Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24693 del 08/10/2018

Cassazione civile sez. II, 08/10/2018, (ud. 18/05/2018, dep. 08/10/2018), n.24693

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORICCHIO Antonio – Presidente –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6456-2016 proposto da:

M.V., rappresentato e difeso dall’Avvocato LUCIA FRANZESE

ed elettivamente domiciliato presso lo studio della medesima, in

TORINO, VIA VITTORIO AMEDEO II n. 11;

– ricorrente –

contro

COMUNE di TORINO, in persona del Sindaco pro-tempore, rappresentato e

difeso dall’Avvocato GIUSEPPINA GIANOTTI ed elettivamente

domiciliato presso l’Avvocatura Comunale della Città di Torino;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5465/2015 del TRIBUNALE di TORINO, depositata

il 13/08/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/05/2018 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

In occasione del rilevamento di un sinistro stradale in data (OMISSIS), il Corpo della Polizia Municipale di Torino contestava a M.V. le violazioni dell’art. 186 C.d.S., comma 7 “rifiuto di sottoporsi all’alcol test” (verbale n. (OMISSIS)); dell’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. a) “guida sotto l’influenza dell’alcol” (verbale n. (OMISSIS)); e disponeva, ai sensi dell’art. 207 C.d.S. il fermo amministrativo del veicolo (verbale n. (OMISSIS)).

Con ricorso depositato il 30.6.2012, M.V. proponeva opposizione avanti al Giudice di Pace di Torino avverso i suddetti tre verbali, di cui chiedeva l’annullamento, assumendo: a) che i verbalizzanti avevano ritenuto l’opponente in stato di ebbrezza in presenza di elementi sintomatici basati su di un esame visivo e quindi a tal fine insufficienti; b) che il M. non si era rifiutato di sottoporsi ad alcoltest, ma era di fatto impossibilitato a soffiare a lungo nell’apposito apparecchio a causa di una neoformazione endobronchiale che, nell’aprile del (OMISSIS), aveva reso necessario un delicato intervento chirurgico di toracotomia e lobectomia, c) che la gravità indiziaria degli elementi sintomatici rilevata dagli agenti era contestata dal certificato medico attestante la suddetta patologia; d) che l’opponente era stato coinvolto in un sinistro stradale, ma senza alcuna sua responsabilità e il verbale con cui era stato disposto il fermo amministrativo era affetto da vizio formale nella parte in cui richiamava l’art. 186, comma 2 bis, norma la cui violazione non era mai stata contestata; e) che la misura prevista dall’art. 207 C.d.S., introdotta in sostituzione del ritiro della patente, aveva chiara natura cautelare (in funzione dell’ottenimento del pagamento della sanzione) e, pertanto, non poteva trovare applicazione nel caso di persone legate da un rapporto stabile con il territorio italiano, come il M., che viveva e lavorava in Italia già da parecchi anni.

Si costituiva il COMUNE di TORINO, che chiedeva di dichiarare inammissibile il ricorso avverso il primo verbale e rigettare il ricorso avverso gli altri due verbali.

Con sentenza del 20.11.2012, il Giudice di Pace accoglieva il ricorso, annullando i provvedimenti opposti e dichiarando inammissibile il ricorso avverso il primo verbale. Condannava il Comune di Torino alla rifusione delle spese.

Con atto di citazione notificato in data 10.5.2013, il Comune di Torino proponeva appello chiedendo di confermare i verbali impugnati.

Si costituiva in giudizio il M., il quale insisteva per il rigetto dell’appello e, in corso di causa, produceva la sentenza dell’1.10.2014 (procedimento relativo al reato contestato di rifiuto di sottoporsi ad alcol test), emessa dal Tribunale di Torino, 5^ Sez. penale, di assoluzione ai sensi dell’art. 530 c.p.p. perchè il fatto non sussiste.

Con sentenza n. 5465/2015, depositata il 13.8.2015, il Tribunale di Torino accoglieva l’appello e rigettava l’opposizione, determinando l’importo della sanzione per la violazione di cui al verbale n. (OMISSIS) del (OMISSIS) in Euro 500,00, con condanna alle spese di lite.

Avverso detta sentenza, propone ricorso per cassazione M.V., sulla base di quattro motivi; cui resiste il Comune di Torino.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, il ricorrente deduce la “violazione e falsa applicazione di legge di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione alle disposizioni dell’art. 186 C.d.S. e art. 379 reg. att. C.d.S., comma 1”, in quanto l’impugnata sentenza non ha tenuto conto del fatto che gli agenti erano in possesso dell’apposito strumento e che, dopo aver invitato il ricorrente a soffiare, costui si sottoponeva all’alcol test, senza tuttavia riuscire ad effettuarlo a cagione della dedotta neoplasia alle vie respiratorie. Pertanto, il ricorrente sarebbe stato ritenuto dagli agenti verbalizzanti in stato di ebbrezza esclusivamente in presenza di elementi sintomatici visibili (alito vinoso e difficoltà nel parlare e deambulare), senza che ciò risultasse dall’accertamento strumentale.

1.1. – Il motivo non è fondato.

1.2. – Secondo l’interpretazione di questa Corte (che il giudice di appello ha correttamente posto a fondamento della decisione qui impugnata: v. sentenza, pagg. 6-7), anche a seguito della novella del 2007, lo stato di alterazione psicofisica rilevante ex art. 186 C.d.S., comma 2, può essere desunto da qualsiasi elemento sintomatico dell’ebbrezza o dell’ubriachezza, quali l’alito vinoso, il linguaggio sconnesso e la difficoltà di movimento del soggetto (Cass. n. 11367 del 2005). Tale principio è stato ripetutamente applicato anche in sede penale, in cui è stato ribadito (cfr. Cass., sez. 4, Sent. n. 48297 del 27.11.2008, Rv. 242392), ai fini della configurazione del reato di guida in stato di ebbrezza (pur dopo le modifiche apportate all’art. 186 C.d.S. dal D.L. n. 92 del 2008, art. 4, comma 1, lett. d), conv. con mod. dalla L. n. 125 del 2008), “che lo stato di ebbrezza può essere accertato, non soltanto per l’ipotesi di cui alla fascia a) ma anche per quelle più gravi, con qualsiasi mezzo, e quindi anche su base sintomatica, indipendentemente dall’accertamento strumentale”; e che “dovrà comunque essere ravvisata l’ipotesi più lieve quando, pur risultando accertato il superamento della soglia minima, non sia possibile affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la condotta dell’agente rientri nell’ambito di una delle due altre ipotesi” (Cass. pen. n. 48251 del 2012; conf., ex plurimis, Cass, n. 30231 del 2013; Cass. n. 22239 del 2014). Invero, pur potendo lo stato di alterazione alcolica essere accertato anche sulla base di elementi sintomatici, in mancanza di alcoltest può ritenersi integrata (come nel caso in esame) esclusivamente la fattispecie meno grave prevista dall’art. 186 C.d.S, comma 2, lett. a), imponendosi per le ipotesi aventi rilievo penale, di cui alle successive lett. b) e c), la verifica tecnica dell’effettivo livello di alcool.

1.3. – Trasponendo tali affermazioni nell’ambito del giudizio de quo, del tutto correttamente il giudice d’appello ha affermato che “l’alito vinoso, accompagnato dalla difficoltà nel parlare e nel deambulare, integra gli estremi di un quadro sintomatico univocamente attestante, secondo l’id quod plerumque accidit, uno stato di alterazione psicofisica dovuto all’assunzione di alcol in misura tale da determinare un tasso alcolemico quanto meno superiore a 0,5 g/l grammi (tasso al di sotto del quale le evidenze scientifiche escludono alterazioni psicofisiche, quali difficoltà di parola e di movimento, atte ad influire sulla capacità di giuda)”.

Ciò detto, la sentenza impugnata evidenzia che non risulta dagli atti alcuna valida spiegazione alternativa della difficoltà nel parlare e nel deambulare del ricorrente, dal momento che (per sua stessa ammissione) egli vive e lavora in Italia già da parecchi anni e conosce la lingua; e che nel sinistro stradale nessuno dei protagonisti ha riportato lesioni, che avrebbero potuto determinare uno stato di confusione.

Sulla base di tali argomentazioni deve ritenersi che il giudice d’appello, avendo esaustivamente indicato le fonti e le ragioni del proprio convincimento (senza alcuna violazione delle norme evocate), ha posto in essere un accertamento di fatto sorretto da adeguata e logica motivazione, come tale immune dalle censure sollevate dal ricorrente, che sostanzialmente si limita a prospettare una diversa ricostruzione delle vicende che hanno dato luogo alla presente controversia (Cass. n. 1916 del 2011). Spetta infatti solo al giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge, in cui alla prova è assegnato un valore legale (Cass. n. 6064/2008; Cass. n. 9275 del 2018).

2. – Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta l'”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in particolare sulla malattia del M. provata documentalmente, sulla sentenza penale di assoluzione e sull’erroneità del giudizio dei Vigili che in sede di accertamento accusavano per errore il M. di aver provocato il sinistro e di simulare il soffio”. Secondo il ricorrente il giudice d’appello ha omesso di esaminare alcuni elementi decisivi per la controversia e oggetto di discussione tra le parti, quali l’impossibilità fisica del ricorrente di effettuare il test a causa della grave malattia; l’accertamento giudiziale di tale circostanza in sede penale; lo stato di confusione per l’avvenuto sinistro e il fatto che il M. fosse accusato ingiustamente di aver causato il sinistro. L’impossibilità oggettiva di effettuare l’esame non può integrare il rifiuto di sottoporsi all’esame, nè risulta assolto l’onere della gravità e precisione per l’accertamento dello stato di ebbrezza.

2.1. – Il motivo è inammissibile.

2.2. – La denuncia di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti” risulta, nella specie, inammissibile per non essere riconducibile al modello introdotto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 nella nuova formulazione adottata dal D.L. n. 83 del 2012, convertito dalla L. n. 134 del 2012, applicabile alle sentenze impugnate dinanzi alla Corte di cassazione ove le stesse siano state pubblicate in epoca successiva al 12 settembre 2012, e quindi ratione temporis anche a quella oggetto del ricorso in esame, pubblicata il 13 agosto 2015.

Prevede, infatti, il nuovo testo che la sentenza può essere impugnata con ricorso per cassazione solo in caso di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. Orbene è noto come, secondo le Sezioni Unite (n. 8053 e n. 8054 del 2014), la norma consenta di denunciare in cassazione – oltre all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, e cioè, in definitiva, quando tale anomalia si esaurisca nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione – solo il vizio dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, ove esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. n. 14014 e n. 9253 del 2017).

2.3. – Ne consegue che, nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, la ricorrente avrebbe dovuto specificamente indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (Cass. n. 14014 e n. 9253 del 2017).

Orbene, della enucleazione di siffatti presupposti (sostanziali e non meramente formali), onde poter procedere all’esame del denunciato parametro, non v’è traccia alcuna. Sicchè, va ritenuto che le censure mosse in riferimento al parametro di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 si risolvono anch’esse, in buona sostanza, nella richiesta generale e generica al giudice di legittimità di una (ri)valutazione alternativa delle ragioni poste a fondamento in parte qua della sentenza impugnata (Cass. n. 1885 del 2018), inammissibile seppure effettuata con asserito riferimento alla congruenza sul piano logico e giuridico del procedimento seguito per giungere alla soluzione adottata.

3. – Con il terzo motivo, il ricorrente denuncia la “violazione e falsa applicazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione alle disposizioni dell’art. 654 c.p. sulla sentenza emessa l’1.10.2014 dal Tribunale di Torino, 5^ Sez. penale, di assoluzione ai sensi dell’art. 530 c.p.p. perchè il fatto non sussiste, prodotta all’udienza del 6.3.2015; violazione dell’unità di giurisdizione per conflitto di giudicato, nella parte in cui la sentenza impugnata omette ogni riferimento ed esame della sentenza penale in sede di motivazione”. Il ricorrente rileva di essere stato assolto, con sentenza passata in giudicato nel procedimento penale, perchè il fatto non sussiste, ma successivamente condannato in sede civile per violazioni direttamente conseguenti al medesimo reato, con conseguente violazione dell’art. 654 c.p., secondo cui la sentenza penale irrevocabile di assoluzione ha efficacia di giudicato nel giudizio civile, quando in esso si controverta intorno a un diritto o

interesse legittimo il cui riconoscimento dipende dall’accertamento degli stessi fatti materiali che furono oggetto del giudizio penale. 3.1. – Il motivo è inammissibile.

3.2. – Il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente lamenti (come nella specie) l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 con riguardo all’art. 112 c.p.c., purchè il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorchè sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge (Cass. sez. un. n. 17931 del 2013).

Il ricorrente lamenta – esclusivamente sotto il profilo della “violazione e falsa applicazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione alle disposizioni dell’art. 654 c.p.” – che la sentenza impugnata omette ogni riferimento ed esame della sentenza penale in sede di motivazione, senza tuttavia alcun riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione.

3.3. – A ciò si aggiunga che questa Corte ha ripetutamente affermato il principio secondo cui, qualora il ricorrente per cassazione si dolga dell’omessa od erronea valutazione di un documento da parte del giudice del merito, ha l’onere di indicare nel ricorso il contenuto rilevante dello stesso, fornendo alla Corte elementi sicuri per consentirne il reperimento negli atti processuali (cfr. altresì Cass. n. 22576 del 2015; n. 16254 del 2012); potendo solo così reputarsi assolto il duplice onere, rispettivamente previsto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 (a pena di inammissibilità) e dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 (a pena di improcedibilità del ricorso), senza che occorra la pedissequa riproduzione letterale dell’intero contenuto degli atti processuali, riproduzione, anzi, inidonea a soddisfare la necessità della sintetica esposizione dei fatti, in quanto diretta ad affidare alla Corte il compito supplementare di scegliere quanto effettivamente rileva ai fini delle argomentazioni dei motivi di ricorso, nell’ambito del copioso materiale prodotto, contenente anche elementi estranei al thema decidendum (Cass. n. 17168 del 2012). Pertanto, il ricorrente aveva l’onere, non assolto, di indicare – mediante anche l’integrale trascrizione, ove necessario, della sentenza penale ovvero dei passaggi salienti – la risultanza che egli asserisce essere decisiva e non valutata o insufficientemente considerata, atteso che, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, il controllo deve essere consentito alla Corte sulla base delle sole deduzioni contenute nell’atto, senza necessità di indagini integrative (Cass. n. 2093 del 2016; cfr., tra le molte, Cass. n. 14784 del 2015; n. 12029 del 2014; n. 8569 del 2013; n. 4220 del 2012).

4. – Con il quarto motivo, il ricorrente deduce la “violazione e falsa applicazione di legge di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione alle disposizioni dell’art. 329 c.p.c., comma 2, nella parte in cui la sentenza ritiene che il Giudice di primo grado avrebbe dato per accertato quanto risultante dal verbale di contestazione, ovvero che il ricorrente presentasse alito vinoso, oltre a difficoltà nel parlare e nella deambulazione e che sul punto non vi sarebbe stato appello incidentale”. Secondo il ricorrente, il Giudice di Pace non ha affatto dato per certo l’alito vinoso del M., anzi la sentenza di primo grado sottolinea che il solo alito vinoso, elemento valutato mediante mera interpretazione, non sostiene la contestazione.

4.1. – Il motivo non è fondato.

4.2. – Il giudice del gravame ha sottolineato che quello di primo grado aveva dato per accertato quanto risultante dal verbale di contestazione, per poi escludere che gli elementi rilevati fossero così gravi, precisi e concordanti da sostenere la contestazione ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. a) (sentenza impugnata pag. 7).

Tale conclusione è stata superata dal Giudice d’appello, il quale ha correttamente deciso motivando adeguatamente sul punto con l’affermazione che l’alito vinoso e la difficoltà nel parlare e deambulare del ricorrente integrassero gli estremi di un quadro sintomatico univoco, attestanti l’assunzione di alcol (v. sub 1.3.). Trattasi, come detto, di un accertamento di fatto sorretto da adeguata e logica motivazione, come tale immune dalle censure sollevate dal ricorrente, non vincolata da condizionamenti ermeneutici derivanti dalla soluzione data in primo grado e dalle argomentazioni ad essa sottese dal giudicante.

5. – Il ricorso va dunque rigettato. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Va emessa altresì la dichiarazione di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 645,00 per compenso professionale, oltre spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della seconda sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 18 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2018

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