Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2477 del 01/02/2018


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Cassazione civile, sez. III, 01/02/2018, (ud. 16/11/2017, dep.01/02/2018),  n. 2477

Fatto

FATTI DI CAUSA

S.G. e A. convennero in giudizio l’ANAS – Ente Nazionale per le Strade per ottenere il risarcimento dei danni subiti a seguito di un sinistro – avvenuto nella strada a scorrimento veloce (OMISSIS) – provocato dalla presenza di un bovino sulla carreggiata; nel giudizio venne chiamata in causa la Fondiaria-SAI s.p.a., quale impresa designata dal F.G.V.S. (essendo stato prospettato che alla determinazione del sinistro aveva concorso l’abbagliamento da parte di un veicolo rimasto non identificato).

La Corte di Appello di Palermo ha confermato la sentenza di primo grado, che aveva rigettato la domanda, ritenendo che non fosse configurabile la responsabilità dell’ANAS (sia ex art. 2051 c.c., che ex art. 2043 c.c.) e che non fosse stata fornita alcuna prova circa la presenza di un veicolo antagonista i cui fari avessero abbagliato il conducente della vettura occupata dagli attori.

Gli S. hanno proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, cui ha resistito l’ANAS s.p.a..

Il P.M. ha depositato conclusioni scritte, con cui ha chiesto il rigetto del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo (che deduce violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2051 e 1175 c.c., art. 14 C.d.S., D.Lgs. n. 143 del 1994, art. 2, art. 39 C.d.S. e art. 95 del relativo Regolamento di Attuazione, art. 2 Cost. e L. n. 2248 del 1865, art. 16, all. F), i ricorrenti censurano la Corte per avere escluso la responsabilità ex art. 2051 c.c., dell’ANAS: assumono che, quale soggetto chiamato ad esercitare i diritti ed i poteri attribuiti all’ente proprietario, l’ANAS era custode della strada; che tale custodia comportava la necessità di adottare, a prescindere dall’esistenza di specifiche prescrizioni normative, “quelle misure che (fossero) effettivamente idonee ed adeguate per escludere ogni ipotesi di pericolo”, in relazione alle specifiche caratteristiche della strada; che, in particolare, doveva essere prevista ed impedita la possibilità di attraversamento di animali nei tratti che costeggiavano campi e, laddove era stata apposta una recinzione, doveva esserne curata la manutenzione; concludono che la Corte non aveva considerato che l’ANAS, che ne era onerata, non aveva fornito la prova (liberatoria) del caso fortuito, non avendo dimostrato che l’animale fosse sbucato all’improvviso sulla sede stradale e che non vi fosse stata la possibilità di accertarne la presenza e di allontanarlo dalla carreggiata.

2. Il secondo motivo – che ribadisce la sussistenza della responsabilità ex art. 2051 c.c. o, in subordine, ex art. 2043 c.c. – denuncia l’omesso esame o l’esame meramente apparente e il travisamento delle risultanze istruttorie circa un punto decisivo: i ricorrenti censurano la Corte per non avere ritenuto che, in relazione alla specifiche caratteristiche della strada, sussistesse l’obbligo di dotarla di recinzione, nonchè per non avere adeguatamente motivato circa l’impossibilità di vigilanza e di tempestivo intervento per rimuovere l’animale e, altresì, per non avere riconosciuto la dovuta rilevanza al fatto che, in prossimità del luogo del sinistro, la strada presentava una rete in parte divelta;

3. Il terzo motivo censura la Corte (per “omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia”) per non avere liquidato i danni patrimoniali e non patrimoniali e gli interessi compensativi spettanti ai ricorrenti.

4. L’ultimo motivo denuncia la violazione dell’art. 91 c.p.c., per la mancata condanna degli appellati al pagamento delle spese di lite.

5. La Corte ha motivato la decisione di rigetto rilevando (anche con testuale richiamo a quanto affermato dal primo giudice) che “nessun obbligo gravava sull’ANAS, nè per leggi, nè per regolamenti” di procedere alla recinzione di una semplice strada statale “e neppure alla sua vigilanza per l’eventuale attraversamento di animali”; che non era ascrivibile all’ANAS “la mancanza di un intervento straordinario tempestivo diretto ad allontanare l’animale dalla sede stradale” e che non poteva “rilevare la mancata apposizione di segnaletica di pericolo per il passaggio di animali”; che neppure poteva attribuirsi rilievo al fatto “che in prossimità del punto in cui (era) avvenuto lo scontro col bovino il bordo della strada presentasse una recinzione in parte divelta” giacchè la presenza di tale recinzione non poteva “essere interpretata come assunzione sua sponte da parte del predetto Ente di un obbligo in realtà inesistente e quindi come violazione, per la parte di recinzione divelta, dell’obbligo stesso”, o “come riconoscimento da parte dell’ANAS della pericolosità in quel tratto della strada stessa”.

6. A fronte di un siffatto percorso argomentativo, risulta evidente che la Corte di merito è incorsa in un errore di impostazione giuridica per aver apprezzato il profilo della responsabilità ex art. 2051 c.c., secondo criteri ad essa estranei: più precisamente, per essersi limitata a valutare (escludendolo) il profilo soggettivo della colpa del custode, che è però estraneo al paradigma della responsabilità custodiale, incentrata unicamente – su un piano prettamente oggettivo – sul rapporto causale intercorrente fra la cosa in custodia e il danno subito dal terzo, con esclusione della possibilità di riconoscere una qualunque rilevanza al profilo della condotta del custode.

7. Si impone, al riguardo, una puntualizzazione dei principi in materia di responsabilità per danni da cose in custodia, come via via espressi dalla giurisprudenza di questa Corte, con attenzione specifica alla custodia dei beni demaniali e, tra questi, di quelli di grande estensione, come strade e loro accessori e pertinenze; il tutto premettendo che incombe al danneggiato l’onere di un’opzione chiara (anche in termini di alternatività o reciproca subordinazione) tra l’azione generale di responsabilità extracontrattuale, ai sensi dell’art. 2043 c.c. e quella di responsabilità per fatto della cosa, ai sensi dell’art. 2051 c.c., visto che le due domande presentano tratti caratteristici, presupposti, funzioni ed oneri processuali assai diversificati (ex multis, Cass. n. 18609/2013 e Cass. n. 18463/2015).

7.1. La formulazione dell’art. 2051 c.c. (“ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”) evidenzia chiaramente che:

– “la responsabilità ex art. 2051 c.c., postula la sussistenza di un rapporto di custodia della cosa e una relazione di fatto tra un soggetto e la cosa stessa, tale da consentire il potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte e di escludere i terzi dal contatto con la cosa” (Cass. n. 15761/2016);

– ad integrare la responsabilità è necessario (e sufficiente) che il danno sia stato “cagionato” dalla cosa in custodia, assumendo rilevanza il solo dato oggettivo della derivazione causale del danno dalla cosa, mentre non occorre accertare se il custode sia stato o meno diligente nell’esercizio del suo potere sul bene, giacchè il profilo della condotta del custode è – come detto – del tutto estraneo al paradigma della responsabilità delineata dall’art. 2051 c.c. (ex multis, Cass. n. 4476/2011);

– ne consegue che il danneggiato ha il solo onere di provare l’esistenza di un idoneo nesso causale tra la cosa ed il danno, mentre al custode spetta di provare che il danno non è stato causato dalla cosa, ma dal caso fortuito, nel cui ambito possono essere compresi, oltre al fatto naturale, anche quello del terzo e quello dello stesso danneggiato;

– si tratta, dunque, di un’ipotesi di responsabilità oggettiva (per tutte, Cass. n. 12027/2017) con possibilità di prova liberatoria, nel cui ambito il caso fortuito interviene come elemento idoneo ad elidere il nesso causale altrimenti esistente fra la cosa e il danno;

– non può escludersi, invero, che un’eventuale colpa venga fatta specificamente valere dal danneggiato, ma, trattandosi di azione ex art. 2051 c.c., la deduzione di omissioni o violazioni di obblighi di legge, di regole tecniche o di criteri di comune prudenza da parte del custode può essere diretta soltanto a rafforzare la prova dello stato della cosa e della sua attitudine a recare danno, sempre ai fini dell’allegazione e della prova del rapporto causale tra la prima e il secondo; nè è da escludere che, viceversa, sia il custode a dedurre la conformità della cosa agli obblighi di legge o a prescrizioni tecniche o a criteri di comune prudenza al fine di escludere l’attitudine della cosa a produrre il danno: in entrambi i casi – va ribadito – si tratta di deduzioni volte a sostenere oppure a negare la derivazione del danno dalla cosa e non, invece, a riconoscere rilevanza al profilo della condotta del custode.

– resta dunque fermo che, prospettato e provato dal danneggiato il nesso causale tra cosa custodita ed evento dannoso, la colpa o l’assenza di colpa del custode rimane del tutto irrilevante ai fini dell’affermazione della sua responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c..

7.2. Quanto ai criteri di accertamento del nesso causale, va richiamato il consolidato orientamento di legittimità (cfr., per tutte, Cass., S.U. n. 576/2008) secondo cui:

– ai fini dell’apprezzamento della causalità materiale nell’ambito della responsabilità extracontrattuale, va fatta applicazione dei principi penalistici di cui agli artt. 40 e 41 c.p., sicchè un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (c.d. teoria della condicio sine qua non);

– tuttavia, il rigore del principio dell’equivalenza delle cause, posto dall’art. 41 c.p. (in base al quale, se la produzione di un evento dannoso è riferibile a più azioni od omissioni, deve riconoscersi ad ognuna di esse efficienza causale), trova il suo temperamento nel principio di causalità efficiente – desumibile dal capoverso della medesima disposizione – in base al quale l’evento dannoso deve essere attribuito esclusivamente all’autore della condotta sopravvenuta ove questa condotta risulti tale da rendere irrilevanti le altre cause preesistenti, ponendosi al di fuori delle normali linee di sviluppo della serie causale già in atto;

– al contempo, neppure è sufficiente tale relazione causale per determinare una causalità giuridicamente rilevante, dovendosi, all’interno delle serie causali così determinate, dare rilievo a quelle soltanto che appaiano idonee a determinare l’evento secondo il principio della c.d. causalità adeguata o quello similare della c.d. regolarità causale, che individua come conseguenza normale imputabile quella che – secondo l’id quod plerumque accidit e quindi in base alla regolarità statistica o ad una probabilità apprezzabile ex ante (ancorchè riscontrata con una prognosi postuma)- integra gli estremi di una sequenza costante dello stato di cose originatosi da un evento iniziale (sia esso una condotta umana oppure no), che ne costituisce l’antecedente necessario.

7.3. Ne deriva che tutto ciò che non è prevedibile oggettivamente ovvero tutto ciò che rappresenta un’eccezione alla normale sequenza causale, integra il caso fortuito, quale fattore estraneo alla sequenza originaria, avente idoneità causale assorbente e tale da interrompere il nesso con quella precedente, sovrapponendosi ad essa e elidendone l’efficacia condizionante.

Ovviamente, anche l’imprevedibilità che vale a connotare il fortuito deve essere oggettiva – dal punto di vista probabilistico o della causalità adeguata – senza che possa riconoscersi alcuna rilevanza dell’assenza o meno di colpa del custode.

7.4. Deve peraltro considerarsi che l’oggettiva imprevedibilità di un fattore esterno è suscettibile di esaurirsi col tempo: infatti, una modifica improvvisa delle condizioni della cosa (quali la macchia d’olio lasciata sull’asfalto da un veicolo in transito o l’accumulo di materiali sulla carreggiata determinato da perdita di carico o da eventi meteorici intensi) è destinata a perdere, col trascorrere del tempo dal suo accadimento e avuto riguardo alle concrete possibilità di estrinsecazione della signoria di fatto sulla cosa, la sua natura eccezionale, finendo col fare corpo con la cosa stessa, sicchè è a questa, come modificata dall’evento originariamente improvviso, che correttamente va ascritto il fatto dannoso che ne deriva.

7.5. E’ pacifico – come detto – che il caso fortuito può essere integrato dalla stessa condotta del danneggiato (che abbia usato un bene senza la normale diligenza o con affidamento soggettivo anomalo) quando essa si sovrapponga alla cosa al punto da farla recedere a mera occasione o “teatro” della vicenda produttiva di danno, assumendo efficacia causale autonoma e sufficiente per la determinazione dell’evento lesivo, così da escludere qualunque rilevanza alla situazione preesistente.

Quando, poi, la condotta del danneggiato non assuma i caratteri del fortuito, sì da elidere il rapporto causale fra cosa e danno, residua comunque la possibilità di configurare un concorso causale colposo, ai sensi del primo comma dell’art. 1227 c.c. (applicabile anche in ambito di responsabilità extracontrattuale, in virtù del richiamo compiuto dall’art. 2056 c.c.), che potrà essere apprezzato – al pari del fortuito – anche sulla base di una valutazione officiosa (per tutte, Cass. n. 20619/2014).

Va sottolineato che, quanto più la situazione di possibile pericolo sia suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione delle normali cautele da parte dello stesso danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso.

Se è vero, infatti, che il riconoscimento della natura oggettiva del criterio di imputazione della responsabilità custodiale si fonda sul dovere di precauzione imposto al titolare della signoria sulla cosa custodita, in funzione di prevenzione dei danni che da essa possono derivare, è altrettanto vero che l’imposizione di un dovere di cautela in capo a chi entri in contatto con la cosa risponde a un principio di solidarietà (ex art. 2 Cost.), che comporta la necessità di adottare condotte idonee a limitare entro limiti di ragionevolezza gli aggravi per i terzi, in nome della reciprocità degli obblighi derivanti dalla convivenza civile.

8. Tanto premesso, deve ritenersi che la corretta disamina della vicenda oggetto della sentenza impugnata avrebbe richiesto di accertare (essendo pacifica la derivazione del danno dalla presenza del bovino sulla sede stradale) se ricorressero o meno gli estremi del caso fortuito, ossia dell’obiettiva imprevedibilità ex ante dell’ingombro della carreggiata (secondo i criteri sopra delineati) e, in ipotesi, se tale ingombro conservasse, al momento del sinistro, i connotati di eccezionalità ed inevitabilità propri del fortuito.

Del tutto inconferente risulta, per contro, l’affermazione dell’inesistenza di violazioni di norme di precauzione da parte del custode, in cui si è sostanzialmente esaurita la decisione della Corte territoriale, trattandosi di accertamento volto ad escludere la colpa del custode, che tuttavia non rileva in ambito di responsabilità ex art. 2051 c.c., richiedendosi – viceversa – un accertamento incentrato sul profilo oggettivo della sussistenza o meno del nesso di causa e della ricorrenza del fortuito.

9. La sentenza va dunque cassata in accoglimento – per quanto di ragione e nei termini di cui sopra – del primo motivo, assorbiti gli altri, con rinvio alla Corte territoriale, che dovrà rivalutare la vicenda alla luce dei seguenti principi di diritto:

“l’art. 2051 c.c., nell’affermare la responsabilità del custode della cosa per i danni da questa cagionati, individua un criterio di imputazione che prescinde da qualunque connotato di colpa, ma opera sul piano oggettivo dell’accertamento del rapporto causale tra la cosa e l’evento dannoso e della ricorrenza del caso fortuito, quale elemento idoneo ad elidere tale rapporto causale”;

“il caso fortuito rappresentato da fatto naturale o del terzo è connotato da imprevedibilità ed inevitabilità, da intendersi però dal punto di vista oggettivo e della regolarità causale (o della causalità adeguata), senza che possa riconoscersi alcuna rilevanza alla diligenza o meno del custode”;

“le modifiche della struttura della cosa o le situazioni di pericolo determinate da fattori imprevedibili sono suscettibili di divenire, se non rimosse tempestivamente, nuove condizioni intrinseche della cosa, idonee a comportare la responsabilità del custode”.

10. La Corte di rinvio provvederà anche sulle spese di lite.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo, dichiarando assorbiti gli altri, cassa e rinvia, anche per le spese di lite, alla Corte di Appello di Palermo, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 16 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2018

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