Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24629 del 22/11/2011

Cassazione civile sez. II, 22/11/2011, (ud. 26/10/2011, dep. 22/11/2011), n.24629

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETTI Giovanni Battista – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.V., rappresentata e difesa, in virtù di procura

speciale a margine del ricorso, dall’Avv. MARINO Nicola,

elettivamente domiciliata nel suo studio in Roma, via Aquileia, n.

15;

– ricorrente –

contro

V.N.;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Bari n. 270 del 19 marzo

2009.

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 26

ottobre 2011 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per l’inammissibilità

del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che la Corte d’appello di Bari, con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria il 19 marzo 2009, in parziale accoglimento del gravame e parzialmente riformando la sentenza del Tribunale di Foggia, ha attribuito a V.N., a titolo di usucapione, la porzione della particella 81 (in agro di (OMISSIS) a fg. 161) misurata dal c.t.u. in ha 0.43.76 circa, così come identificata a pag. 3-4 della relazione peritale e graficamente rappresentata sub all. C in “azzurro” con il confine in “rosso” lungo il fondo B., confermando nel resto la pronuncia di primo grado, anche in ordine alle spese;

che per la cassazione della sentenza della Corte d’appello B. V. ha proposto ricorso, con atto notificato il 24 febbraio 2010, sulla base di quattro motivi;

che l’intimato non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il Collegio ha deliberato l’adozione di una motivazione semplificata;

che con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1158 cod. civ.;

che il secondo mezzo censura violazione e falsa applicazione dell’art. 1158 cod. civ., in relazione all’art. 950 cod. civ.;

che con il terzo motivo si lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla valutazione delle risultanze istruttorie del giudizio e al rispettivo adempimento degli oneri probatori ex art. 2697 cod. civ.;

che il quarto motivo prospetta violazione e falsa applicazione del principio di cui all’art. 112 cod. proc. civ., ed omessa motivazione in ordine ai suddetti punti decisivi della controversia;

che il primo, il secondo ed il quarto motivo – i quali deducono violazione e falsa applicazione di legge – sono privi del quesito di diritto, prescritto, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 bis cod. proc. civ., ratione temporis applicabile;

che questa Corte ha in più occasioni chiarito che i quesiti di diritto imposti dall’art. 366 bis cod. proc. civ. – introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6, secondo una prospettiva volta a riaffermare la cultura del processo di legittimità – rispondono all’esigenza di soddisfare non solo l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata ma, al tempo stesso e con più ampia valenza, anche di enucleare il principio di diritto applicabile alla fattispecie, collabo-rando alla funzione nomofilattica della Corte di Cassazione;

i quesiti costituiscono, pertanto, il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio giuridico generale, risultando, altrimenti, inadeguata e, quindi, non ammissibile l’investitura stessa del giudice di legittimità (tra le tante, Cass., Sez. Un., 6 febbraio 2009, n. 2863; Cass., Sez. Un., 14 febbraio 2008, n. 3519; Cass., Sez. Un., 29 ottobre 2007, n. 22640);

che il quesito di diritto non può essere desunto per implicito dalle argomentazioni a sostegno della censura, ma deve essere esplicitamente formulato, diversamente pervenendosi ad una sostanziale abrogazione della norma (Cass., Sez. Un., 17 aprile 2009, n. 9153);

che il terzo ed il quarto motivo, i quali denunciano il vizio di motivazione, sono stati redatti senza l’osservanza dell’onere, imposto dall’art. 366 bis cod. proc. civ., del quesito di sintesi;

che invero, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto e le ragioni per le quali la motivazione è omessa, insufficiente o contraddittoria, imposto dall’art. 366 bis cod. proc. civ., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, all’inizio o al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid plurls rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (Cass., Sez. 3^, 7 aprile 2008, n. 8897; Cass., Sez. 1^, 8 gennaio 2009, n. 189;

Cass., Sez. I, 23 gennaio 2009, n. 1741);

che nella specie detto quesito di sintesi è del tutto assente;

che non rileva che il ricorso sia stato notificato quando la L. 18 giugno 2009, n. 69, era già stata pubblicata ed entrata in vigore;

che invero, alla stregua del principio generale di cui all’art. 11 preleggi, comma 1, secondo cui, in mancanza di un’espressa disposizione normativa contraria, la legge non dispone che per l’avvenire e non ha effetto retroattivo, nonchè del correlato specifico disposto della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5, in base al quale le norme previste da detta legge si applicano ai ricorsi per cassazione proposti avverso i provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore della medesima legge (4 luglio 2009), l’abrogazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. (intervenuta ai sensi della citata L. n. 69 del 2009, art. 47) è diventata efficace per i ricorsi avanzati con riferimento ai provvedimenti pubblicati successivamente alla suddetta data, con la conseguenza che per quelli proposti – come nella specie – contro provvedimenti pubblicati antecedentemente (e dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40) tale norma è da ritenere ancora applicabile (Cass., Sez. 1^, 26 ottobre 2009, n. 22578; Cass., Sez. 3^, 24 marzo 2010, n. 7119);

che pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

che in assenza di controricorso dell’intimato, non vi è luogo a statuizione sulle spese.

P.Q.M.

La Corte dichiara, il ricorso inammissibile.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 26 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2011

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