Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2459 del 31/01/2018


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Civile Ord. Sez. L Num. 2459 Anno 2018
Presidente: MANNA ANTONIO
Relatore: CINQUE GUGLIELMO

ORDINANZA

sul ricorso 25862-2015 proposto da:
BERLINGIERI ARMANDO, elettivamente domiciliato in
ROMA, VIA POMPEO UGONIO 3, presso lo studio
dell’avvocato LUCA RUBERTO, rappresentato e difeso
dall’avvocato ANGELO TERRANOVA, giusta delega in
atti;
– ricorrente contro

2017
4133

TRENITALIA S.P.A. C.F. 05403151003, in persona del
legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR 29, presso lo
studio dell’avvocato RAFFAELE DE LUCA TAMAJO, che la
rappresenta e difende, giusta delega in atti;

Data pubblicazione: 31/01/2018

- controricorrente –

avverso la sentenza n. 258/2015 della CORTE D’APPELLO
di CATANZARO, depositata il 28/04/2015 R.G.N.

1063/2014.

RG. 25862/2015

RILEVATO
che, con la sentenza n. 258/2015 pubblicata il 28.4.2015, la Corte di
appello d Catanzaro, in riforma della pronuncia del 10.6.2016 emessa
dal Tribunale di Castrovillari, ha rigettato la domanda proposta in
prime cure da Armando Berlingieri volta ad ottenere la declaratoria di
illegittimità del licenziamento disciplinare irrogatogli dalla Trenitalia
spa, di cui era dipendente quale operaio specializzato della circolazione

inquadramento nel livello Fl del CCNL di categoria;
che

avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione

Armando Berlingieri affidato a tre motivi;
che Trenitalia spa ha resistito con controricorso;
che il PG non ha formulato richieste scritte.
CONSIDERATO
che, con il ricorso per cassazione, si censura: 1) l’omesso esame circa
un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le
parti (art. 360 n. 5 cpc) nonché la violazione e falsa applicazione
dell’art. 2735 cc, in relazione all’art. 360 n. 3 cpc, per avere
erroneamente la Corte territoriale fondato la propria decisione sul
presupposto delle dichiarazioni confessorie rese dal Berlingieri ai due
agenti della Polfer nonostante le deposizioni di questi ultimi si fossero
poste in netto contrasto tra loro e senza valutare che, vertendosi in
ipotesi di confessione stragiudiziale, sarebbero stati necessari ulteriori
elementi di prova ed indizi concludenti;

2)

la violazione e falsa

applicazione degli artt. 2697 e 2119 cc, art. 115 cpc, in relazione
all’art. 360 n. 3 cpc, nonché l’omesso esame circa un fatto decisivo per
il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 n. 5
cpc), per avere la Corte distrettuale erroneamente dichiarato la
legittimità del licenziamento pur in assenza di richieste di prove e di
prove offerte dalla parte onerata in ordine sia all’elemento soggettivo
che a quello oggettivo del reato, sia in ordine, infine, all’incidenza del
comportamento addebitato a provocare l’irreparabile lesione del
vincolo fiduciario con conseguente licenziamento; 3) la violazione e
falsa applicazione dell’art. 2106 cc e degli artt. 57 e 59 del CCNL delle
Attività Ferroviarie del 16 aprile 2003, in relazione all’art. 360 n. 3 cpc,

e manovratore in servizio presso la stazione di Lamezia Terme con

per non avere rilevato la Corte territoriale che l’ipotesi del tentato furto
per procurare indebiti vantaggi a sé o a terzi rientrava nella casistica di
cui all’art. 57 del citato CCNL e, come tale, punibile con la sospensione
più lieve e conservativa della sospensione e non con il licenziamento;
che i primi due motivi, che per la loro connessione possono essere
trattati congiuntamente, sono infondati;
che, invero, le censure, sia pure rubricate con intitolazioni conformi a
testo attuale del n. 5 dell’art. 360 cpc, come modificato dal DL n.

83/2012 convertito nella legge n. 134/2012, ovvero al vizio di ci al n. 3
dell’art. 360 cpc (sotto il profilo della violazione della legge), mirano, in
realtà, a provocare non solo il controllo sulla motivazione della
sentenza, non più consentito, ma un rinnovato esame del materiale
probatorio e della sua idoneità a fondare la pretesa: esame, questo,
inammissibile anche in passato;
che

l’omesso esame, come rimodulato dalla nuova formulazione

dell’art. 360 n. 5 cpc, deve riguardare un fatto inteso nella sua
accezione storico-fenomenica (e quindi non un punto o un profilo
giuridico), un fatto principale o primario (ossia costitutivo, impeditivo,
estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioè un fatto
dedotto in funzione probatoria) sebbene, come precisato dalle Sezioni
Unite di questa Corte (Cass. Sez. Un. n. 8053/2014) il riferimento al
fatto secondario non implica che possa denunciarsi ex art. 360 n. 5 cpc
anche l’omessa o carente valutazione di determinati elementi
probatori: è sufficiente che il fatto sia stato esaminato, senza che sia
necessario che il giudice abbia dato conto di tutte le risultanze
probatorie emerse all’esito dell’istruttoria come astrattamente
rilevanti;
che le violazioni di legge denunciate sono insussistenti, in difetto degli
appropriati requisiti di erronea sussunzione della fattispecie concreta in
quella astratta regolata dalla disposizione di legge, mediante
specificazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza
impugnata FMmotivamente sia assumano in contrasto con le norme
regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornite
dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina (Cass.
26.6.2013 n. 16038; Cass. 28.2.2012 n. 3010);

tit

che, in ogni caso, la dedotta violazione dell’art. 115 cpc è mal
formulata, ove si consideri che un’autonoma violazione o falsa
applicazione dell’art. 115 cpc, può configurarsi unicamente nel caso in
cui il giudice di merito decida in base a prove non dedotte dalle parti
ed ammesse di ufficio al di fuori dei casi in cui ciò è consentito dalla
legge, o ricorra alla propria scienza privata ovvero ritenga necessitanti
di prova fatti dati per pacifici;
che, pertanto, nel caso in esame i fatti controversi da indagare (da

manifestamente presi in esame dalla Corte di merito; sicché non di
omesso esame si tratta, ma di accoglimento di una tesi diversa da
quella sostenuta dalla odierna parte ricorrente;
che il terzo motivo è, in parte inammissibile, sotto il profilo della
specificità, perché le disposizioni della contrattazione collettiva, in
relazione alle quali sono state articolate le doglianze, non sono state
riportate integralmente per cui, essendo l’interpretazione delle
disposizioni collettive riservata, per la loro natura contrattuale,
all’esclusiva competenza del giudizio del merito, le cui valutazioni
soggiacciono in sede di legittimità, ad un sindacato limitato alla verifica
del rispetto dei canoni legali di ermeneutica contrattuale e al controllo
della sussistenza di una motivazione logica e coerente, è necessario
una puntuale ed analitica indicazione, e cioè la precisazione del modo
attraverso il quale si è realizzata la violazione denunciata e delle
ragioni dell’obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento
del giudice del merito, rapportata a tutta la disposizione nella sua
integrità e non solo ad alcune parti di essa;
che il medesimo motivo è, in parte, anche infondato in quanto, come
precisato da questa Corte (tra le altre, in termini, Cass. 2906/2005), in
tema di licenziamento, la nozione di giusta causa è nozione legale (e il
giudice ben può fare riferimento ai contratti collettivi e alle valutazioni
che le parti sociali compiono in ordine alla valutazione della gravità di
determinati comportamenti rispondenti, in linea di principio, a canoni
di normalità) ed il relativo accertamento va operato caso per caso,
valutando la gravità in considerazione delle circostanze di fatto e
prescindendo dalla tipologia determinata dalla contrattazione collettiva

3

non confondersi con la valutazione delle relative prove) sono stati tutti

con il solo limite che non può irrogarsi un licenziamento quando questo
costituisca una sanzione più grave di quella prevista dal contratto
collettivo: ipotesi non ravvisabile nella fattispecie de qua perché il
comportamento addebitato non rientra nell’elencazione tipizzata
dell’art. 57 del CCNL del 16 aprile 2003; nel caso in esame, infatti, il
tentato furto di materiale (binari in disuso) commesso con il concorso
di altri soggetti e con le modalità spazio-temporali acclarate (tardo
pomeriggio e servendosi di una fiamma ossidrica), è stato ritenuto, con

incidere sul vincolo fiduciario, poiché si trattava di condotta
astrattamente riconducibile a fattispecie penale posta in essere ai
danni della datrice di lavoro, approfittando della posizione lavorativa
del dipendente, di talché la censura circa la violazione dell’art. 2106 cc
si palesa immeritevole di pregio;
che alla stregua di quanto esposto, il ricorso deve essere rigettato;
che,

al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al

pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si
liquidano come da dispositivo; ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater,
del DPR n. 115/02, nel testo risultante dalla legge 24.12.2012 n. 228,
deve provvedersi, ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in
favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che
liquida in euro 5.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella
misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in euro 200,00 ed agli
accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del DPR n.
115/02, nel testo risultante dalla legge 24.12.2012 n. 228, dà atto
della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del
ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a
quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art.
13.
Così deciso nella Adunanza camerale del 24 ottobre 2017.

motivazione congrua, logica e corretta giuridicamente, idoneo ad

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