Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24586 del 04/11/2020

Cassazione civile sez. II, 04/11/2020, (ud. 30/06/2020, dep. 04/11/2020), n.24586

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – rel. Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21781-2019 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato in VIA MALTA N. 7 – REGGIO

EMILIA, presso l’avv. FRANCO BERETTI, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), IN PERSONA DEL MINISTRO PRO

TEMPORE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

e contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE DI GORIZIA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 343/2019 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 29/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/06/2020 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

B.A. – cittadino del (OMISSIS) – ebbe a proporre ricorso avverso la decisione della Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Gorizia, che aveva rigettato la sua istanza di ottenimento della protezione poichè non credibile il racconto afferente le ragioni fattuali poste alla base della sua istanza di protezione e, comunque, non concorrenti ragioni per il riconoscimento della protezione sussidiaria ovvero umanitaria.

Il Tribunale di Trieste adito ebbe a rigettare il ricorso poichè effettivamente non credibile il racconto reso dal richiedente asilo e, comunque, non concorrenti ragioni per poter riconoscere alcuno degli istituti previsti dalla normativa in tema di protezione internazionale.

Il B. interpose gravame e la Corte d’Appello di Trieste, resistendo il Ministero degli Interni, rigettò l’appello, osservando come in effetti non solo le ragioni addotte a giustificazione dell’allontanamento dal suo Paese, fornite dal richiedente asilo, si palesavano non credibili ma, soprattutto, non correlate con il paventato pericolo per la sua vita se costretto al rimpatrio.

Difatti, osservava la Corte alabardata come la situazione socio-politica del (OMISSIS) – zona di sua residenza – non palesava connotati di violenza diffusa e come non risultavano versati in atti elementi atti a sostenere l’accoglimento dell’istanza tesa al riconoscimento della protezione umanitaria.

Avverso detta sentenza il B. ha proposto ricorso per cassazione articolato su quattro motivi.

Il Ministero degli Interni s’è costituito a resistere con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso proposto dal B. s’appalesa siccome inammissibile a sensi dell’art. 360 bis c.p.c. – per come ricostruito ex Cass. SU n 7155/17 -.

Con il primo mezzo d’impugnazione il ricorrente lamenta violazione delle norme D.Lgs. n. 25 del 2008, ex 8 e 13 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 in quanto, erroneamente, la Corte giuliana ebbe a ritenere non credibile il suo racconto circa le ragioni dell’espatrio poichè malamente applicati i principi posti al riguardo dalle norme indicate siccome violate.

In particolare è stata svalutata la questione della persecuzione in ragione della sua scelta religiosa, benchè comprovata una situazione di generale persecuzione contro gli islamici sciiti da parte della maggioranza sunnita, ed, inoltre, non s’era tenuto adeguato conto che la sua regione d’origine – il (OMISSIS) – versava in una situazione di violenza diffusa per uno stato di guerra permanente e nemmeno valutata la situazione degli abitanti di detta regione emigrati in altre zone del (OMISSIS), in effetti, oggetto di vessazioni.

La censura proposta s’appalesa siccome generica eppertanto inammissibile in quanto il ricorrente contrappone, alla ricostruzione operata dal Collegio alabardato al riguardo, mera sua tesi alterativa fondata su asserzioni apodittiche contrarie.

Difatti la Corte giuliana ha posto in evidenza le ragioni di scarsa credibilità del narrato reso dal B. circa le ragioni del suo espatrio, ossia che questi si sia limitato a riferire delle condizioni socio-politiche generali esistenti in (OMISSIS) senza anche correlare detta situazione con la sua specifica condizione e, soprattutto, senza evidenziare l’incidenza di dette condizioni sulla sua decisione di espatriare, così rimanendo il suo racconto generico e privo di riscontro alcuno. La critica elevata dal ricorrente appare limitarsi a richiamo astratto alla disciplina dell’istituto e ad apodittica affermazione che la Corte di merito ha errato nell’apprezzare il suo racconto, richiamando la notoria situazione di contrasti tra i sunniti e gli sciti esistente in (OMISSIS) e desumibile dagli stessi rapporti internazionali acquisiti in atti.

Tuttavia un tanto non si confronta con la puntuale osservazione del Collegio triestino che non risulta fornito dato fattuale alcuno circa una condotta persecutoria ed, apprezzabilmente, minatoria posta in esser dai sunniti nei riguardi del B. in ragione della sua fede ovvero della sua provenienza dal (OMISSIS), siccome enfatizzato apoditticamente nel ricorso.

Difatti il ricorrente si limita a riportare passi di rapporti internazionali che riferiscono delle vessazioni poste in essere da estremisti sunniti nei riguardi dei mussulmani sciiti ovvero riguardano la situazione di permanente guerra esistente nella regione del (OMISSIS), contesa tra India e (OMISSIS), senza però confrontarsi con la puntuale osservazione della Corte di merito che, a dire dello stesso ricorrente, lo stesso s’era allontanato dal (OMISSIS) per risiedere nel (OMISSIS) già nel 2000, ossia ben 14 anni prima di espatriare.

Con la seconda doglianza il B. lamenta violazione della norma D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. b) in quanto il Collegio alabardato non avrebbe valutato il pericolo, cui egli sarebbe esposto in caso di rimpatrio, sotto il profilo della situazione di grave corruzione ed inefficienza degli apparati statuali (OMISSIS)i che non assicurano alcuna sicurezza ai cittadini, siccome desumibile dai rapporti redatti dagli Organismi internazionali preposti all’uopo, sicchè egli sarebbe esposto a subire violenza quale sciita e quale originario del (OMISSIS) in una società dominata dai sunniti ed ostile a profughi dalla ragione himalayana.

Anche tale argomento critico proposto in ricorso s’appalesa generico eppertanto inammissibile la relativa censura, posto che si compendia nel mero nuovo inquadramento del pericolo, cui sarebbe esposto in caso di rimpatrio il richiedente asilo, non più nella prospettiva della sussistenza di una situazione socio-politica di violenza diffusa – ipotesi ex art. 14, lett. c -, bensì della norma ex citato art. 14, lett. b) ossia la prospettiva di esser sottoposto a tortura o pena ovvero a trattamento inumano o degradante.

In particolare il ricorrente lumeggia detto pericolo in forza delle ragioni già indicate nel primo mezzo di ricorso, sicchè l’argomento critico sconta la non superata osservazione che il suo racconto non s’appalesa credibile, poichè generico proprio con relazione alla correlazione tra la situazione socio-politica del (OMISSIS), in specie l’attrito tra sunniti e sciiti e l’asserita – ma non altrimenti risultante – vessazione dei profughi dal (OMISSIS), e la sua decisione di espatriare dopo 14 anni di soggiorno nel (OMISSIS), la regione più prospera e sicura del (OMISSIS), siccome affermato dalla Corte triestina sulla scorta delle informazioni acquisite in causa.

Dunque l’argomentazione critica svolta appare astratta poichè rimane sempre fondata sulla prospettazione di una tesi non suffragata da elementi lumeggianti l’incidenza delle situazioni evocate sulla sua specifica condizione personale quale effettiva persecuzione o vessazione e ragione di espatrio.

Con il terzo mezzo d’impugnazione il ricorrente deduce violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 in quanto i Giudici tergestini ebbero ad esaminare la domanda di protezione umanitaria non sulla scorta della struttura e funzione della relativa normativa, ossia esaminando la questione in relazione alla specifica personale situazione per individuare la sua condizione di vulnerabilità.

In particolare il Collegio giuliano si sarebbe limitato ad apodittica negazione dell’esistenza di condizioni di vulnerabilità, mentre il complesso di elementi versati in atti lumeggiavano situazione esattamente opposta, specie adeguatamente considerando le notizie circa la situazione socio-politica del (OMISSIS) desumibili dai rapporti acquisiti in causa.

Inoltre, erroneamente, la Corte triestina avrebbe valutato la documentazione dimessa in atti afferente l’attività lavorativa svolta dal ricorrente in Italia che – contrariamente a quanto ritenuto – appare stabile e ben retribuita, situazione che secondo costante giurisprudenza consente l’accoglimento della sua domanda.

La censura proposta appare generica in quanto si fonda su tesi alternativa di parte meramente contrapposta alla motivazione illustrata sul punto dal Collegio giuliano, senza l’elaborazione di specifica critica all’argomento svolto dai Giudici d’appello.

Difatti a lumeggiare l’esistenza della necessaria condizione di vulnerabilità il B. ripropone gli elementi già posti a fondamento dei primi due motivi di impugnazione non rilevanti all’uopo e perchè non credibile il suo racconto e perchè non sussistente situazione socio-politica nel (OMISSIS) – come specificatamente illustrato dalla Corte di merito – che possa far ritenere pericoloso per lo stesso il rimpatrio.

La soluzione negativa in relazione ai primi due motivi di impugnazione non può che riflettersi anche in relazione al riutilizzo di dette argomentazioni in relazione alla richiesta di protezione umanitaria, che deve essere fondata su dati almeno in parte diversi da quelli portati a giustificazione della richiesta di protezione internazionale disattesa – Cass. sez. 1 n. 21123/19, Cass. sez. 1 n. 7985/20 -. Quanto alla critica portata alla valutazione degli elementi introdotti in causa atti a lumeggiare l’inserimento nella società italiana del richiedente asilo, all’evidenza, l’argomentazione critica appare generica.

Difatti, a fonte della specifica accertamento fatto dalla Corte territoriale che la documentazione dimessa relativa all’attività di lavoro svolta lumeggiava lo svolgimento di lavoro con rapporti a termine produttivi di modesto reddito, il B. con mera propria valutazione contraria definisce l’attività lavorativa da lui svolta “ininterrotta, stabile e ben remunerata – paga tra i 600/700 e 1200 Euro”. senza altrimenti sorreggere la stessa con specifico riferimento a documenti non esaminati dalla Corte tergestina, così chiedendo a questa Corte di legittimità di operare un’inammissibile apprezzamento di merito.

Con la quarta ragione di doglianza il B. rileva violazione delle norme D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 19 in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 ed art. 10 Cost. in quanto deve esser tenuto conto, ai fini d’assicurare la tutela del rifugiato, a sensi del dettato costituzionale, delle novità legislative intervenute con riguardo all’istituto della protezione umanitaria.

La censura s’appalesa siccome inammissibile poichè prospetta questione non sottoposta al Giudice d’appello ed, inoltre, rispetto alla quale il ricorrente non palesa interesse.

Difatti la Corte alabardata ha esaminato la domanda del B. tesa all’ottenimento della protezione umanitaria sulla scorta della legislazione antecedente alle novità introdotte con il D.L. n. 113 del 2018, poste alla base del ragionamento critico esposto nel motivo di censura.

Dunque detto ragionamento appare irrilevante nel caso di specie poichè svincolato dalla realtà processuale, in quanto la Corte giuliana ha esaminato la questione alla luce della disciplina legislativa che la stessa parte impugnante reputa pienamente attuativa del precetto costituzionale evocato.

Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna del B. alla rifusione delle spese di questo giudizio di legittimità in favore dell’Amministrazione costituita, liquidate in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito.

Concorrono in capo al ricorrente le condizioni processuali per l’ulteriore pagamento del contributo unificato.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso, condanna il ricorrente a rifondere all’Amministrazione resistente le spese di lite per questo giudizio di legittimità liquidate in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza di camera di consiglio, il 30 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2020

 

 

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