Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24651 del 05/11/2020

Cassazione civile sez. VI, 05/11/2020, (ud. 22/07/2020, dep. 05/11/2020), n.24651

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35775-2018 proposto da:

P.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI SANTA

TERESA 23, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO PIETROSANTI, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ROBERTO MAGGIORE;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) SRL, in persona del curatore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato ATTILIO REDI;

– controricorrente –

contro

EREDITA’ GIACENTE P.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2859/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 02/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 22/07/2020 dal Consigliere Relatore Dott. ALDO

ANGELO DOLMETTA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- Nel marzo 2006, il Tribunale di Latina ha provveduto a separare l’azione di responsabilità formulata con domanda riconvenzionale dal Fallimento della s.p.a. (OMISSIS) nei confronti dei germani P.M. e F. – a suo tempo amministratori di tale società – da altre azioni (di accertamento di credito e pauliana) da questi ultimi promosse anche nei confronti di altri soggetti.

Nella stessa occasione il Tribunale di Latina ha anche rigettato la richiesta di riunione di tale giudizio di responsabilità con altro giudizio in precedenza proposto ex art. 146 L. Fall. dal Fallimento della (OMISSIS), sempre di responsabilità nei confronti degli amministratori P..

2.- Con sentenza depositata nel luglio 2010, il Tribunale ha poi condannato gli amministratori a risarcire il danno prodotto in tale loro veste alla società poi fallita e ai suoi creditori.

3.- P.M. e F. hanno interposto appello avanti alla Corte di Roma, nella resistenza del Fallimento.

Con sentenza depositata il 2 maggio 2018, la Corte territoriale ha confermato la pronuncia del primo grado.

4.- Respinte le eccezioni di ultrapetizione della riconvenzionale fallimentare e di difetto di legittimazione del curatore, il Tribunale ha nel merito ravvisato la responsabilità degli amministratori P. per omesso controllo sulle attività svolte dai mandatari incaricati di procedere alla promozione e vendita delle unità in costruzione da parte della società di poi fallita.

5.- Avverso questo provvedimento, P.F. ha proposto ricorso, articolando tre motivi di cassazione.

Ha resistito, con controricorso, il Fallimento.

Non ha invece svolto attività difensive l’Eredità giacente di P.M., deceduto nel corso del giudizio di appello.

6.- Ricorrente e resistente hanno anche depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

7.- I motivi di ricorso sono stati intestati nei termini qui di seguito riportati.

Primo motivo: “frazionamento del credito, mancata dichiarazione di improponibilità e inammissibilità. Violazione e falsa applicabilità degli artt. 1175 e 1375 c.c., art. 111 Cost., art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4”.

Secondo motivo: “mancata corrispondenza tra autorizzazione del giudice delegato al fallimento e domanda. Accoglimento della domanda risarcitoria fondato su fatti estranei al thema decidendum. Violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, omesso esame e motivazione apparente in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Terzo motivo: “mancata corrispondenza del contenuto dell’obbligazione risarcitoria alla diminuzione patrimoniale realmente sofferta dal danneggiato. Violazione e falsa applicazione degli artt. 1218,1223,2392 e 2697 c.c., omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

8.- Col primo motivo, il ricorrente assume che la domanda svolta in via riconvenzionale dal Fallimento incontra il divieto di abuso del diritto, perchè questo ha “parcellizzato la domanda, che è relativa all’unitario credito risarcitorio ex art. 2393 c.c., collegato all’unico rapporto obbligatorio di durata”.

“Illegittimamente”, tuttavia, “prima il Tribunale e poi la Corte di Appello hanno mancato di dichiarare, nonostante l’eccezione degli appellanti, l’improbabilità o inammissibilità della seconda domanda per abusivo frazionamento del pretese credito risarcitorio”.

In sede di memoria, il ricorrente ha pure precisato che la deduzione, di cui al motivo, è “stata svolta nell’atto di appello”, là dove veniva sottolineato che la “domanda del fallimento era indebita duplicazione della domanda già proposta (e sospesa) nel giudizio R.G. 6255/2003, sicchè la seconda domanda “a completamento dell’azione di responsabilità già promossa” era inammissibile”.

9.- Il motivo non merita di essere accolto.

Al di là della constatazione che una “duplicazione” di domande non equivale a una parcellizzazione della pretesa, posto che rimanda all’idea di ripetizione (tal quale) e non a quello di suddivisione, va infatti rilevato che il ricorrente non indica in quale atto, e secondo quali termini, abbia formulato l’eccezione in discorso nel contesto del procedimento di primo grado. Nè, d’altro canto, indica in quale atto, e in quale grado del giudizio, sia stata introdotta la documentazione relativa al procedimento di responsabilità instaurato in via autonoma dal Fallimento.

Del resto, il ricorrente non spiega in cosa consisterebbe, in punto di fatto e pure di ricostruzione giuridica, il vietato frazionamento di diritto che viene imputato al Fallimento; e ciò anche tenuto conto del fatto che, nell’ambito del giudizio del primo grado, il Tribunale di Latina ebbe a respingere la richiesta di riunione dell’azione di responsabilità promossa in via autonoma dal fallimento con quella formulata in via riconvenzionale.

10.- Il secondo motivo assume che, nella specie, il curatore non è stato provvisto di idonea autorizzazione da parte del giudice delegato. La Corte di Appello ha illegittimamente esteso l’oggetto dell’istanza del curatore, “riferita a un solo specifico fatto di danno, al più ampio perimetro dell’azione poi effettivamente esercitata”: l’istanza si riferiva – si fa notare ai “soli danni conseguenti alla “omissione di atti finalizzati al recupero del credito cambiario””, non anche ad altro.

11.- Il motivo non merita di essere accolto.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, “l’autorizzazione a promuovere un’azione giudiziaria, conferita dal giudice delegato al curatore del fallimento, si estende, senza bisogno di specifica menzione, a tutte le possibili pretese e istanze strumentalmente pertinenti al conseguimento dell’obiettivo del giudizio cui si riferisce” (Cass., 15 gennaio 2016, n. 614).

12.- Col terzo motivo, il ricorrente assume vizio di “processo logico e valutativo”, per rilevare che la liquidazione del danno operata dal giudice del merito “erroneamente implica e presuppone la definitiva e attuale sussistenza di un pregiudizio economico incidente nella sfera patrimoniale del Fallimento, presupposto viceversa insussistente, atteso che la perdita del credito non è nè dimostrata, nè accertata e anzi è condizionata agli sconosciuti esiti della pregiudicante azione revocatoria volta al recupero della capacità della debitrice”.

13.- Il motivo non merita di essere accolto.

Intestato nel vizio di legge e nel vizio di omesso esame di fatto decisivo, nei suoi contenuti il motivo viene a svolgere, in modo del resto trasparente, una critica attinente al percorso motivazionale svolto dalla Corte romana; e così attinge a un vizio che, dalla novella del 2012, non risulta comunque più sollevabile nell’ambito del giudizio di legittimità.

14.- In conclusione, il ricorso dev’essere dichiarato inammissibile.

15.- Le spese seguono la regola della soccombenza e si liquidano in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese relative al giudizio di legittimità, che liquida nella misura di Euro 7.100,00 (di cui Euro 100,00 per esborsi) oltre a spese forfettarie nella misura del 15% e accessori di legge.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, secondo quanto stabilito dalla norma dell’art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione civile – 1, il 22 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2020

 

 

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