Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2461 del 31/01/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 31/01/2017, (ud. 12/12/2016, dep.31/01/2017),  n. 2461

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

Dott. CARBONE Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18892-2012 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MAREDIL SRL in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA SICILIA 66, presso lo studio

dell’avvocato DANIELA CUTARELLI, che lo rappresenta e difende

unitamente agli avvocati AUGUSTO FANTOZZI, EDOARDO BELLI CONTARINI

giusta delega in calce;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 11/2012 della COMM.TRIB.REG. di ANCONA,

depositata il 24/01/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/12/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE TEDESCO;

udito per il ricorrente l’Avvocato MELONCELLI che si riporta agli

atti;

udito per il controricorrente l’Avvocato BELLI CONTARINI che si

riporta agli atti;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO IMMACOLATA che ha concluso per l’accoglimento per quanto di

ragione del ricorso.

Fatto

La Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione contro la sentenza della Commissione tributaria regionale delle Marche, la quale ha annullato l’avviso di accertamento emesso nei confronti della contribuente, con il quale, in relazione a vendite immobiliari, furono ipotizzati per l’anno di imposta 2006 maggiori ricavi non dichiarati e sovrafatturazioni per operazioni inesistenti (i maggiori ricavi furono desunti sia sulla base del raffronto con il prezzo di vendita di immobile sito nel medesimo complesso e sia sulla base dei valori dell’Osservatorio del mercato immobiliare; le sovrafatturazioni riguardavano prestazioni eseguite dalla ISES srl a favore della contribuente a mezzo di dipendenti/soci, per le quali l’ufficio aveva evidenziato la mancata corrispondenza fra le ore fatturate dalla contribuente e quelli fatturate dalla Ises ai dipendenti che avevano svolto il lavoro presso la Maredil).

La Commissione tributaria regionale rilevò, quanto ai maggiori ricavi ipotizzati dall’ufficio, che, a seguito dell’entrata in vigore della L. n. 88 del 2009, lo scostamento rispetto al valore normale non costituiva più, da solo, elemento idoneo a far presumere l’infedeltà del contribuente; e quanto alla sovrafatturazione, che le prestazioni rese dalla Ises furono fatturate secondo gli accordi, senza elusione o evasione di imposta.

Il ricorso per cassazione è proposto sulla base di tre motivi.

La contribuente ha reagito con controricorso.

Diritto

Con il primo motivo del ricorso, articolato in due parti, si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in primo luogo la violazione della L. 7 gennaio 2009, n. 88, art. 24 siccome applicato a fattispecie precedente alla sua entrata in vigore, che andava invece risolta facendo applicazione del D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 35.

Come è noto, con le disposizioni introdotte con il citato Decreto n. 223 del 2006 il legislatore fiscale aveva introdotto una presunzione legale relativa di corrispondenza del corrispettivo negoziale al valore normale del bene. La ricorrente non disconosce ovviamente che tale presunzione legale sia venuta meno a seguito della entrata in vigore della L. 7 gennaio 2009, n. 88 (così detta legge comunitaria), ma sostiene che la modificazione del quadro normativo non avrebbe effetto con riferimento agli avvisi emessi nella vigenza della precedente disciplina, che, nel contemplare la presunzione legale a favore dell’Erario, attribuiva un ruolo decisivo ai valori dell’Osservatorio del mercato immobiliare, ai quali aveva l’Amministrazione finanziaria aveva fatto corretto riferimento.

Il motivo è infondato. Come già chiarito da questa Suprema corte “la L. 7 luglio 2009, n. 88, art. 24, comma 5, (Legge Comunitaria 2008), ha modificato il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 (così come l’omologo D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 in tema di IVA), eliminando le disposizioni introdotte dal D.L. n. 223 del 2006, art. 35: ciò a seguito di un parere motivato del 19 marzo 2009 della Commissione europea, la quale, nell’ambito del procedimento di infrazione n. 2007/4575, aveva rilevato l’incompatibilità – in relazione, specificamente, all’IVA, ma ritenuta estensibile dal legislatore nazionale anche alle imposte dirette – di tali disposizioni con il diritto comunitario.

E’ stato così ripristinato il quadro normativo anteriore al luglio 2006, sopprimendo la presunzione legale (ovviamente relativa) di corrispondenza del corrispettivo effettivo al valore normale del bene, con la conseguenza che tutto è tornato ad essere rimesso alla valutazione del giudice, il quale può, in generale, desumere l’esistenza di attività non dichiarate “anche sulla base di presunzioni semplici, purchè queste siano gravi, precise e concordanti”: e ciò – deve intendersi – con effetto retroattivo, stante la ragione di adeguamento al diritto comunitario che ha spinto il legislatore nazionale del 2009 ad intervenire (cfr., anche, circolare dell’Agenzia delle entrate n. 18 del 14 aprile 2010)” (Cass. 26 settembre 2014, n. 20429).

Nella seconda parte del primo motivo in esame si deduce la violazione e falsa applicazione del D.L. 4 luglio 2006, art. 35 convertito con modificazione dalla L. 4 agosto 2006, n. 248, nonchè dell’art. 11 disp. gen., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La ricorrente, dopo avere richiamato gli elementi in base ai quali l’ufficio aveva ritenuto l’esistenza di maggiori ricavi, censura la sentenza d’appello per non avere tratto le debite conseguenza dalla natura di presunzione legale insita nello scostamento fra prezzo e valore normale; la presunzione, cioè, avrebbe potuto essere superata solo in forza di prove contrarie addotte dal contribuente, laddove la Commissione tributaria regionale aveva argomentato sulla base di circostanze non decisive a questi effetti.

Il motivo è in parte infondato e in parte inammissibile: infondato perchè, come ampiamente chiarito, lo scostamento dei corrispettivi dichiarati per le cessioni di beni immobili rispetto al valore normale costituisce, pure con riferimento agli accertamenti (come quello in esame) eseguiti fra il luglio 2006 e la legge comunitaria, elemento presuntivo semplice, rimesso alla libera valutazione del giudice di merito; inammissibile perchè l’apprezzamento della commissione tributaria regionale, circa la non sufficienza degli elementi addotti nell’avviso a giustificarne l’emissione, non è sindacabile in questa sede, non essendo stato oggetto di contestazione sotto il profilo della sufficienza e logicità della motivazione.

Con il terzo motivo di ricorso, si deduce, con riferimento al disconoscimento dei costi per operazioni inesistenti, motivazione insufficiente e contraddittoria in ordine a un fatto decisivo e controverso del giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Al riguardo la ricorrente, per identificare i fatti il cui esame sarebbe stato omesso, trascrive l’atto di appello. Ora fra i fatti che furono evidenziati in tale atto, alcuni (la maggior parte) sono stati esplicitamente considerati (negativamente per l’Amministrazione finanziaria) dalla Commissione tributaria regionale, il che significa che, sotto la veste del vizio di motivazione, la ricorrente ha censurato in realtà il merito della valutazione compiuta dalla sentenza. E’ utile ricordare che, secondo il costante insegnamento di questa Corte, “il giudice del merito è tenuto a indicare le ragioni del proprio convincimento, non essendo peraltro tenuto a vagliare ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, risultino logicamente incompatibili con la decisione adottata” (Cass. 24 aprile 2006, n. 9234).

Il ricorso, pertanto, va interamente rigettato e la ricorrente condannata al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

la Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese della giudizio di legittimità, che liquida nell’importo di Euro 22.541,00 per compensi, oltre rimborso spese forfettarie al 15% e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 12 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2017

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