Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24797 del 05/12/2016


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Cassazione civile sez. lav., 05/12/2016, (ud. 20/09/2016, dep. 05/12/2016), n.24797

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11265-2014 proposto da:

D.P.V. C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato DONATO MUTI, giusta delega in

atti;

– ricorrente –

contro

MOTIA COMPAGNIA DI NAVIGAZIONE S.P.A. P.I. (OMISSIS), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA POMPEO MAGNO, 23/A, presso lo studio dell’avvocato GUIDO

ROSSI, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati ALESSIO

VIANELLO, ANDREA BORTOLUZZI, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1856/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 01/10/2013 R.G.N. 2733/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/09/2016 dal Consigliere Dott. BALESTRIERI FEDERICO;

udito l’Avvocato ROSSI GUIDO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO GIANFRANCO, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 23.11.12, il Tribunale di Palermo rigettava la domanda proposta da D.P.V., lavoratore marittimo cancellato dalla datrice di lavoro MOTIA Compagnia di Navigazione s.p.a. dal turno particolare per superamento del periodo di comporto e non più imbarcato, diretta ad impugnare tale atto, qualificato come licenziamento.

Avverso tale sentenza proponeva appello il D.P.. Resisteva la società.

Con sentenza depositata il 1ottobre 2013, la Corte d’appello di Palermo, ritenuto che tra le parti fossero intercorsi uno o più rapporti a tempo determinato, e non dimostrata dal lavoratore l’esistenza di un contratto a tempo indeterminato, rigettava il gravame.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso D.P., affidato a due motivi. Resiste la società con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 101, 103, 107, 112, 115 e 416 c.p.c., oltre ad omesso esame (ed omessa motivazione) circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di contestazione tra le parti.

Lamenta che dalla documentazione prodotta emergeva la prova della esistenza tra le parti di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. In particolare dall’esistenza di plurimi contratti con la società Motia, ma anche con altre Compagnie (consorziate ex art. 80 C.C.N.L. marittimi ed a tal fine considerate unica azienda), in cui le assenze per malattia vennero dalla Motia unitariamente considerate ai fini del calcolo del periodo di comporto per sommatoria, derivava l’esistenza di un rapporto a tempo indeterminato, anche per la ragione che, a prescindere dalla sommatoria dei rapporti, quanto meno l’ultimo contratto di imbarco sulla nave “(OMISSIS)” (di proprietà Motia) era durato ben oltre i quattro mesi che, ai sensi dell’art. 2.3 e 3.2 del c.c.n.l. lavoratori marittimi, costituiscono il limite massimo di durata del contratto a tempo determinato. Lamenta che la sentenza impugnata si limitò a constatare l’esistenza di contratti a viaggio autonomi e distinti, senza tener conto delle riferite circostanze, non adeguatamente contestate dalla Motia.

Il motivo è inammissibile, oltre che per introdurre elementi fattuali che non risultano dalla sentenza impugnata, in quanto diretto a censurare, nel regime di cui al novellato l’art. 360 c.p.c., n. 5, un vizio motivo della sentenza della corte palermitana.

Ed invero, in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa. Cass. 16 luglio 2010 n. 16698; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394.

E’evidente che nella specie si lamenta un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa.

Deve allora rimarcarsi che “…Il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5), introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. La parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) e all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il “come” e il “quando” (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la “decisività” del fatto stesso” (Cass. sez. un. 22 settembre 2014 n. 19881). Il ricorso non rispetta il dettato di cui al novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, limitandosi in sostanza a richiedere un mero ed inammissibile riesame delle circostanze di causa, ampiamente valutate dalla Corte di merito.

2.- Con il secondo motivo il lavoratore denuncia la disapplicazione dell’art. 437 c.p.c., oltre a vizio motivo. Lamenta che la sentenza impugnata ritenne erroneamente che la questione inerente l’onere della prova costituisse una domanda nuova e che comunque esso ricorrente aveva chiesto di provare il requisito dimensionale dell’azienda.

Il motivo, già proposto in sede di gravame e respinto dalla Corte territoriale, è infondato.

Con esso il D.P. contesta che la prova della sussistenza di un rapporto a tempo indeterminato gravi sul lavoratore, essendo peraltro quest’ultimo, nel vigente ordinamento, la regola ed il contratto a termine l’eccezione.

Essendo, come già ritenuto dal Tribunale, tale prova, con particolare riferimento al lavoro marittimo che non prevede come regola il contratto a tempo indeterminato, effettivamente a carico del lavoratore, quale fatto costitutivo del diritto fatto valere, la sentenza impugnata si sottrae alla censura mossa.

Essendo stata accertata l’esistenza di plurimi contratti a termine, anche in virtù della chiara contestazione della società circa l’esistenza di un rapporto a tempo indeterminato, sarebbe comunque stato onere del ricorrente provare tale ultima circostanza.

3. – Il ricorso deve essere pertanto rigettato.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 100,00 per esborsi, Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a..

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 20 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 dicembre 2016

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