Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24758 del 05/12/2016


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Cassazione civile sez. VI, 05/12/2016, (ud. 05/10/2016, dep. 05/12/2016), n.24758

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20638/2015 proposto da:

POLLARA SRL, in persona dell’Amministratore unico e legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

TACITO 90, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE VACCARO,

rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE VALASTRO giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 453/34/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di PALERMO SEZIONE DISTACCATA di CATANIA del 21/01/2015,

depositata il 09/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

05/10/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GUIDO FEDERICO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., osserva quanto segue:

La Pollara srl, esercente attività di commercio all’ingrosso di frutta ed ortaggi, nonchè di commissionaria ortofrutticola all’interno del mercato ortofrutticolo di Vittoria ricorre contro l’Agenzia delle Entrate, che si costituisce con controricorso, avverso la sentenza della CTR della Sicilia n. 453/34/15, con la quale, in riforma della sentenza di primo grado è stato respinto il ricorso introduttivo della contribuente.

La Corte, in particolare, ha ritenuto la legittimità dell’accertamento analitico-induttivo, fondato sull’esiguità dell’utile di esercizio dichiarato (pari allo 0,785%) rispetto al corrispondente volume di affari e la congruità della percentuale di ricarico applicata dall’Ufficio (10%) sul costo complessivo di acquisto dei prodotti venduti.

Con il primo motivo di ricorso, la contribuente denunzia la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4), lamentando l’omessa pronuncia della CTR su alcune “parti” della domanda avanzate nel ricorso introduttivo e riproposte nel giudizio di appello, deducendò di aver sollevato numerose contestazioni sull’operato dell’ufficio, delle quali era stato totalmente omesso l’esame da parte della CTR.

Il motivo è inammissibile, in quanto con esso si denunzia non già l’omessa pronuncia su una domanda o una specifica eccezione sollevata in giudizio dalla contribuente ma una carenza ed incompletezza della motivazione in ordine ad elementi o argomenti difensivi.

Questa Corte ha infatti escluso la configurabilità dell’omessa pronuncia quando, nonostante la mancanza di una specifica, espressa statuizione su una tesi difensiva o un’eccezione, la decisione adottata dal giudice risulti in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte e ne abbia comportato il suo rigetto o assorbimento, ovvero, come nel caso di specie, il rigetto di una domanda sia implicito nella costruzione logico-giuridica con la quale venga accolta una tesi incompatibile con la relativa eccezione (Cass. 15882/2007).

Il giudice non è infatti tenuto ad occuparsi singolarmente di ogni allegazione e prospettazione delle parti, risultando necessario e sufficiente, in base all’art. 132 c.p.c., n. 4), che esponga, in maniera succinta, gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della decisione, dovendo ritenersi per implicito disattesi tutti gli argomenti e le tesi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e l’iter argomentativo seguito (Cass. n. 407/06).

Nel caso di specie la CTR ha affermato la legittimità dell’accertamento e la congruità della percentuale di ricarico attribuita dall’Ufficio, così disattendendo le diverse censure proposta dal contribuente in ordine alla legittimità e fondatezza dell’accertamento dell’Ufficio, nonchè le diverse argomentazioni difensive da questa proposte.

Con il secondo motivo si denunzia il vizio di ultra petizione, deducendo la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4), per avere fondato la legittimità dell’accertamento analitico-induttivo sulla base del presupposto dell'”antieconomicità” dell’attività d’impresa, che non era stato sollevato dall’Ufficio nè nella fase amministrativa, nè in sede processuale.

Pure tale censura non ha pregio.

Conviene premettere che il giudice ha il potere-dovere di qualificare giuridicamente l’azione purchè non modifichi i fatti costitutivi o fondi la decisione su una realtà fattuale non dedotta e allegata in giudizio (Cass. 13945/2913).

Orbene nel caso di specie il rilievo di antieconomicità della gestione costituisce la qualificazione data dalla CTR al presupposto dell’accertamento analitico-induttivo contestato alla contribuente dall’Ufficio, il quale ha evidenziato di muovere dalla esiguità del ricarico rispetto al volume di affari della società, pur a fronte di scritture contabili formalmente regolari.

La CTR, nel valutare la legittimità dell’accertamento, ha fatto riferimento all’elemento sintomatico di inattendibilità del reddito dichiarato, specificamente contestato alla contribuente dall’Ufficio, derivante dalla palese inidoneità dell’utile rispetto al volume d’affari (pari allo 0,785%), avuto riguardo ai canoni di corretta gestione imprenditoriale, qualificando tale indice in termini di antieconomicità della gestione.

Con il terzo motivo si denunzia la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), assumendo la carenza del presupposto dell’accertamento analitico-induttivo e rilevando in particolare che la dedotta antieconomicità non trovava riscontro negli atti di causa.

Pure tali doglienze appaiono infondate.

Ed invero secondo il consolidato indirizzo di questa Corte, l’Amministrazione finanziaria, in presenza di contabilità formalmente regolare ma intrinsecamente inattendibile per l’antieconomicità del comportamento del contribuente, può desumere in via induttiva, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, commi 2 e 3, sulla base di presunzioni semplici, purchè gravi, precise e concordanti, il reddito del contribuente, utilizzando le incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli desumibili dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta, incombendo su quest’ultimo l’onere di fornire la prova contraria e dimostrare la correttezza delle proprie dichiarazioni.

Orbene, nel caso di specie la CTR ha ritenuto la legittimità dell’accertamento analitico-induttivo sulla base della palese incongruenza tra volume d’affari e ricavi, e, con valutazione di merito che non è sindacabile nel presente giudizio, ha ritenuto la congruità della percentuale di ricarico induttivamente attribuita dall’Ufficio, in quanto corrispondente alla percentuale fissata per tale settore nel regolamento di mercato approvato dal Comune di Vittoria, e rispondente dunque a canoni di piena logicità e ragionevolezza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la contribuente alla refusione delle spese del presente giudizio che liquida in 2.200,00 Euro per compensi, oltre a rimborso spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato,pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, il 5 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 dicembre 2016

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