Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24778 del 08/10/2018

Cassazione civile sez. VI, 08/10/2018, (ud. 05/06/2018, dep. 08/10/2018), n.24778

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14002/2017 proposto da:

B.A., L.L.M., elettivamente domiciliati

in ROMA, VIA FEDERICO CESI 30, presso lo studio dell’avvocato

MAURIZIO PAGANI, che li rappresenta e difende unitamente

all’avvocato CLAUDIO TERUGGI;

– ricorrenti –

contro

VINCENT’S HOME DI P. E D.T. SAS, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DARDANELLI 13, presso lo studio dell’avvocato LEONARDO ALESII, che

la rappresenta e difende unitamente agli avvocati UMBERTO DELZANNO,

UGO GIUSEPPE PROSPERO CARNEVALI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 719/2017 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 10/03/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 05/06/2018 dal Consigliere Dott. ANTONELLA

PELLECCHIA.

Fatto

RILEVATO

che:

1. Nel 2011, la Vincent’s Home di P. e D.T. s.a.s. conveniva in giudizio i coniugi B.A. e L.L.M. al fine di ottenere la revocazione ex art. 2901 c.c., dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale nel quale il B. aveva confluito beni immobili a lui intestati. Parte attrice assumeva di essere creditrice di B.A., in quanto socio della E.B. s.n.c., che era stata incaricata di svolgere attività di ristrutturazione sulla struttura di proprietà della società attrice. A fronte dell’accertamento di difetti nell’opera, come da contratto era stato attivato un arbitrato irrituale, il cui lodo disponeva la condanna della E.B. s.n.c. al pagamento di Euro 1.112.794.

I convenuti si costituivano domandando la sospensione del processo ex art. 295 c.p.c., eccependo, nel contempo, il litisconsorzio necessario con la figlia B.S., beneficiaria del fondo patrimoniale.

In ultimo, B.A. contestava la sua qualità di debitore nei confronti della Vincent’s Home s.a.s., poichè prima del deposito del lodo arbitrale la E.B. s.n.c. si era trasformata nella Immobiliare 120 S.r.l., con conseguente mutamento del regime di responsabilità patrimoniale, da cui derivava la responsabilità della sola ultima società e non anche del B.. Con sentenza 534/2015, il Tribunale di Novara accoglieva la domanda attorea, dichiarando l’inefficacia della costituzione del fondo patrimoniale nei confronti della Vincent’s home.

2. B.A. e L.L. proponevano appello avverso la statuizione di prime cure, domandando, in via preliminare, la sospensione del processo ex art. 295 c.p.c. e la rimessione al primo giudice della causa ex art. 324 c.p.c., per l’integrazione del contraddittorio nei confronti della figlia S.. Nel merito, contestavano la sussistenza dei presupposti dell’azione revocatoria.

Con sentenza 719/2017, del 28/03/2017, la Corte d’Appello di Torino rigettava l’impugnazione, ritenendo innanzitutto infondate le eccezioni preliminari sollevate dagli appellanti. In particolare, la Corte territoriale rilevava l’infondatezza dell’eccezione di nullità della sentenza per mancata integrazione del contraddittorio in favore della figlia degli appellanti, costituendo l’atto costitutivo del fondo patrimoniale soltanto un vincolo di destinazione dei beni in esso confluiti, con conseguente inconfigurabilità di una posizione di diritto soggettivo dei singoli componenti del nucleo familiare rispetto ai beni destinati. Il Giudice di seconde cure rigettava altresì l’eccezione di sospensione ex art. 295 c.p.c., del processo, essendo il credito litigioso idoneo a determinare l’insorgenza della qualità di creditore ai fini dell’art. 2901 c.c..

Nel merito, la Corte riteneva infondate la censura relativa alla collocazione temporale del credito alla data del lodo, sorto invece in occasione della non diligente esecuzione dei lavori per la Vincent’s home, nonchè quella concernente la liberazione dei soci dal debito per effetto della trasformazione della s.n.c. in società di capitali, richiedendo a tal fine l’art. 2500 quinquies c.c., il consenso dei creditori sociali alla trasformazione, di cui non era stata fornita alcuna prova in giudizio. In ultimo, la Corte territoriale si pronunciava positivamente in ordine alla sussistenza dei presupposti soggettivi ed oggettivi dell’azione revocatoria.

3. Avverso tale sentenza B.A. e L.L. propongono ricorso per cassazione, per tre motivi.

3.1. La Vincent’s home di P. e D.T. s.a.s. resiste con controricorso.

4. E’ stata depositata in cancelleria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. e regolarmente notificata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza, la proposta di inammissibilità del ricorso. Le parti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

5. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, reputa il Collegio, con le seguenti precisazioni di condividere la proposta del relatore.

6. Premesso l’inammissibilità del ricorso ex art. 366 c.p.c., n. 3. E’ difatti principio di questa Corte che l’esposizione sommaria deve avere ad oggetto sia i fatti sostanziali sia i fatti processuali necessari alla comprensione dei motivi di ricorso. Nel caso di specie da come risulta strutturato lo svolgimento del processo non è possibile evincerli.

6.1. E comunque, con il primo motivo parte ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 101 e 102 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, avendo errato la Corte d’Appello nel ritenere infondata l’eccezione di rimessione al Giudice di prime cure della causa ai fini dell’integrazione del contraddittorio, essendo il fondo patrimoniale una vicenda giuridica unitaria, posta a tutela della famiglia, i cui destinatari figurano quali litisconsorti necessari. A sostegno delle proprie ragioni, parte ricorrente evidenzia che rispetto alla revocatoria del Trust la giurisprudenza è pacifica nel ritenere necessaria la chiamata in causa dei destinatari.

Il motivo è infondato.

Occorre preliminarmente rievocare la definizione comune di fondo patrimoniale, generalmente inteso quale patrimonio separato, destinato a far fronte alle esigenze della famiglia, senza che il vincolo di destinazione vada ad incidere sulla proprietà dei beni immobili, mobili registrati o dei titoli di credito che ne costituiscono oggetto. Invero, per espressa previsione dell’art. 168 c.c., la proprietà di ciò che costituisce oggetto del fondo patrimoniale rimane ai coniugi, a meno che non sia convenuto diversamente in sede di costituzione.

La soluzione del quesito di diritto posto all’attenzione della Corte deve dunque necessariamente prendere le mosse dall’aspetto caratterizzante l’istituto in esame, qual è il vincolo di destinazione, da considerarsi in un duplice aspetto, oggettivo e soggettivo.

Per il primo profilo rileva l’incidenza che il vincolo esercita esclusivamente sul potere di disposizione dei beni sui quali ricade, non potendosi disporre degli stessi se non con il consenso di entrambi i coniugi, e, in caso di figli minori, con l’autorizzazione del giudice, derivandone l’assoluta inconfigurabilità di posizioni di diritto soggettivo in capo ai soggetti beneficiari del fondo. (Cass., Sez. 3, 19376/2017).

L’elemento soggettivo del vincolo scaturente dalla costituzione del fondo patrimoniale si sostanzia nella sua destinazione, che è quella di far fronte alle esigenze della famiglia e non, specificamente, ai bisogni dei figli, sicchè questi ultimi non possono vantare alcuna posizione particolareggiata verso il patrimonio destinato. (Cass., Sez. 1, 5402/2004).

Quanto all’assunta somiglianza del Trust con l’istituto codicistico del fondo patrimoniale, occorre rilevare che le differenze strutturali tra loro intercorrenti sono tali da non poterne giustificare accostamenti. In particolare, come già puntualizzato in precedenza, a differenza dell’istituto anglosassone il fondo patrimoniale non prevede beneficiari in senso tecnico, essendo costituito per soddisfare esigenze proprie della famiglia, e non di alcuni soltanto dei suoi membri.

La premesse svolte ricadono inevitabilmente sull’impossibilità di configurare il litisconsorzio necessario del figlio minore che beneficia del fondo costituito, a nulla rilevando l’opposta circostanza che il giudice, all’atto di cessazione del vincolo, attribuisca in proprietà o in godimento ai figli parte dei beni che ne costituiscono oggetto, prospettandosi detta soluzione come mera eventualità. Ne deriva l’assoluta correttezza dell’iter argomentativo sviluppato in seconde cure.

6.2. Con la seconda censura, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2500 c.c., comma 2 e art. 2500 quinquies c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, avendo errato il Giudice di merito nel ritenere non perfezionato l’iter necessario per la liberazione dei soci illimitatamente responsabili della s.n.c..

La censura è manifestamente infondata.

La lettera della norma è chiara nello stabilire che la trasformazione di una società a responsabilità illimitata in altra di capitali non libera i soci dalle obbligazioni sociali, se non risulta che i creditori vi abbiano prestato il consenso. Difatti in quanto persona giuridica, la società di capitali risponde delle obbligazioni contratte nei limiti del patrimonio sociale, senza che i creditori possano agire direttamente, o in via sussidiaria, sul patrimonio personale dei soci, vedendo così sensibilmente diminuita la propria garanzia creditoria.

La prestazione del consenso può essere espressa, oppure presumersi a fronte della comunicazione dell’intervenuta trasformazione per raccomandata o con altri mezzi che costituiscano la prova dell’avvenuto ricevimento, senza che a ciò faccia seguito, nei sessanta giorni successivi, un’espressa negazione.

Neppure sotto questo aspetto può dirsi che la norma dia luogo a dubbi interpretativi: l’espresso riferimento alla prova del ricevimento esclude implicitamente che l’iscrizione nel registro delle imprese dell’intervenuta trasformazione sia sufficiente a provare il recepimento della notizia da parte dei creditori sociali. Invero, l’iscrizione dà luogo ad una presunzione legale di conoscenza, mentre dell’art. 2500 c.c., comma 2, richiede la conoscenza effettiva della notizia, stante la ratio ad essa sottesa. Pertanto in nessun vizio è incorso il giudice del merito.

6.3. Con il terzo motivo parte ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, non ricorrendo i presupposti dell’azione revocatoria. In particolare, mancherebbe a monte il diritto di credito della Vincent’s home nei confronti della E.B. S.n.c., essendosi quest’ultima trasformata in una S.r.l. in epoca antecedente al deposito del lodo arbitrale con cui si condannava il B. al risarcimento in favore dell’attuale controricorrente. La statuizione di seconde cure si assume altresì errata nella parte in cui riconduce temporalmente l’insorgenza del credito all’esecuzione non diligente dei lavori e non anche alla data del lodo. In ultimo, parte ricorrente nega la ricorrenza dell’elemento soggettivo, essendo state conferite alcune proprietà al fondo patrimoniale in epoca antecedente al lodo arbitrale, dovendo quindi accertarsi il consilium fraudis del debitore e del coniuge, e non anche la sua semplice scientia damni.

La censura è destituita di fondamento in quanto i ricorrenti si limitano a richiedere una nuova rivalutazione di merito.

6.4. Con l’ultimo motivo il ricorrente censura la sentenza d’appello nella parte in cui statuisce che il debito oggetto di contestazione è stato contratto per soddisfare i bisogni della famiglia, con conseguente possibilità della Vincent’s home di aggredire i beni che ne costituiscono oggetto.

Il motivo è inammissibile in quanto pone una questione nuova.

Difatti tale assunzione non si rinviene in alcuna parte della pronuncia di merito, limitandosi il Giudice, al più, a precisare che la costituzione del fondo patrimoniale non è adempimento di un dovere giuridico. Ad ogni modo la censura è priva di fondamento, perchè non è in questione la definizione dei limiti entro i quali i beni del fondo possono essere aggrediti dai creditori, bensì la revocabilità di un atto dispositivo, qual è la costituzione di un patrimonio destinato, pregiudicante le ragioni creditorie).

7. Pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile. Le spese seguono la soccombenza.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 10.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 5 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2018

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