Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24736 del 08/10/2018

Cassazione civile sez. I, 08/10/2018, (ud. 06/06/2018, dep. 08/10/2018), n.24736

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 1407/2013 R.G. proposto da:

COMUNE DI SAN GREGORIO DI CATANIA, in persona del Sindaco p.t.,

rappresentato e difeso dall’Avv. Rosario Patanè, con domicilio

eletto in Roma, via dei Savorelli, n. 95, presso lo studio dell’Avv.

Marco Menichelli;

– ricorrente –

contro

C.M., rappresentata e difesa dagli Avv. Domenico Scalia e

Maria Mascia Scalia, con domicilio in Roma, piazza Cavour, presso la

Cancelleria civile della Corte di Cassazione;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Catania n. 1321/11

depositata il 27 ottobre 2011.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 6 giugno 2018

dal Consigliere Dott. Guido Mercolino.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. C.M., proprietaria di un fondo sito in (OMISSIS) e riportato in Catasto al foglio (OMISSIS), particelle (OMISSIS), convenne in giudizio il Comune di San Gregorio di Catania, per sentirlo condannare al pagamento dell’indennità dovuta per l’occupazione temporanea di una porzione dell’immobile, disposta con ordinanza del 14 febbraio 1985, nonchè al risarcimento dei danni cagionati dalla perdita della proprietà del suolo, irreversibilmente trasformato in assenza del decreto di espropriazione, ivi compresa la diminuzione di valore della superficie residua.

Premesso che l’occupazione era stata disposta per un periodo di quattro anni decorrenti dall’immissione in possesso, avvenuta il 18 marzo 1985, precisò che due precedenti domande di risarcimento dei danni, una delle quali proposta dal suo dante causa, erano state dichiarate inammissibili, la prima in quanto nuova, la seconda per difetto di giurisdizione del Giudice ordinario, aggiungendo che a seguito della riassunzione della causa anche il Giudice amministrativo aveva dichiarato il proprio difetto di giurisdizione.

Si costituì il Comune, ed eccepì nuovamente il difetto di giurisdizione del Giudice ordinario, affermando inoltre l’incompetenza per materia del Giudice adito, in riferimento alla domanda di determinazione dell’indennità di occupazione, ed opponendo l’efficacia preclusiva del giudicato formatosi a seguito delle precedenti sentenze, nonchè la prescrizione del diritto al risarcimento.

1.1. Con sentenza del 22 agosto 2008, il Tribunale di Catania, Sezione distaccata di Mascalucia, rigettò la domanda, ritenendo fondate le eccezioni di giudicato e prescrizione.

2. L’impugnazione proposta dalla C. è stata accolta dalla Corte d’Appello di Catania, che con sentenza non definitiva del 27 ottobre 2011 ha accertato il diritto dell’attrice al risarcimento del danno.

A fondamento della decisione, la Corte ha innanzitutto escluso l’ammissibilità della questione di giurisdizione, osservando che la decisione della causa da parte del Giudice di primo grado aveva comportato la formazione di un giudicato implicito, che avrebbe potuto essere impedita soltanto mediante la proposizione di un appello incidentale condizionato, non risultando sufficiente la mera riproposizione della relativa eccezione ai sensi dell’art. 346 c.p.c..

Per le medesime ragioni, ha ritenuto inammissibile l’eccezione d’incompetenza, escludendo invece che la pretesa risarcitoria fosse preclusa dalla prima delle precedenti pronunce d’inammissibilità, la quale aveva carattere processuale, avendo rilevato la novità della domanda e la mancata reiterazione della stessa all’udienza di precisazione delle conclusioni. Ha ritenuto ininfluenti, in proposito, le considerazioni svolte nella predetta sentenza relativamente al merito della controversia, risultando le stesse superflue, in quanto estranee all’iter logico posto a fondamento della decisione.

La Corte ha invece rigettato l’eccezione di prescrizione del diritto al risarcimento, osservando da un lato che la durata dell’occupazione legittima, originariamente fissata in quattro anni, era stata ripetutamente prorogata dalla L. 1 marzo 1985, n. 42, art. 1, D.L. 29 dicembre 1987, n. 534, art. 14 e dalla L. 20 maggio 1991, n. 158, art. 22, operanti ex se, e dall’altro che l’intervenuta scadenza del termine di efficacia della dichiarazione di pubblica utilità, anch’esso quadriennale, pur comportando l’inefficacia delle predette proroghe, aveva reso illegittima ab origine l’occupazione, configurabile tuttavia come un illecito a carattere permanente, con la conseguenza che la prescrizione non poteva ritenersi compiuta alla data di notificazione dei precedenti atti di citazione; ha aggiunto che la proposizione delle domande giudiziali aveva determinato un effetto interruttivo permanente, protrattosi fino al passaggio in giudicato delle relative sentenze, indipendentemente dalla mancata adozione di una decisione nel merito.

Premesso infine che l’occupazione, legittimamente disposta sulla base di una dichiarazione di pubblica utilità, era divenuta illegittima per effetto della scadenza del relativo termine finale senza che fosse stato emesso il decreto di espropriazione, ha ritenuto fondata la domanda di risarcimento, disponendo con separata ordinanza la nomina di un c.t.u. ai fini della quantificazione del danno.

3. Avverso la predetta sentenza il Comune ha proposto ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, illustrati anche con memoria. La C. ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente, si osserva che, in quanto pubblicata il 27 ottobre 2011, la sentenza impugnata, avente carattere non definitivo, è assoggettata alla disciplina dettata dall’art. 360 c.p.c., comma 3, nel testo sostituito dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2, il quale esclude, al comma 3, la proponibilità immediata del ricorso per cassazione avverso le sentenze che decidono questioni insorte senza definire, neppure parzialmente, il giudizio, prevedendo che l’impugnazione di tali sentenze può aver luogo, senza necessità di riserva, allorchè sia impugnata la sentenza che definisce, anche parzialmente, il giudizio.

Tale disposizione, volta a deflazionare il contenzioso in sede di legittimità, in modo da garantire anche in questa fase il rispetto del canone costituzionale di ragionevole durata del processo, distingue tra sentenze non definitive su domanda o parziali, che continuano ad essere impugnabili sia immediatamente, sia, previa riserva, unitamente alla sentenza definitiva, e sentenze non definitive su questioni, che sono invece assoggettate ad un regime d’impugnazione necessariamente differita, in quanto, non pronunciando direttamente su un autonomo bene della vita, non producono un immediato pregiudizio nella sfera giuridica della parte soccombente, con la conseguenza che l’interesse ad impugnarle può sorgere soltanto nel caso in cui, nel prosieguo o all’esito del giudizio, una domanda proposta dalla predetta parte venga rigettata o venga accolta una domanda proposta nei suoi confronti (cfr. Cass., Sez. Un., 22/12/2015, n. 25774). A quest’ultima categoria sono state ricondotte le sentenze non definitive che abbiano deciso questioni pregiudiziali di rito o preliminari di merito senza definire, neppure in parte, il processo dinanzi al giudice che le ha pronunciate (cfr. Cass., Sez. I, 12/05/2017, n. 11916; 3/06/2015, n. 11456), ed in particolare la sentenza d’appello che, come nel caso in esame, abbia affermato la giurisdizione del giudice adito (cfr. Cass., Sez. Un., 5/05/2017, n. 10937; 28/06/2013, n. 16310; 22/02/2012, n. 2575), oppure abbia respinto l’eccezione di prescrizione del diritto azionato, senza pronunciare neppure parzialmente sulla fondatezza della domanda (cfr. Cass., Sez. 6, 4/02/2016, n. 2263; Cass., Sez. 1, 4/08/2010, n. 18104).

In conformità del predetto orientamento, che il Collegio condivide ed intende ribadire anche in questa sede, il ricorso dev’essere dichiarato inammissibile, non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la circostanza che, nel disattendere le eccezioni pregiudiziali di difetto di giurisdizione e incompetenza e quelle preliminari di giudicato e prescrizione sollevate dal Comune, la sentenza impugnata abbia affermato l’opportunità di far luogo all’ulteriore istruzione della causa, mediante la nomina di un c.t.u., dal momento che la relativa statuizione, pur essendo contenuta in una sentenza, deve considerarsi priva di efficacia decisoria, essendo revocabile nel prosieguo del giudizio e potendo essere censurata soltanto attraverso l’impugnazione della sentenza definitiva, che l’abbia mantenuta ferma, utilizzando le risultanze della consulenza (cfr. Cass., Sez. 2, 19/12/2014, n. 27127; Cass., Sez. 1, 27/02/2008, n. 5214; 8/04/2003, n. 5456).

2. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza, e si liquidano come dal dispositivo.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 6 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2018

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