Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2466 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. I, 27/01/2022, (ud. 18/10/2021, dep. 27/01/2022), n.2466

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 33126/2019 proposto da:

B.G., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa

dall’Avvocato Silvana Grasso Barone, per procura speciale in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

M.M.;

– intimato –

avverso il decreto n. 996/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositato il 26/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/10/2021 dal Cons. Dott. Laura Scalia;

lette le conclusioni scritte, depositate del D.L. 28 ottobre 2020, n.

137, ex art. 23, comma 8-bis, convertito con modificazioni dalla L.

18 dicembre 2020, del P.M., in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. CERONI Francesca, che chiede di dichiararsi

l’inammissibilità o il rigetto del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Catania, con il provvedimento in epigrafe indicato, per quanto ancora rileva in giudizio, respingendo il reclamo avverso il decreto del locale tribunale, adottato sul regime di affido dei figli minori e sulla richiesta del padre di riduzione dell’assegno di contributo al mantenimento e delle spese straordinarie, ha condannato M.M. al pagamento delle spese di lite, quantificate, in favore di B.G., in Euro 1.888,50.

2. B.G. ricorre per la cassazione dell’indicato decreto con unico motivo.

4. Ai sensi del D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8-bis, contenente “Misure urgenti in materia di tutela della salute, sostegno ai lavoratori e alle imprese, giustizia e sicurezza, connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, convertito con modificazioni dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176, sul ricorso proposto – già fissato per la trattazione in udienza pubblica a norma dell’art. 374 c.p.c., art. 375 c.p.c., u.c. e art. 379 c.p.c., in mancanza di richiesta di discussione orale del procuratore generale o del difensore di una delle parti entro il termine perentorio di legge – si è proceduto in Camera di consiglio.

5. Il rappresentante della Procura Generale della Corte di cassazione ha fatto pervenire conclusioni scritte con cui ha chiesto di dichiararsi l’inammissibilità del ricorso o il suo rigetto.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con unico articolato motivo, illustrato da memoria, B.G. chiede la cassazione del provvedimento in epigrafe indicato con cui la Corte di appello di Catania, in un procedimento sul reclamo di misure di modifica in ordine all’affidamento ed al contributo al mantenimento di figli, ha liquidato in favore della reclamata, vincitrice, le spese di lite “discostandosi sensibilmente dai parametri medi della tabella” ministeriale, senza alcuna motivazione, con conseguente violazione dell’art. 91 c.p.c. e art. 2233 c.c., comma 2 e del D.M. n. 55 del 2014.

2. La ricorrente deduce che, atteso il valore indeterminabile della lite, l’applicazione dei valori medi della tabella ministeriale, ratione temporis individuata nella n. 12, allegata al D.M. n. 55 del 2014, avrebbe determinato la quantificazione dei compensi dovuti al proprio legale in ragione del valore della causa, da qualificarsi come “indeterminato-alto”, in Euro 13.635,00 (di cui: Euro 2.835,00 per lo studio della controversia; Euro 1.820,00 per la fase introduttiva; Euro 4.120,00 per la fase istruttoria e/o di trattazione; Euro 4.860,00 per la fase decisionale) là dove, invece, la Corte di merito, senza alcuna motivazione, senza alcun riferimento alle fasi del giudizio e con cifra persino inferiore quella riconosciuta in primo grado, aveva liquidato la somma di Euro 1.888,50.

3. Sulla preliminare questione relativa al potere certificativo del difensore circa la conformità della copia analogica del provvedimento impugnato all’originale informatico, questa Corte, a fronte del contrasto insorto all’interno della Prima Sezione civile (vedi in tal senso: Cass. 11/03/2020, n. 6907; Cass. 08/05/2018, n. 10941), con sentenza del 03/02/2021, n. 2445, ha stabilito che: “in tema di ricorso per cassazione, ai fini dell’osservanza di quanto imposto, a pena di improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, nel caso in cui la sentenza impugnata sia stata redatta in formato digitale e notificata tramite PEC, l’attestazione di conformità della copia analogica predisposta per la Corte di cassazione può essere effettuata, ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 9, commi 1 bis e 1 ter, anche dal difensore che ha assistito la parte nel precedente grado di giudizio, i cui poteri processuali e di rappresentanza permangono anche quando il cliente ha conferito il mandato alle liti per il giudizio di legittimità ad un altro difensore”.

In applicazione dell’indicato principio il ricorso è procedibile, pur risultando l’attestazione di conformità della copia analogica prodotta all’originale in formato digitale del provvedimento impugnato – ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 9, commi 1-bis e 1-ter – effettuata dall’avvocato Agatino Barone, difensore della ricorrente nel giudizio di appello, in data 7 novembre 2019 e quindi in epoca successiva al rilascio, intervenuto il 25 ottobre 2019, della procura speciale per il giudizio di cassazione al nuovo avvocato, Silvana Grasso Barone.

4. Nel resto il motivo è fondato.

La ricorrente fa valere l’immotivata inosservanza, in peius, dei “medi” di tariffa, con violazione della tabella n. 12 allegata al D.M. n. 55 del 2014, quanto ai compensi maturati dal legale nella fase di reclamo del procedimento di natura contenziosa, dopo aver dedotto il valore “indeterminato alto” del giudizio, in ragione della rilevanza dei redditi, di cui si era discusso tra le parti ai fini della quantificazione del richiesto assegno di contributo al mantenimento dei figli nella misura di Euro 1.500,00 mensili, oltre che della materia relativa all’affido dei minori.

5. Questa Corte ha da tempo affermato che, in tema di liquidazione delle spese processuali, successivamente al D.M. n. 55 del 2014, non sussistendo più il vincolo legale della inderogabilità dei minimi tariffari, i parametri di determinazione del compenso per la prestazione defensionale in giudizio e le soglie numeriche di riferimento costituiscono criteri di orientamento e individuano la misura economica “standard” del valore della prestazione professionale; pertanto, il giudice è tenuto a specificare i criteri di liquidazione del compenso solo in caso di “scostamento apprezzabile dai parametri medi”, fermo restando che il superamento dei valori minimi, stabiliti in forza delle percentuali di diminuzione, incontra il limite dell’art. 2233 c.c., comma 2, il quale preclude di liquidare somme praticamente simboliche, non consone al decoro della professione (Cass. 15/12/2017, n. 30286; Cass. 14/05/2018, n. 11601; Cass. 01/06/2020, n. 10343; Cass. 07/01/2021, n. 89).

6. L’evidenza dedotta in atti che l’importo liquidato in fase di reclamo risulti inferiore anche a quello riconosciuto in primo grado dal tribunale, per somme rispettivamente pari ad Euro 1.880,50 e ad Euro 2.000,00, nell’allegata applicabilità dello scaglione di tariffa “indeterminabile-elevato” – trattandosi di giudizio in cui si controverte della misura dell’assegno di mantenimento dei figli minori e comunque dell’affido e determinazione delle modalità di visita dei figli -, sostiene la proposta censura.

7. Anche là dove volesse ritenersi il valore del giudizio pari, ex art. 13 c.p.c., comma 1 – in ragione dell’individuato oggetto che è relativo, quanto meno, alla determinazione dell’assegno di mantenimento dovuto da un genitore per i figli minori – a due annualità dell’assegno liquidato, per così complessivi Euro 36.000,00 (Euro 1.500,00 x 24 mensilità), con conseguente ricomprensione della causa nello scaglione di valore che va da un minimo di Euro 26.001,00 ad un massimo di Euro 52.000,00, le spese liquidate dalla Corte etnea, pari ad Euro 1.880,50 registrerebbero, comunque, un notevole scostamento dai medi di tariffa pari, fermo l’indicato scaglione, ad Euro 9.515,00.

8. In accoglimento del motivo di ricorso, pertanto, questa Corte cassa il decreto impugnato e rinvia la causa davanti alla Corte d’Appello di Catania, in altra composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia la causa davanti alla Corte d’Appello di Catania, in altra composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 18 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

 

 

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