sopra ricordato. Il ricorrente deduce che avrebbe errato la Corte di appello nell’escludere i presupposti per l’accoglimento della domanda subordinata di riconoscimento della protezione umanitaria di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, risultando la condizione di vulnerabilità dall’assenza di punti di riferimento del ricorrente nel proprio paese e dal rischio di tornare a permanere in un Paese connotato da forte instabilità e miseria.

La parte intimata non si è costituita.

Il primo motivo è inammissibile.

La censura laddove prospetta l’erroneità della decisione nel ritenere la situazione del Gambia tale da escludere il pericolo di trattamenti inumani e degradanti, tende a richiedere una nuova valutazione degli accertamenti operati dal giudice di appello che questa Corte non è abilitata a svolgere – cfr. Cass. n. 8758 del 04/04/2017 -.

Quanto alla restante parte della censura, occorre premettere che la Corte di appello non ha posto in discussione la veridicità del racconto del richiedente, invece limitandosi ad escludere l’attualità del pericolo in relazione al cambio di regime all’interno del Gambia ed alla non attualità del pericolo. Orbene, tale ratio e tale accertamento non sono stati contestati dalla parte ricorrente, la quale ha invece orientato la sua censura sul fatto che il Gambia non garantirebbe processi equi ed esporrebbe il richiedente a pericolo in caso di rientro (nulla è dato sapere su cosa e come avesse articolato il proprio ricorso e l’appello il richiedente, mancando un’esposizione anche solo sommaria del processo di merito all’interno del ricorso).

Quanto al secondo motivo, lo stesso muove dal presupposto che gli stessi elementi che a dire del ricorrente giustificano il convincimento della situazione critica all’intero del Gambia avrebbero dovuto comunque almeno giustificare il riconoscimento del permesso umanitario, risultando la sua condizione di vulnerabilità per la mancanza di qualsiasi punto di riferimento nel paese di origine.

Osserva la Corte che la censura non appare avere adeguatamente contestato la ratio decidendi della sentenza impugnata in punto di diniego della protezione umanitaria, rispetto alla quale il ricorrente non poteva definirsi un oppositore politico, essendo ormai esaurita la situazione di rischio originario. La stessa è pertanto inammissibile.

Sulla base di tali considerazioni il ricorso va dichiarato inammissibile.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Dà atto ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 6 novembre 2020

 

 

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