Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2463 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. I, 27/01/2022, (ud. 18/10/2021, dep. 27/01/2022), n.2463

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 263/2020 proposto da:

M.V., elettivamente domiciliato in Roma, Via San Valentino

n. 24, presso lo studio dell’avvocato Afeltra Roberto, che lo

rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

C.V., in proprio e nella qualità di genitore del minore

C.F., elettivamente domiciliata in Roma, Via Mecenate

n. 27, presso lo studio dell’avvocato Samà Caterina, rappresentata

e difesa dall’avvocato Coluzzi Francesca, giusta procura speciale

autenticata a (OMISSIS) e munita di Apostille in data 7.1.2020;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il

27/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/10/2021 dal Cons. Dott. FIDANZIA ANDREA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ordinanza depositata il 27 settembre 2019 la Corte d’Appello di Roma ha rigettato il ricorso proposto da M.V., finalizzato a far dichiarare la non riconoscibilità in Italia della sentenza n. 1063 emessa dal Tribunale Collegiale di unica istanza, sezione seconda, circoscrizione di Rosario (Argentina), che ha accolto la domanda di accertamento giudiziale della paternità del minore C.F. in capo al M., e dei provvedimenti collegati di liquidazione degli onorari di difesa (provvedimento n. 1410 del 23 maggio 2016) e di attribuzione a C.V., e carico di M.V., di un assegno di mantenimento mensile pari al 25% del salario percepito.

La Corte d’Appello ha escluso che nel procedimento celebrato innanzi al tribunale argentino vi fosse stata una lesione dei diritti essenziali di difesa del M. (peraltro, le notifiche al ricorrente relative ad atti istruttori da eseguire mediante rogatoria internazionale erano regolari), tenuto comunque conto che tale valutazione doveva essere effettuata con riferimento al processo nel suo complesso.

Il M. ben avrebbe potuto far valere le sue difese partecipando alle operazioni di consulenza tecnica ed alle prove testimoniali. Ne’, infine, aveva documentato di aver esercitato il proprio diritto di difesa negli ulteriori gradi del giudizio.

Avverso la predetta ordinanza ha proposto ricorso per cassazione M.V. affidandolo a tre motivi.

C.V. ha resistito in giudizio con controricorso ed ha depositato le memoria ex art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo è stata censurata l’ordinanza impugnata perché, in violazione dell’art. 22, comma 2, paragrafo 1, lett. a), della Convenzione Italo-Argentina, ha ritenuto sussistente la giurisdizione del Tribunale di Rosario nonché legittima la sentenza n. 1063 del tribunale argentino, nonostante che il M. non fosse mai stato residente in Argentina e nemmeno cittadino argentino.

Il difetto di giurisdizione in oggetto poteva essere rilevato d’ufficio in ogni stato e grado (ove anche mai sollevata dalla parte prima d’ora) e costituiva il primo fondamentale elemento di impedimento alla sua riconoscibilità del provvedimento nello Stato italiano.

2. Il motivo è infondato.

Va preliminarmente osservato che il ricorrente, nell’invocare il difetto di giurisdizione del Tribunale di Rosario, non ha sollevato nel presente giudizio una questione di giurisdizione, sebbene l’affermazione dallo stesso svolta di rilevabilità d’ufficio della questione di giurisdizione in ogni stato e grado del giudizio (pur se non sollevata in precedenza) potrebbe essere fuorviante. In realtà, come emerge dalla stessa illustrazione del motivo, il ricorrente deduce il difetto della giurisdizione del Tribunale di Rosario come elemento ostativo al riconoscimento del provvedimento argentino nell’ordinamento italiano.

Il ricorrente non ha, quindi, messo dubbio la giurisdizione del Giudice italiano, e, in primis, della Corte d’Appello di Roma ad occuparsi del riconoscimento della sentenza straniera (tanto è vero che è stato lo stesso ricorrente ad adire tale giudice), ma invoca la violazione di una norma (l’art. 22 della Convenzione italo-argentina) ostativa al riconoscimento della sentenza pronunciata dal Tribunale di Rosario (Argentina).

Ciò premesso, tale deduzione è infondata, atteso che della L. n. 352 del 1988, art. 22, par. 2, che ha recepito nel nostro ordinamento tale convenzione, dispone che l’autorità giudiziaria è considerata competente, non solo se alla data della presentazione della domanda il convenuto aveva la residenza o il domicilio sul territorio la cui autorità giudiziaria ha pronunciato la sentenza (come previsto dalla lett. a), ma anche nel caso in cui “il convenuto si era difeso nel merito della controversia senza avere sollevato eccezioni in ordine alla competenza” (come previsto dallo stesso par. 2 dell’art. 22 alla lett. f). Orbene, nel caso di specie, è pacifico che la questione della giurisdizione del giudice argentino non era stata sollevata dal ricorrente nel procedimento innanzi al giudice argentino, ma solo nel presente giudizio di legittimità.

3. Con il secondo motivo è stata dedotta degli artt. 163,163 bis, 164 e 170 c.p.c., art. 111 Cost. e L. n. 218 del 1995, artt. 64,65 e 67.

Lamenta il ricorrente che l’art. 37 del codice di rito della provincia di Santafe’, pur ricalcando le norme del codice di procedura civile italiano sopra indicate, prevede termini assai inferiori rispetti a quelli previsti, a pena di nullità, dal codice di rito italiano, mentre la tutela del diritto di difesa del convenuto non argentino non può che imporre che nel giudizio avanti l’Autorità Argentina vengano rispettati i termini previsti nell’ordinamento in cui si vuole che la sentenza argentina venga riconosciuta.

In particolare, il ricorrente ha indicato cinque situazioni in cui ritiene che sia stato leso il suo diritto di difesa:

a) il decreto di fissazione dell’udienza del 2 novembre 2012 è stato notificato solo il 9 ottobre 2012 in violazione del termine di comparizione;

b) con riferimento alla rogatoria internazionale (asseritamente mai resa esecutiva) per il prelievo organico, fissato per il 28 novembre 2014, il provvedimento argentino è stato notificato solo il 16 ottobre;

– è mancata la convocazione avanti alla Corte d’Appello di Roma del ricorrente per la valutazione dell’ammissibilità e procedibilità della rogatoria e non è stata dichiarata esecutiva dalla Corte d’Appello di Roma la rogatoria per l’espunzione del DNA, e, inoltre, nonostante che la notifica per l’espletamento di tale mezzo istruttorio dovesse essere effettuata entro il 15 ottobre 2014, in realtà, la stessa è stata eseguita il 16 ottobre 2014;

c) per la prova delegata fissata per il 28 ottobre 2014, nonostante che la notifica per l’espletamento di tale mezzo istruttorio dovesse essere effettuata entro il 15 ottobre 2014, in realtà, la stessa è stata eseguita, parimenti, il 16 ottobre 2014;

d) omessa comunicazione di qualsiasi atto in relazione al giudizio di determinazione dell’assegno provvisorio per il minore;

e) tardiva notifica del provvedimento di fissazione dell’udienza del 30 novembre 2015, avvenuta solo il 26 ottobre 2015.

Di tali situazioni in cui era stata dedotta la lesione del diritto di difesa, l’ordinanza impugnata aveva esaminato solo quelle di cui ai punti b) e c)

Il ricorrente espone, altresì, che nel giudizio argentino nessuno degli atti che lo interessava era stato notificato presso la locale cancelleria e comunque nei rari casi di notifica, questa era avvenuta in violazione dei termini previsti dal codice di rito italiano.

4. Il motivo presenta profili di infondatezza ed inammissibilità.

In primo luogo, priva di fondamento è la deduzione secondo cui la tutela del diritto di difesa del convenuto non argentino imporrebbe che nel giudizio avanti l’Autorità Argentina vengano rispettati i termini previsti nell’ordinamento in cui si vuole che la sentenza argentina venga riconosciuta, ovvero, nel caso di specie, i termini previsti dal codice di procedura civile italiano.

In proposito, della L. n. 532 del 1988, art. 22, par. 1, lett. b), che ha recepito la Convenzione Italo-Argentina, prevede che le sentenze pronunciate in materia civile dalle autorità giudiziarie di ciascuna parte sono riconosciute dall’altra parte a condizione che la parte soccombente sia stata regolarmente citata secondo la legge della parte ove è stata emessa la sentenza o sia comparsa in giudizio.

Nel caso di specie, ciò di cui si duole il ricorrente non è che non siano stati rispettati i termini processuali previsti dalla legge argentina, ma il mancato rispetto dei termini (più lunghi) previsti dalla legge italiana. Tale censura si pone in contrasto con la sopra evidenziata norma della L. n. 532 del 1988.

Quanto al vizio dedotto nella lett. a) del secondo motivo, tale censura è generica, non avendo il ricorrente neppure precisato il termine di comparizione che sarebbe stato violato.

Quanto ai vizi di cui alle lett. b) e c), va osservato preliminarmente che la deduzione secondo cui la notifica per la comparizione del M. alle udienze del 28.11.2014 in Argentina e del 28.10.2014 presso il Tribunale di Velletri (rispettivamente fissate per il prelievo biologico per il test del DNA e per l’assunzione di prova per testi) sarebbe stata effettuata tardivamente in data 16.10.2014, anziché entro il termine previsto del 15.10.2014, e’, in primo luogo, irrilevante. In proposito, la Corte d’Appello ha evidenziato che il M. ha rifiutato la notifica tentata nei suoi confronti personalmente in data 3.10.2014, con la conseguenza che, a norma dell’art. 138 c.p.c., comma 2, la notifica si considera effettuata a mani proprie proprio in quel giorno.

In ogni caso, la Corte d’Appello ha evidenziato che la nuova notifica tentata presso il luogo di lavoro del ricorrente è stata regolarmente effettuata in data 15.10.2014, affermazione solo apoditticamente contestata dal M..

Peraltro, anche a voler ritenere che il ricorrente abbia voluto implicitamente invocare un errore di fatto in cui sarebbe incorso il giudice di appello (che avrebbe indicato il giorno 15 anziché 16), tale doglianza avrebbe dovuto essere dedotta eventualmente con l’azione di revocazione ex art. 395 c.p.c., n. 4, non risultando in alcun modo, neppure dalle allegazioni del ricorrente, che tale difesa fosse già stata svolta in sede d’appello e avesse così costituito un punto controverso su cui l’ordinanza ebbe a pronunciare.

Quanto a tutte le altre censure formulate dal ricorrente nella lett. b) (come la mancanza di esecutività della rogatoria o la mancata effettuazione di notifiche presso la cancelleria del tribunale argentino), e nelle lett. d) ed e), le stesse sono prive del requisito dell’autosufficienza. In quanto, posto che non vi è traccia di tali questioni nella sentenza impugnata, è principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041).

Ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate questioni non esaminate dal giudice di merito, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonché il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430).

5. Con il terzo motivo è stata dedotto il difetto di motivazione su un punto decisivo oggetto di discussione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “in relazione all’omessa notifica degli atti relativi al giudizio di determinazione dell’assegno di mantenimento conclusosi con il provvedimento numero 2546/16; in relazione alla notifica dell’exorto numero 4480 con fissazione di udienza prima al 3 luglio 2012 poi al 2 novembre 2012 notificato il 9 ottobre 2012; tardiva notifica del provvedimento fissazione dell’udienza del 30 novembre 2015, avvenuta solo il 26/10/2015”.

6. Il motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza.

Posto che dalla lettura della sentenza impugnata emerge soltanto che l’azione di accertamento negativo proposta dal M. investiva anche il provvedimento di liquidazione dell’onorario del legale della C. e l’assegno di mantenimento disposto per il figlio, ma senza che siano stati esplicitati i profili contestati dal ricorrente, costui avrebbe dovuto non solo allegare l’avvenuta esplicita deduzione dei vizi indicati nel terzo motivo innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, indicare in quale atto del giudizio precedente lo avesse fatto, nonché il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione.

Il ricorrente non ha assolto a tale onere di allegazione, avendo solo genericamente dedotto di aver svolto nelle note del 30.5.2019 le censure attinenti all’exorto numero 4480 (quindi anche tardivamente).

Il rigetto del ricorso comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come in dispositivo.

PQM

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in Euro 7.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, il 18 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

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