Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24748 del 19/10/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 19/10/2017, (ud. 09/05/2017, dep.19/10/2017),  n. 24748

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18492-2015 proposto da:

DVM COSENZA S.R.L. P.I. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

CARSO 57, presso lo studio dell’avvocato LUIGI MARINO, rappresentato

e difeso dall’avvocato ADOLFO LARUSSA, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

C.D.;

– intimata –

Nonchè da:

C.D. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA

DI PIETRA 26, presso lo studio dell’avvocato MASSIMILIANO SILVETTI,

rappresentata e difesa dagli avvocati VINCENZO FERRARI, TEA DEL

VECCHIO, giusta delega in atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

DVM COSENZA S.R.L.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1575/2014 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 31/01/2015 R.G.N. 1939/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/05/2017 dal Consigliere Dott. NICOLA DE MARINIS;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO CARMELO che ha concluso per il rigetto di entrambi i

ricorsi;

udito l’Avvocato DEL VECCHIO TEA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza del 7 maggio 2015, la Corte d’Appello di Catanzaro, in parziale riforma della decisione del Tribunale di Cosenza, mentre, in conformità alla domanda proposta da C.D. nei confronti della D.V.M. Cosenza S.r.l., pronunziava la declaratoria di illegittimità del licenziamento da questa intimato alla prima, ne disconosceva il carattere discriminatorio, qualificandolo, invece, come licenziamento disciplinare privo delle garanzie procedimentali, confermando, peraltro, l’applicazione della tutela reale L. n. 300 del 1970, ex art. 18.

La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto inconfigurabile il dedotto intento ritorsivo, emergendo dalla lettera di licenziamento la natura ontologicamente disciplinare dello stesso, e così il recesso non illecito ma, tuttavia, invalido in quanto non preceduto dalla necessaria contestazione ed inefficace, versandosi nell’ambito di applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18 con conseguente applicabilità dell’ordine di reintegra, per non essere stata provata la qualificazione della sede di (OMISSIS), presso cui la lavoratrice era stata assunta, come unità produttiva rilevante ex se ai fini del requisito dimensionale.

Per la cassazione di tale decisione ricorre la Società, affidando l’impugnazione a due motivi, cui resiste, con controricorso, la C., la quale a sua volta propone ricorso incidentale, articolato su due motivi, con riguardo al quale la Società non ha svolto alcuna attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, la Società ricorrente principale, nel denunciare il vizio di omesso esame di un fatto decisivo del giudizio, imputa alla Corte territoriale il travisamento dell’eccezione sollevata in entrambi i gradi di giudizio circa l’inapplicabilità alla fattispecie della tutela reale per difetto del requisito dimensionale, motivata, non dall’essere la sede aziendale di (OMISSIS) unità produttiva autonoma rispetto a quella di Catanzaro, ma dall’essere quelle sedi riferibili a distinte aziende, viceversa qualificate dalla lavoratrice come unico centro di imputazione del rapporto.

Con il secondo motivo, denunciando la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 416 c.p.c., la Società imputa alla Corte territoriale l’omessa considerazione delle prove documentali attestanti la non ricorrenza del requisito dimensionale per l’applicazione della tutela reale e della mancata contestazione dell’originaria deduzione in tal senso da parte della lavoratrice.

Dal canto suo, la ricorrente incidentale, con il primo motivo, recante la denuncia della violazione e falsa applicazione degli artt. 434,436 bis, 348 bis e 348 ter c.p.c., lamenta a carico della Corte territoriale l’omessa pronunzia in ordine all’inammissibilità del gravame per genericità tempestivamente dedotta.

Con il secondo motivo, denunciando la violazione e falsa applicazione degli artt. 1418,1345 e 1324 c.c., L. n. 604 del 1966, art. 4 e L. n. 300 del 1970, art. 15, in una con il vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, deduce la non conformità a diritto e l’incongruità logica del convincimento espresso dalla Corte territoriale in ordine all’inconfigurabilità del prospettato intento ritorsivo dell’intimato recesso.

I due motivi su cui si articola il ricorso principale, che, in quanto strettamente connessi, possonò essere qui trattati congiuntamente, devono ritenersi infondati attesò che le censure mosse non valgono ad inficiare la pronunzia resa dalla Corte territoriale in ordine alla sussistenza nella specie del requisito dimensionale. In effetti, tale pronunzia, incentrandosi sulla questione della configurabilità quale unità produttiva autonoma della sede operativa della DVM Cosenza S.r.l. sita a (OMISSIS) rispetto alla sede legale della medesima Società sita a (OMISSIS), evidentemente presuppone che la Corte territoriale abbia accertato la presenza di un organico complessivo superiore a quindici dipendenti relativamente a queste due sedi aziendali, le sole cui si fa riferimento in motivazione, sicchè l’apodittica affermazione su cui la Società ricorrente fonda la propria impugnazione, per la quale tale accertamento deriverebbe in realtà dall’aver la Corte territoriale viceversa erroneamente sommato il personale della DVM Cosenza S.r.l., che, altrettanto apoditticamente, si assume essere complessivamente non superiore a quindici dipendenti, con quello di altra società, la Del Vecchio Macchine S.r.l., facente capo alla stessa proprietà e parimenti sita in Catanzaro, non trova il necessario riscontro.

Il ricorso principale va dunque rigettato con conseguente assorbimento di entrambi i motivi del ricorso incidentale.

PQM

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo. P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale, assorbito l’incidentale e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.500,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 9 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 ottobre 2017

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