Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24569 del 18/10/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 18/10/2017, (ud. 18/05/2017, dep.18/10/2017),  n. 24569

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 804-2012 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la

rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

L.P., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA RENO 21, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO RIZZO, che la

rappresenta difende giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8553/2010 della CORTE D’APPELLO DI ROMA,

depositata il 28/12/2010, r.g.m. 11173/2008.

Fatto

RILEVATO

che con sentenza in data 28.10/28.12.2010 (nr. 8553/2010) la Corte di Appello di Roma ha parzialmente riformato la sentenza del Tribunale della stessa sede (nr. 22543 del 13.12.2007), che aveva respinto la domanda proposta da L.P. nei confronti di POSTE ITALIANE spa per la dichiarazione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro subordinato stipulato tra le parti di causa per il periodo dall’1 luglio al 31 agosto 2004, ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, per “ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale addetto al servizio di recapito presso il Polo Corrispondenza Lazio assente con diritto alla conservazione del posto” e, per l’effetto, ha dichiarato la nullità del termine e condannato POSTE ITALIANE spa al risarcimento del danno;

che avverso tale sentenza ha proposto ricorso la società POSTE ITALIANE spa, affidato a tre motivi, al quale ha opposto difese L.P. con controricorso, illustrato con memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che la società POSTE ITALIANE ha impugnato la sentenza deducendo:

– con il primo motivo di ricorso: ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, commi 1 e 2, e art. 4, comma 2; la società ricorrente ha censurato la sentenza per avere ritenuto la illegittimità del contratto a termine in ragione della mancanza di prova della valutazione di rischi – condizione prevista dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 3, lett. d) per la stipula dei contratti a termine – laddove nè nel ricorso di primo grado nè con l’atto di appello la lavoratrice aveva specificamente allegato la mancanza di valutazione dei rischi, limitandosi a richiamare le norme di legge. In presenza di un motivo di impugnazione così generico essa società non aveva alcun onere di dimostrare “ciò che in effetti non era minimamente messo in dubbio” (così nel ricorso); la società ha inoltre dedotto che nel ricorso in appello della lavoratrice il motivo proposto sul punto era carente di specificità;

– con il secondo motivo: ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione ed erronea applicazione degli artt. 1206,1207,1217,1218,1219,1223,2094,2099 e 2697 c.c., in relazione alla statuizione di quantificazione del danno (determinato nella misura delle retribuzioni maturate nel triennio successivo alla costituzione in mora del datore di lavoro).

– con il terzo motivo: necessità di dare applicazione allo ius superveniens di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32;

che ritiene il collegio si debba accogliere il terzo motivo del ricorso;

che, infatti:

– il primo motivo è infondato. Esso evoca impropriamente le norme sostanziali del D.Lgs. n. 368 del 2001, mentre denunzia, in effetti, un vizio di ultrapetizione nonchè di violazione dell’art. 434 c.p.c. commesso dal giudice dell’appello. La società ricorrente ha esposto che la questione della valutazione dei rischi non era stata esaminata dal Tribunale e che era stato il giudice dell’appello a pronunziarsi su un motivo di nullità del termine non dedotto (o non validamente dedotto). Per quanto risulta dagli atti di causa (che questo giudice di legittimità può esaminare per l’accertamento del fatto processuale), invece, sulla questione si era già pronunziato, respingendola, il giudice del primo grado; il vizio ex art. 112 c.p.c. avrebbe dovuto essere denunziato, dunque, da POSTE ITALIANE nel grado di appello, in quanto commesso dal giudice del primo grado. Neppure coglie nel segno la censura di mancanza di specificità dell’atto di appello della L.; il ricorso si fonda sull’assunto che la lavoratrice si fosse limitata ad allegare genericamente in appello la mancata valutazione dei rischi da parte del datore di lavoro; il ricorso in appello, invece, censurava specificamente (alla pagina 23) la motivazione della sentenza di primo grado – (fondata sulla considerazione che la dichiarazione di nullità del termine avrebbe aggravato la situazione di rischio per il lavoratore a termine) – per violazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 3 e difetto di motivazione;

– quanto alle ulteriori censure, entrambe relative alla statuizione sul risarcimento del danno, appare assorbente il terzo motivo, con cui si invoca la applicazione dello ius superveniens. Come definitivamente chiarito dalle sezioni Unite di questa Corte nell’arresto del 27/10/2016 n. 21691, l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere interpretato nel senso che la violazione di norme di diritto può concernere anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, qualora siano applicabili al rapporto dedotto in giudizio perchè dotate di efficacia retroattiva, come la norma di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32; in tal caso è ammissibile il ricorso per cassazione per violazione di legge sopravvenuta. La richiesta di applicazione dello ius superveniens ben può essere qualificata da questa Corte come motivo di ricorso ex art. 360 c.p.c., n. 3, tale essendo il contenuto sostanziale della allegazione.

che pertanto la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto e gli atti vanno rinviati alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, che provvederà ad applicare lo ius superveniens;

che il giudice del rinvio provvederà anche alla disciplina delle spese del presente grado.

PQM

 

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbito il secondo; rigetta il primo. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia – anche per le spese – alla Corte di appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 18 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 18 ottobre 2017

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