Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2480 del 31/01/2017


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Cassazione civile, sez. un., 31/01/2017, (ud. 10/01/2017, dep.31/01/2017),  n. 2480

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Primo Presidente f.f. –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di Sez. –

Dott. DIDONE Antonio – rel. Presidente di Sez. –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente di Sez. –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere –

Dott. CHINDEMI Domenico – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21248-2015 proposto da:

ALPE TOSCA S.R.L. IN LIQUIDAZIONE, in persona del liquidatore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE

II 18, presso lo studio del sig. GIANMARCO GREZ, rappresentata e

difesa dall’avvocato FABIO PISILLO, per delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

ACQUEDOTTO DEL FIORA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SAVOIA 78, presso lo

studio dell’avvocato DENIS DE SANCTIS (STUDIO MARIANI, MENALDI &

ASSOCIATI) che la rappresenta e difende, per delega in calce al

controricorso;

COMUNE DI GAVORRANO, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE

DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato LUISA GRACILI,

per delega a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 72/2015 del TRIBUNALE SUPERIORE DELLE ACQUE

PUBBLICHE, depositata 1’08/04/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/01/2017 dal Presidente Dott. ANTONIO DIDONE;

uditi gli avvocati Fabio PISILLO, Denis DE SANCTIS e Luisa GRACILI;

udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott. IACOVIELLO

FRANCESCO MAURO, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

1.- Con un primo ricorso (R.G. n. 273/12) la s.r.l. ALPE TOSCA in liquidazione ha impugnato dinanzi al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche la Delib. 14 aprile 2012, n. 15 con la quale il comune di Gavorrano aveva disposto, ai sensi del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 42 bis l’acquisizione di un’area che era stata oggetto di una procedura espropriativa, poi non condotta a termine, sulla quale erano state realizzate “opere di captazione, potabilizzazione ed adduzione delle acque del pozzo Inferno”; a tale atto aveva fatto seguito la comunicazione di avvio del procedimento, a cui la società interessata aveva risposto con osservazioni. Successivamente, con atto n. 46 del 29 gennaio 2012, l’amministrazione, a seguito delle richiamate osservazioni, ha assunto una nuova delibera, avente ad oggetto la stessa acquisizione sanante e, in esecuzione di questa, il decreto dirigenziale n. 16 del 2012, di acquisizione dei terreni.

Tali ulteriori atti sono stati impugnati dalla predetta società con ricorso (R.G. n. 9/13) al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, con riproposizione, avverso questi atti, di motivi di ricorso analoghi a quelli di cui al precedente gravame, sostenendosi che, per l’opera di captazione in questione, non sussistevano i presupposti previsti dal D.P.R. n. 327 del 2001, art. 42 bis. In particolare la ricorrente ha lamentato che: a) il bene non sarebbe stato utilizzato per scopi di pubblico interesse; b) l’area non sarebbe stata irreversibilmente trasformata; c) mancherebbero, al momento dell’adozione dell’atto, le “attuali ed eccezionali ragioni di interesse pubblico”; d) non vi sarebbe l’assenza di ragionevoli alternative all’acquisizione sanante; e) la mancanza di motivazione dell’atto di acquisizione; f) la pendenza, dinanzi al TRAP, di un giudizio sulla restituzione dell’area, per cui l’amministrazione non avrebbe potuto adottare l’atto di acquisizione.

In via subordinata, la ricorrente ha sostenuto l’illegittimità dell’atto di quantificazione dell’indennizzo corrisposto dal comune a titolo di risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale. Ha chiesto, inoltre, che a seguito dell’annullamento degli atti impugnati, fosse ripristinato lo stato dei luoghi e che i terreni fossero restituiti. Infine, con riferimento alla Delib. n. 46 del 2012, ha riproposto la censura di incompetenza dell’organo emanante che si rifletterebbe sul D. Dirig. n. 16 del 2012 in quanto il dirigente si sarebbe limitato a prendere atto delle valutazioni effettuate dal consiglio comunale, senza proporre alcuna sua autonoma valutazione dei fatti. Ha sostenuto anche l’illegittimità della delibera nella parte in cui non ha tenuto conto delle osservazioni svolte da essa ricorrente; infine, ha ribadito l’erronea quantificazione dell’indennizzo, da parte del Comune.

Con la sentenza impugnata il TSAP, rilevata l’inammissibilità delle censure svolte in relazione alla delibera impugnata con il ricorso R.G. n. 273/12 dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse – ha rigettato il ricorso proposto contro le successive delibere del Comune, dichiarando il difetto di giurisdizione in relazione alla domanda subordinata.

1.1.- Contro la sentenza del TSAP la s.r.l. ALPE TOSCA in liquidazione ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

Resistono con controricorso l’Acquedotto del Fiora e il Comune di Gavorrano. Nel termine di cui all’art. 378 cod. proc. civ. le parti hanno depositato memoria.

2.1.- Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 42 bis, deducendo che anche nell’interpretazione della giurisprudenza costituzionale e di legittimità, la norma disciplina un istituto extra ordinem pur nel campo dei procedimenti ablativi; pertanto la legge, a tutela del diritto di proprietà (costituzionalmente garantito), stabilisce in modo rigoroso i presupposti fattuali e giuridici dell’esercizio del potere, che determinano altrettanti vincoli sull’an, sul quantum e sul quomodo del provvedimento. Il TSAP, al contrario, ha interpretato ed applicato la norma come se essa costituisse il titolo di un potere discrezionale puro, svincolato da qualsiasi limite di legittimità.

2.2.- Con il secondo motivo la ricorrente denuncia “Nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4; art. 118 disp. att. c.p.c.; R.D. n. 1775 del 1933, art. 143 in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in comb. disp. con l’art. 111 Cost., comma 7”.

Deduce che il TSAP era tenuto ad esaminare le singole quaestiones juris insorte, dando conto nella motivazione della sentenza del percorso logico intrapreso, nonchè delle ragioni giuridiche della decisione. Il Tribunale, al contrario, nel respingere la censura, ha fornito una motivazione che, da un lato, è meramente apparente, in quanto tautologica ed apodittica; dall’altro, gravemente contraddittoria, poichè pretende di far coincidere l’esercizio di un potere discrezionale con una sorta di sfera dispositiva libera in capo all’Amministrazione, il che è in contrasto con le ragioni stesse del sindacato giurisdizionale di legittimità.

2.3.- Con il terzo motivo la ricorrente denuncia “Erronea declinatoria di giurisdizione, per violazione e falsa applicazione dell’art. 133 c.p.a., comma 1, lett. g) ed f), in relazione all’art. 360, comma 1, n. 1, in comb. disp. con l’art. 111 Cost., comma 7”.

3.- Con la memoria parte ricorrente ha rinunciato al terzo motivo.

3.1.- Osserva la Corte che i primi due motivi di ricorso – esaminabili congiuntamente – sono fondati.

Quanto al primo motivo, va evidenziato che recentemente l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la pronuncia n. 2/2016, ha evidenziato che l’art. 42-bis – come interpretato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 71 del 2015 – configura un procedimento ablatorio sui generis, caratterizzato da una precisa base legale, semplificato nella struttura (uno actu perficitur), complesso negli effetti (che si producono sempre e comunque ex nunc), il cui scopo è, non già quello di sanatoria di un precedente illecito perpetrato dall’Amministrazione (perchè altrimenti integrerebbe una espropriazione indiretta per ciò solo vietata), bensì quello autonomo, rispetto alle ragioni che hanno ispirato la pregressa occupazione contra ius, consistente nella soddisfazione di imperiose esigenze pubbliche, redimibili esclusivamente attraverso il mantenimento e la gestione di qualsiasi opera dell’infrastruttura realizzata sine titulo. Un tale obbiettivo istituzionale, inoltre, deve emergere necessariamente da un percorso motivazionale – rafforzato, stringente e assistito da garanzie partecipative rigorose – basato sull’emersione di ragioni attuali ed eccezionali che dimostrino in modo chiaro che l’apprensione coattiva si pone come extrema ratio (perchè non sono ragionevolmente praticabili soluzioni alternative e che tale assenza di alternative non può mai consistere nella generica “… eccessiva difficoltà ed onerosità dell’alternativa a disposizione dell’amministrazione..”), per la tutela di siffatte imperiose esigenze pubbliche.

Quanto alla motivazione, questa Corte (Sez. un., n. 21261 del 2016), proprio in relazione a sentenza del TSAP, ha ricordato che, secondo la giurisprudenza di legittimità, ricorre l’ipotesi della motivazione apparente allorchè la motivazione, pur essendo graficamente (e, quindi, materialmente) esistente come parte del documento in cui consiste la sentenza, non rende tuttavia percepibili le ragioni della decisione, perchè esibisce argomentazioni obiettivamente inidonee a far riconoscere l’iter logico seguito per la formazione del convincimento e, pertanto, non consente alcun controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento del giudice (Cass., Sez. U., 7 aprile 2014, n. 8053; Cass., Sez. U., 22 settembre 2014, n. 19881; Cass., Sez. U., 5 agosto 2016, n. 16599).

Per converso, nella concreta fattispecie, le censure della ricorrente relative

all’insussistenza dei presupposti per l’applicazione dell’istituto

dell’espropriazione c.d. sanante, sono state respinte dal TSAP con la seguente motivazione:

“Vanno respinti gli ulteriori motivi con cui si sostiene la mancanza dei presupposti per l’applicazione dell’articolo 42 bis del d.p.r. n. 327/01, che ha disciplinato il potere discrezionale di acquisizione del bene “in sanatoria”, stabilendo che l’amministrazione, valutate le circostanze e comparati gli interessi in conflitto, può decidere se demolire in tutto o in parte l’opera restituendo l’area al proprietario, oppure disporne l’acquisizione.

La nuova formulazione della norma lascia intatto il potere discrezionale dell’amministrazione di disporre in piena autonomia l’acquisizione sanante e legittimamente nella fattispecie, l’amministrazione si è attivata a tal fine senza che possa aver rilievo la richiesta di restituzione dell’area. Da ciò, l’infondatezza delle censure proposte”.

Appare evidente, dunque, la mancanza di qualsiasi richiamo agli elementi del “percorso motivazionale – rafforzato, stringente e assistito da garanzie partecipativo rigorose – basato sull’emersione di ragioni attuali ed eccezionali che dimostrino in modo chiaro che l’apprensione coattiva si pone come extrema ratio” nonchè di qualsiasi accenno al “perchè non sono ragionevolmente praticabili soluzioni alternative… assenza di alternative” che “non può mai consistere nella generica… eccessiva difficoltà ed onerosità dell’alternativa a disposizione dell’amministrazione..”, per la tutela delle “esigenze pubbliche”.

4.- Si impone, dunque, la cassazione della sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame alla luce dei principi innanzi enunciati.

PQM

La Corte accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del giudizio di legittimità al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 10 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2017

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