Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24754 del 05/11/2020

Cassazione civile sez. II, 05/11/2020, (ud. 13/07/2020, dep. 05/11/2020), n.24754

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al NRG 23695-2019 proposto da:

I.H., rappresentato e difeso dall’Avvocato Elisa Sforza;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

generale dello Stato, e presso gli Uffici di questa domiciliato in

Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Bologna n.

149-2019 in data 14 gennaio 2019;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13 luglio 2020 dal Consigliere Dott. Alberto Giusti;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del

Sostituto Procuratore Generale Dott. Ceroni Francesca, che ha

chiesto che il ricorso venga deciso dalle Sezioni Unite, in

subordine che venga fissata la pubblica udienza ed in ulteriore

subordine che il ricorso venga accolto.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – I.H., cittadino della (OMISSIS), nato a (OMISSIS) – (OMISSIS) – il 11 giugno 1991, proponeva opposizione avverso il provvedimento della Commissione territoriale di Bologna con il quale era stata rigettata la sua domanda di protezione internazionale e di protezione umanitaria.

Il Tribunale di Bologna, con ordinanza in data 20 febbraio 2017, rigettava la domanda principale di riconoscimento dello status di rifugiato e non ravvisava gli estremi per la concessione della protezione sussidiaria nè per il rilascio del permesso per ragioni umanitarie. A tale esito il Tribunale perveniva sulla base di un conclusivo giudizio di non credibilità soggettiva della versione del richiedente alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3. Rilevava il Tribunale la sostanziale non credibilità soggettiva dell’ I., sia con riferimento alla sua reale appartenenza al (OMISSIS), (OMISSIS), sia con riferimento alla sua asserita attività di cameraman, che lo portava a riprendere ed essere presente attivamente alle riunioni più importanti del movimento, in relazione alle quali sapeva riferire soltanto qualche circostanza (limitatamente a quella del 20 aprile 2014, durante la quale l’irruzione della polizia lo induceva alla fuga e poi a lasciare il suo Paese).

2. – La Corte d’appello di Bologna, con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria il 14 gennaio 2019, ha rigettato il gravame dell’ I..

Secondo la Corte territoriale, le circostanze narrate dall’ I. sulla sua appartenenza al (OMISSIS) e sul suo essere ricercato dalla polizia (OMISSIS) non superano il ragionevole vaglio di credibilità soggettiva.

In ordine, poi, alla situazione generale del Paese di provenienza, la Corte felsinea ha confermato l’accertamento del Tribunale secondo cui, benchè la repressione delle attività di protesta dei vari movimenti indipendentisti del Biafra si sia di recente riacutizzata e le COI riportino episodi di uso eccessivo della forza da parte dell’autorità governativa contro i manifestanti, la pura e semplice appartenenza al (OMISSIS) non integra di per sè fondato timore di persecuzione o rischio effettivo di subire danno grave.

3. – Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello I.H. ha proposto ricorso, con atto notificato il 15 luglio 2019, sulla base di due motivi.

Il Ministero dell’interno ha resistito con controricorso.

4. – Il ricorso è stato avviato alla trattazione camerale ex art. 380-bis.1 c.p.c.

5. – Il pubblico ministero ha depositato conclusioni scritte, chiedendo che il ricorso venga deciso dalle Sezioni Unite, in subordine che venga fissata la pubblica udienza ed in ulteriore subordine che il ricorso venga accolto.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo (violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3 ed in particolare del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3; credibilità soggettiva del ricorrente; motivazione assente e carente circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5), il ricorrente si duole che la sentenza impugnata sia il frutto di una applicazione errata del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3. La Corte d’appello si sarebbe infatti appiattita sul giudizio espresso dal Tribunale nel ritenere non credibile l’ I., senza effettuare un’analisi attenta e precisa delle dichiarazioni da lui rese nel corso delle due audizioni personali svoltesi dinanzi alla Commissione territoriale di Bologna nonchè dinanzi al giudice di primo grado. Quest’ultimo avrebbe fondato la propria valutazione sulla inattendibilità del richiedente basandosi su una percezione personale delle sue affermazioni, omettendo di considerare che il vaglio di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidato alla mera opinione del giudice, ma il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiersi non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi di quanto narrato dal richiedente, ma sulla base della griglia predeterminata di criteri offerta dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5. Ad avviso del ricorrente, l’ I. avrebbe riferito una storia personale lineare, logica, coerente e compatibile con il contesto di provenienza. Inoltre, egli si sarebbe prodigato nel reperire prove idonee a costituire riscontro esterno alle sue dichiarazioni, riuscendo a consegnare alle autorità decidenti la tessera di appartenenza al (OMISSIS), alcune spille recanti il logo dell’organizzazione, l’avviso di ricerca diramato nei suoi confronti, un volantino relativo a una riunione del movimento Biafra tenutasi a Padova alla quale il ricorrente ha preso parte, due fotografie che lo ritraggono mentre sta utilizzando una videocamera durante una manifestazione svoltasi in (OMISSIS). La sentenza della Corte d’appello sarebbe censurabile per disattenzioni e superficialità, avendo travisato tra l’altro le dichiarazioni del ricorrente e pervenendo a conclusioni inesatte. La Corte d’appello avrebbe completamente omesso di valutare i riscontri esterni forniti dall’ I. a sostegno delle proprie dichiarazioni.

2. – Il motivo è inammissibile.

La sentenza impugnata motiva ampiamente sulla inattendibilità del racconto del dichiarante e sulla inidoneità delle dichiarazioni rese a comprovare la sussistenza del pericolo addotto e posto a fondamento della domanda. La Corte di Bologna ha sottolineato che l’ I. non ha fornito alcun elemento circostanziale circa il suo coinvolgimento in altre manifestazioni, oltre quella del 20 aprile 2014, e ha ritenuto vaghe e generiche le circostanze descrittive della fuga in occasione della irruzione nella indicata manifestazione, all’esito della quale non sono emerse con chiarezza le temute conseguenze di un arresto ingiusto o forme di persecuzione. La Corte distrettuale ha poi evidenziato che l’ I. ha fornito descrizioni sostanzialmente generiche e prive di contenuto circa gli scopi e le idee del (OMISSIS) o dei suoi esponenti. Sulla riferita attività di cameraman, la Corte territoriale ha confermato la valutazione di inattendibilità dell’ I., giacchè costui, sollecitato dal giudice a riferire qualche dettaglio tecnico sulle videocamere utilizzate, ha saputo riferire di pochi e generali elementi senza saper dire di altri specifici meccanismi di funzionamento di video-telecamere pure basici, come le caratteristiche del sensore o delle lenti. La Corte di Bologna ha altresì messo in luce che solo all’udienza in Tribunale l’ I. ha riferito che due suoi fratelli sarebbero stati arrestati poco dopo la manifestazione del 2014, come pure, sempre in udienza e per la prima volta, il richiedente ha dichiarato che, secondo lui, gli informatori avrebbero dato il nome suo e dei suoi familiari alla polizia. Quanto al materiale documentale prodotto, quale il supposto mandato di cattura, esso è stato ritenuto dalla Corte d’appello “palesemente grossolanamente predisposto”, privo di timbri a secco dell’autorità di asserita derivazione; quanto al tesserino e alla spilla, si tratta, secondo il giudice del gravame, di elementi scannerizzati e dunque ragionevolmente non dotati di sufficiente fidefacenza.

Ora, in base a consolidati e condivisi orientamenti di questa Corte, nei giudizi in materia di protezione internazionale, la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del richiedente costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), e tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, o come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr., per tutte, Cass., Sez. I, 5 febbraio 2019, n. 3340).

La statuizione della Corte d’appello circa la non attendibilità del racconto del dichiarante non risulta censurata in conformità con i suindicati principi.

Il motivo di ricorso tende, in realtà, al di là della formale prospettazione anche del vizio di violazione o falsa applicazione di norme di legge, a contrapporre il proprio giudizio sulla credibilità soggettiva del dichiarante rispetto alle argomentate conclusioni della Corte territoriale, finendo così con il sollecitare una diversa lettura ed interpretazione delle stesse. Ciò risulta evidente là dove si censura la sentenza impugnata per non avere considerato la storia personale narrata dall’ I. “lineare, logica, coerente e compatibile con il contesto di provenienza”, oltre che priva di contraddizioni (pagina 3 del ricorso), assumendosi che lo stesso “ha effettuato ogni ragionevole sforzo per circostanziare l’istanza, ha prodotto tutti gli elementi pertinenti in suo possesso e ha reso dichiarazioni coerenti, plausibili e compatibili con le informazioni diffuse sul Paese d’origine” (così a pag. 7 del ricorso).

Va pertanto ribadito che la valutazione di credibilità dell’istante per la protezione internazionale costituisce un giudizio demandato al giudice del merito, non censurabile sollecitando una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente.

2. – Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione delle norme di diritto di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 6 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6. Con esso il ricorrente si duole che la Corte d’appello di Bologna non abbia attivato il dovere di cooperazione nella ricerca della prova quantomeno limitatamente alla verifica della ricorrenza dei presupposti per la concessione della protezione sussidiaria ovvero della residuale tutela umanitaria. La conclusione della Corte territoriale sarebbe superficiale in quanto si sarebbe fondata sulle informazioni sul Paese di origine reperite ed utilizzate dal Tribunale di Bologna due anni prima, quindi su dati non attuali e non aggiornati. La Corte di merito non avrebbe svolto alcuna riflessione aggiuntiva, omettendo di considerare il positivo percorso di integrazione compiuto dall’ I. nel corso della permanenza ormai ultraquinquennale sul territorio nazionale, che lo vede oggi regolarmente inserito nel mondo del lavoro italiano in quanto assunto con contratto a tempo indeterminato.

2.1. – La complessiva censura è inammissibile.

2.2. – Va rilevato che la Corte d’appello, avendo giudicato inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva le dichiarazioni dell’ I., ha ritenuto non necessario procedere ad un ulteriore approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine.

Ora, questa affermazione, nella sua assolutezza, è inesatta.

Correttamente, infatti, il pubblico ministero ha richiamato l’orientamento secondo cui, in tema di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2017, ex art. 14, lett. c), il potere-dovere di indagine d’ufficio del giudice circa la situazione generale esistente nel Paese d’origine del richiedente, che va esercitato dando conto, nel provvedimento emesso, delle fonti informative attinte, in modo da verificarne anche l’aggiornamento, non trova ostacolo nella non credibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente stesso riguardo alla propria vicenda personale.

Sotto il profilo dell’ambito e dei limiti del dovere di cooperazione istruttoria del giudice in presenza di dichiarazioni inattendibili del richiedente, il Collegio condivide l’approdo cui è giunta, recentemente, la giurisprudenza di legittimità (v., ad esempio, Cass., Sez. I, 16 aprile 2020, n. 7876), la quale, componendo ad unità le diverse sfumature emerse in precedenza, ha opportunamente precisato e circoscritto il principio secondo cui le dichiarazioni del ricorrente che siano inattendibili non richiedono approfondimento istruttorio officioso: nel senso che ciò vale per il racconto che concerne la vicenda personale del richiedente, che può rilevare ai fini dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato o ai fini dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b); invece, il dovere del giudice di cooperazione istruttoria, una volta assolto da parte del richiedente la protezione il proprio onere di allegazione, sussiste sempre, anche in presenza di una narrazione dei fatti attinenti alla vicenda personale inattendibile e comunque non credibile, in relazione alla fattispecie contemplata dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

Proprio facendo applicazione del risultato interpretativo appena citato – che, essendo già chiarificatore dell’indirizzo della giurisprudenza, non abbisogna di ulteriori convalide all’esito di una pubblica udienza con valenza nomofilattica o dell’intervento risolutivo delle Sezioni Unite – l’affermazione, sopra ricordata, della Corte d’appello è, appunto, inesatta, giacchè l’ I., nel richiedere il riconoscimento della protezione sussidiaria, ha ricondotto la propria situazione all’ipotesi di cui al citato art. 14, lett. c lamentando di essere vittima di una minaccia grave e individuale alla vita derivante dalla violenza indiscriminata in situazione di conflitto interno o internazionale.

2.3. – Sennonchè l’inesattezza non si traduce in un vizio tale da comportare la cassazione della sentenza impugnata, essendo sufficiente la correzione della motivazione in diritto della sentenza.

La ragione di ciò sta nel fatto che la Corte d’appello – pur ritenendosi in linea di principio esonerata dal dovere di cooperazione istruttoria – ne ha in concreto prescisso, e, prendendo in esame i report di Amnesty International già citati dal Tribunale e convalidando le conclusioni del primo giudice, ha rilevato che, benchè la repressione delle attività di protesta dei vari movimenti indipendentisti del Biafra si sia di recente riacutizzata e le COI riportino episodi di uso eccessivo della forza da parte dell’autorità governativa contro i manifestanti, la pura e semplice appartenenza al (OMISSIS) non integra di per sè fondato timore di persecuzione o rischio effettivo di subire danno grave.

2.4. – Ora, quest’ultima statuizione del giudice territoriale è censurata dal ricorrente, che addebita alla Corte d’appello di essersi basata sulle informazioni del Paese di origine reperite ed utilizzate due anni prima dal Tribunale di Bologna, quindi su dati non attuali e non aggiornati.

Ma la doglianza articolata al riguardo è generica.

Invero, sotto quest’ultimo profilo, se questa Corte ha affermato che il giudice di merito, nel fare riferimento alle così dette fonti privilegiate di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve indicare la fonte in concreto utilizzata nonchè il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità dell’informazione predetta rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione (Cass., Sez. I, 17 maggio 2019, n. 13449), e che la predetta fonte deve essere aggiornata alla data della decisione (Cass., Sez. I, 22 maggio 2019, n. 13897; Cass., Sez. III, 12 maggio 2020, n. 8819), pur tuttavia ciò non può valere ad esonerare il ricorrente dall’onere di allegazione delle specifiche circostanze ritenute decisive ai fini del riconoscimento dell’invocata misura di protezione. Ne discende che il motivo di ricorso che mira a contrastare l’apprezzamento delle fonti condotto dal giudice di merito deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base la Corte territoriale ha deciso siano state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre e più aggiornate e decisive fonti qualificate. Solo là dove dalla censura emerga la precisa dimostrazione di quanto precede, infatti, può ritenersi violato il dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice del merito, nella misura in cui venga cioè dimostrato che quest’ultimo abbia deciso sulla scorta di notizie ed informazioni smentite da altri dati decisivi o tratte da fonti non più attuali (Cass., Sez. I, 18 febbraio 2020, n. 4037).

Nella specie, il motivo di ricorso si ferma alla semplice deduzione che la sentenza impugnata sarebbe priva di riferimenti aggiornati al Paese di provenienza del ricorrente (così a pagina 9 del ricorso) e alla generica allegazione dei rischi cui il ricorrente andrebbe incontro in ipotesi di rientro in (OMISSIS). La complessiva doglianza, prospettando in modo aspecifico l’esistenza di un quadro generale del Paese di origine del richiedente la protezione differente da quello ricostruito dalla Corte d’appello, finisce con il risolversi nell’implicita richiesta di rivalutazione delle risultanze istruttorie e nella prospettazione di una diversa soluzione argomentativa, entrambe precluse in questa sede.

2.5. – Del pari inammissibile è il motivo di ricorso, là dove si rivolge al mancato riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria.

Con l’articolata doglianza, il ricorrente si duole che la Corte d’appello abbia omesso di considerare il positivo percorso di integrazione compiuto da I.H. nel corso della permanenza da oltre cinque anni in Italia con un lavoro a tempo indeterminato.

La censura è generica.

Per un verso, il ricorrente non precisa, nel rispetto della prescrizione dettata dall’art. 366 c.p.c., da quale atto del giudizio di merito risulti la circostanza dell’assunzione dell’ I. con contratto di lavoro a tempo indeterminato, che viene addotta nel motivo a dimostrazione dell’intrapreso percorso di integrazione sul territorio italiano.

D’altra parte, nessuna rilevanza può attribuirsi, di per sè, al percorso di integrazione intrapreso dall’ I. in Italia. Questa Corte ha infatti chiarito (Cass., Sez. I, 23 febbraio 2018, n. 4455) che il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza.

3. – Il ricorso è rigettato.

Le spese, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

4. – Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono i presupposti processuali per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il comma 1-quater al testo unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dal Ministero controricorrente, che liquida in complessivi Euro 2.100 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda civile, il 13 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2020

 

 

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