Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24636 del 02/12/2016


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Cassazione civile sez. III, 02/12/2016, (ud. 06/10/2016, dep. 02/12/2016), n.24636

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – rel. Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20299-2014 proposto da:

F.A., P.S., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA CHISIMAIO 29, presso lo studio dell’avvocato OLIVIA POLIMANTI,

rappresentati e difesi dall’avvocato ANTONIO PIERPAOLO POMPILIO

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

FE.MA., L.T., PA.NA., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA SANTORRE DI SANTAROSA 30 SC F2, presso lo

studio dell’avvocato FIORE BRUNETTI, rappresentati e difesi

dall’avvocato FRANCO CAMODECA giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrenti –

e contro

NOVA FINANZA SPA, R.L.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 96/2014 del TRIBUNALE di CASTROVILLARI,

depositata il 03/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/10/2016 dal Consigliere Dott. ROBERTA VIVALDI;

udito l’Avvocato FRANCO CAMODECA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI Anna Maria, che ha concluso per l’accoglimento del 1 e 2

motivo.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 10.8.2010, gli eredi di F.A. – debitore esecutato nel procedimento esecutivo immobiliare N. 46/96 R.G.E. dinanzi al Tribunale di Castrovillari – proponevano opposizione ex art. 617 c.p.c. avverso il decreto di trasferimento del 26.7.2010, con cui era stata trasferita la proprietà dei beni di cui al “lotto (OMISSIS)” della perizia di stima in favore di Fe.Ma., L.T. e Pa.Na., esponendo che l’oggetto della vendita (terreni con fabbricati rurali in agro del (OMISSIS)) era stato esteso anche a trentotto titoli AGEA con provvedimento del giudice dell’esecuzione in data 13.11.2009, non comunicato ad essi opponenti, successivo all’emissione dell’ordinanza di delega ex art. 591 bis c.p.c. e al primo avviso di vendita del professionista delegato. Rilevavano l’illegittimità del provvedimento del 13.11.2009 e del conseguente decreto di trasferimento, in quanto i titoli AGEA in questione rappresentavano diritti di credito di spettanza di F.A. e non certo frutti della cosa pignorata, ai sensi dell’art. 2912 c.c., come nella sostanza ritenuto dal G.E..

Il Tribunale di Castrovillari, con sentenza del 3.2.2014, ha dichiarato inammissibile l’opposizione per mancata proposizione nel termine perentorio di venti giorni, ex art. 617 c.p.c..

Gli originari opponenti ricorrono per cassazione affidandosi a due motivi. Resistono con controricorso gli aggiudicatari.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo deducendo “violazione e falsa applicazione dell’art. 190 c.p.c. e dell’art. 101 c.p.c. in relazione all’art. 360, n. 3. Nullità della sentenza e del procedimento in relazione all’art. 360, n. 4″, gli originari opponenti denunciano la nullità dell’impugnata sentenza in quanto il giudice del merito, assunta la causa in decisione all’udienza del 21.1.2014, all’uopo fissata per la precisazione delle conclusioni, e senza ulteriori precisazioni il G.I. trattiene la causa a sentenza”), ha poi emesso la decisione in data 3.2.2014, e quindi ben prima della scadenza dei termini di cui all’art. 190 c.p.c. per il deposito della comparse conclusionali e delle memoria di replica. Precisano i ricorrenti che la denunciata nullità sussiste sia nel caso in cui l’omessa concessione dei termini dovesse leggersi come diniego di concessione, sia nel caso in cui, invece, dovesse ritenersi come assegnazione implicita da parte del giudice.

1.2 – Con il secondo motivo, deducendo “violazione e falsa applicazione dell’art. 617 c.p.c. e art. 2929 c.c. in relazione all’art. 360, n. 3”, i ricorrenti lamentano l’erroneità della statuizione del giudice del merito che, ai fini della verifica della tempestività della proposta opposizione, ha ritenuto che la specifica questione dell’inserimento dei titoli AGEA nell’ambito del compendio pignorato e da porsi in vendita, ad onta della mancata comunicazione del provvedimento del G.E. del 13.11.2009, doveva comunque intendersi loro nota, in quanto era stato lo stesso amministratore giudiziario dei beni relitti da F.A. (oggetto di sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. su disposizione dell’A.G., misura poi revocata) a sollevare la questione dell’inadeguatezza della stima del compendio e proprio a causa della ritenuta (e in realtà insussistente) necessità di inserirvi i detti titoli. Al contrario, sostengono i ricorrenti, l’operato svolto dall’amministratore giudiziario in tal senso, e dapprima disatteso dal Tribunale, era da considerare irrilevante ai fini della individuazione del dies a quo ex art. 617 c.p.c., proprio perchè l’atto immediatamente e concretamente lesivo della propria posizione era da considerarsi il provvedimento del G.E. del 13.11.2009, loro non comunicato, e di cui avevano avuto conoscenza solo dopo aver appreso dell’avvenuta emissione del decreto di trasferimento, sul quale ultimo l’illegittimità del primo provvedimento non poteva che riverberarsi.

2.- Il primo motivo è fondato.

Nella specie, come risulta dal verbale d’udienza del 21.1.2014, la cui trascrizione è riportata nel corpo del ricorso, il giudice istruttore si limitò ad introitare la causa in decisione, senza assegnare i termini di cui all’art. 190 c.p.c.. Al riguardo, deve osservarsi che la mancata esplicita concessione dei termini in questione da parte del giudice, non risultando che le parti vi avessero rinunciato, suscettibile di duplice lettura, ma in entrambe le ipotesi la censura – per la sua formulazione ellittica e ambivalente – coglie nel segno.

2.1 – Infatti, ove l’omissione in parola dovesse intendersi come manifestazione volitiva di non concessione dei termini ex art. 190 c.p.c., la sentenza sarebbe affetta dalla denunciata nullità processuale, noto essendo che “Nell’ambito del processo civile, la mancata assegnazione dei termini, in esito all’udienza di precisazione delle conclusioni, per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie finali di replica ai sensi dell’art. 190 c.p.c., costituisce motivo di nullità della conseguente sentenza, impedendo ai difensori delle parti di svolgere nella sua pienezza il diritto di difesa, con conseguente violazione del principio del contraddittorio” (Cass., 6.3.2006, n. 4805; nello stesso senso, più recentemente, riguardo al giudizio d’appello, si veda Cass., ord., 5.4.2011, n. 7760).

In proposito, non può condividersi l’assunto dei controricorrenti secondo i quali l’indirizzo della citata Cass. n. 4805/06 non sarebbe replicabile nella fattispecie, in quanto concernente l’applicazione dell’abrogato art. 190 bis, che a differenza del vigente art. 190 c.p.c. sanciva il preciso dovere del giudice istruttore (con l’uso dell’indicativo presente “dispone”) di assegnare i termini per lo scambio di comparse conclusionali e memorie di replica. Ed invero, la fase di introito della causa in decisione a seguito di trattazione scritta o mista, a seguito dell’istituzione del giudice unico di primo grado, è oggi regolata dall’art. 281 quinquies c.p.c., che ad eccezione del dimezzamento dei termini originariamente previsti riproduce esattamente lo schema del predetto art. 190 bis c.p.c., ribadendo che “il giudice dispone lo scambio delle comparse conclusionali e delle memorie di replica a norma dell’art. 190…”. Il citato orientamento mantiene, quindi, piena attualità anche nel caso in esame.

2.2 – Ove invece detta omissione dovesse intendersi come implicita assegnazione dei termini in questione per l’immanenza della previsione normativa in discorso, il denunciato vizio sarebbe del pari sussistente, essendo principio consolidato, al quale il Collegio intende dare continuità, non scorgendosi validi motivi per discostarsene, quello secondo il quale “E’ nulla la sentenza emessa dal giudice prima della scadenza dei termini ex art. 190 c.p.c., risultando per ciò solo impedito ai difensori l’esercizio, nella sua completezza, del diritto di difesa, senza che sia necessario verificare la sussistenza, in concreto, del pregiudizio che da tale inosservanza deriva alla parte, giacchè, trattandosi di termini perentori fissati dalla legge, la loro violazione è già stata valutata dal legislatore, in via astratta e definitiva, come autonomamente lesiva, in sè, del diritto di difesa” (da ultimo, Cass., 8.10.2015, n. 20180).

Tale orientamento – al quale si contrappone una giurisprudenza minoritaria (Cass., 9.4.2015, n. 7086, nonchè Cass., 23.2.2006, n. 4020), che ritiene applicabile anche nel caso di violazione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c. il principio di lesività in concreto delle nullità, secondo cui occorre allegare e provare che, dalla violazione della norma processuale, sia derivato un tangibile pregiudizio al pieno svolgimento del diritto di difesa – pare al Collegio del tutto condivisibile, dal momento che, a seguire l’orientamento minoritario, il giudizio sull’efficienza causale della violazione processuale verrebbe nella sostanza duplicato, dovendo aggiungersi la relativa valutazione del giudice a quella, già effettuata ex ante e in astratto, dello stesso legislatore: in altre parole, nel caso in cui la norma preveda la (doverosa) concessione di termini perentori da parte del giudice entro i quali le parti hanno facoltà di svolgere una specifica attività difensiva, è di tutta evidenza che la loro mancata concessione, ovvero la loro violazione (ad esempio, come nella specie, con l’emissione della sentenza pendenti ancora i termini per il deposito delle comparse conclusionali) non può che comportare in re ipsa la compressione delle relative facoltà difensive delle parti medesime, con conseguente nullità processuale. Ciò proprio perchè il legislatore ha effettuato, sul piano generale, una valutazione sulla consequenziale lesione del diritto di difesa, che non deve essere nè allegata, nè provata da chi la eccepisce, non restando essa demandata alla ponderazione del giudice.

3 – In conclusione, il primo motivo deve essere accolto, mentre il secondo resta assorbito. Va quindi disposta la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio al Tribunale di Castrovillari, in persona di diverso magistrato, che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo e dichiara assorbito il secondo; cassa in relazione e rinvia al Tribunale di Castrovillari, in persona di diverso magistrato, che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

La presente sentenza è stata redatta con la collaborazione del magistrato assistente di studio dr. S.S..

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di cassazione, il 6 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 2 dicembre 2016

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