Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24709 del 04/11/2013


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Civile Sent. Sez. L Num. 24709 Anno 2013
Presidente: VIDIRI GUIDO
Relatore: MAISANO GIULIO

SENTENZA
sul ricorso 1236-2012 proposto da:
ISTITUTO DI VIGILANZA PRIVATA LA NUOVA LINCE S.R.L.
C.F. 80047500634, in persona del legale rappresentante
pro tempore, elettivdmente domiciliata in ROMA, VIALE
DELLE MILIZIE 106, presso lo studio dell’avvocato
VACCARO PAOLA, rappresentata e difesa dagli avvocati
2013
2715

GARZILLI MASSIMO, GAUDINO GIORGIA, giusta delega in
atti;
– ricorrente contro
CRISCUOLO

SALVATORE

C. E.

CRSSVT64T28F839B,

Data pubblicazione: 04/11/2013

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MERCADANTE 9,
presso

lo

rappresentato

studio
e

dell’avvocato
difeso

SANTINI

dall’avvocato

FABIO,
MARINO

ALESSANDRO, giusta delega in atti;
– controricorrente

di NAPOLI, depositata il 05/01/2011 r.g.n. 488/2009;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 26/09/2013 dal Consigliere Dott. GIULIO
MAISANO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. GIANFRANCO SERVELLO, che ha concluso
per il rigetto del ricorso.

avverso la sentenza n. 7370/2010 della CORTE D’APPELLO

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza pubblicata il 5 gennaio 2011 la Corte d’appello di Napoli, in
riforma della sentenza del Tribunale di Napoli del 17 giugno 2008, ha
dichiarato illegittimo il licenziamento intimato a Criscuolo Salvatore da La
Nuova Lince s.r.l. in data 8 febbraio 2006 a seguito di contestazione del 28

presente in data 27 dicembre 2005 presso l’esercizio commerciale della
moglie durante un periodo di malattia, in palese attività di esercente
commerciale. La Corte territoriale ha motivato tale pronuncia di
accoglimento della domanda del lavoratore considerando la genericità
dell’addebito della presenza presso l’esercizio commerciale della moglie in
qualità di esercente commerciale, e la compatibilità dello svolgimento di
altra attività durante il periodo di malattia purché tale attività non
comprometta o ritardi la guarigione; nel caso in esame non è dato
comprendere in che modo la presenza del Ci(scuolo nell’esercizio
commerciale della moglie durante un periodo di malattia abbia potuto
danneggiare il datore di lavoro.
La Nuova Lince s. .r.1. propone ricorso per cassazione avverso tale sentenza
articolato su due motivi.
Resiste con controricorso il Criscuolo.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo si lamenta violazione o falsa applicazione, ai sensi
dell’art. 360, n. 3 cod. proc. civ., dell’art. 2110 cod. civ. in relazione ai
principi generali di buona fede nell’esecuzione del contratto ex art. 1375
cod. civ., nonché di correttezza e fedeltà ex artt. 2105 e 1175 cod. civ., e
diligenza nell’adempimento delle obbligazioni ex artt. 2104 e 1176 cod.
civ. In particolare si deduce che, contrariamente a quanto ritenuto dal

gennaio 2006 con la quale era stato addebitato al lavoratore di essere

giudice dell’appello, lo svolgimento di altra attività durante la malattia
sarebbe idoneo a violare i doveri contrattuali di correttezza e buona fede
nell’adempimento di obbligazioni.
Con il secondo motivo si deduce violazione ovvero falsa applicazione, ai
sensi dell’art. 360, n. 3 cod. proc. civ., dei principi generali in materia di

lamenta che il giudice dell’appello, dopo avere correttamente affermato che
lo svolgimento di altra attività non è incompatibile con lo stato di malattia
purché questa attività non ritardi o pregiudichi la guarigione, non avrebbe
fatto corretta applicazione di tale orientamento giurisprudenziale secondo
cui incombe sul lavoratore l’onere della prova sulla compatibilità della
diversa attività con la malattia, in quanto, nel caso in esame, non sarebbe
stata fornita alcuna prova al riguardo.
L’istituto ha, a conforto della fondatezza dei motivi del suo ricorso, fatto
riferimento a numerose decisione della Corte di legittimità che però non
sono applicabili alla fattispecie in esame. Il giudice d’appello con la sua
decisione ha affermato infatti soltanto che sulla base della contestazione
fatta al Criscuolo, nei giudizi di merito non era emerso quale attività in
concreto avesse svolto il Criscuolo stesso nel periodo in cui era rimasto
assente dal lavoro, sicché non era stato possibile valutare la condotta dallo
stesso tenuta come compatibile o meno con la infermità giustificativa
dell’assenza del lavoratore. E ciò ha fatto con una motivazione congrua,
priva di salti logici e basata su una corretta applicazione dei diga
giurisprudenziali, perché il principio affermato dalla giurisprudenza,
secondo cui lo svolgimento di altra attività lavorativa da parte del
dipendente assente per malattia può giustificare il recesso del datore di
lavoro in relazione ai doveri generali di correttezza e buona fede e degli
specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, ha come presupposto
per la legittimità del recesso, o che l’attività esterna sia di per se sufficiente

riparto dell’onere della prova di cui all’art. 2697 cod. civ. In particolare si

a far presumere l’inesistenza della malattia, dimostrando quindi una
fraudolenta simulazione o anche che la medesima attività, misurata con
riferimento alle mansioni svolte, possa pregiudicare o ritardare la
guarigione ed il rientro in servizio (cfr. al riguardo ex plurimis : Cass. 6
giugno 2005 n. 11747; Cass. 21 aprile 2009 n. 9474); circostanze queste

giudizio di merito. Sotto altro versante non può addebitarsi alla sentenza
impugnata di avere erroneamente ripartito tra le parti l’onere probatorio
perché il principio giurisprudenziale secondo cui nell’ipotesi in cui il
dipendente assente per malattia venga sorpreso a svolgere attività
lavorativa presso terzi, grava su di lui l’onere di provare la compatibilità
dell’attività svolta con la malattia impeditiva della prestazione lavorativa, e
perciò l’inidoneità di tale attività a pregiudicare il recupero delle normali
energie lavorative (così Cass. 13 aprile 1999 n. 3647) non poteva trovare
applicazione nel caso di specie, in cui si non poteva procedere alla
valutazione dell’attività svolta in concreto dal Criscuolo ed alla sua
compatibilità con le sue mansioni per la genericità dell’addebito sul punto
che non consentiva al dipendente di individuare la condotta addebitata al
fine di difendersi sulla stessa.
Le spese di questo giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la
soccombenza.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso;
Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in E
100,00 per esborsi ed E 3.500,00 per compensi professionali oltre accessori
di legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 26 settembre 2013.

ultime non riscontrabili nella ricostruzione dei fatti di causa operati nel

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA