Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24568 del 22/11/2011

Cassazione civile sez. lav., 22/11/2011, (ud. 20/09/2011, dep. 22/11/2011), n.24568

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 14065-2009 proposto da:

INFORCATA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DEI PARIOLI 77, presso lo

studio dell’avvocato SQUILLANTE IACOPO, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato ARTIOLI DONATELLA, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

N.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA V. PICARDI 4-

C, presso lo studio dell’avvocato GAITO SERGIO, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato SAMPIERI VALERIO, giusta delega in

atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3994/2006 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 27/06/2008 r.g.n. 6200/04;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/09/2011 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE MELIADO’;

udito l’Avvocato SAMPIERI VALERIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SEPE Ennio Attilio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza in data 11.5.2006/27.6.2008 la Corte di appello di Roma confermava la sentenza resa dal Tribunale di Roma il 22.3.2002 che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato a N.L. dalla Infordata spa, alle cui dipendenze lo stesso aveva prestato attività lavorativa.

Osservava in sintesi la corte territoriale, quanto al prospettato vizio di ultrapetizione, che il lavoratore aveva,nel ricorso introduttivo del giudizio, espressamente contestato le motivazioni poste a base del recesso, in quanto “generiche, non correttamente individuate e, comunque, non provate”, e che, in realtà, nella contestazione mancavano i requisiti, anche temporali e spaziali, idonei ad individuare i fatti addebitati nella loro materialità.

Per la cassazione della sentenza propone ricorso la società Infordata spa con due motivi.

Resiste con controricorso N.L..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente lamenta violazione dell’art. 2106 c.c. e della L. n. 300 del 1970, art. 7 ed, al riguardo, osserva che la corte territoriale non aveva operato alcuna distinzione fra la genericità della contestazione e la genericità dei motivi posti a base del recesso ed aveva, altresì, mancato di valutare che il ricorrente non aveva denunciato con la dovuta specificità la asserita genericità della contestazione degli addebiti, limitandosi a contestare i motivi del recesso, facendo, così, valere irregolarità diverse da quelle prospettate nell’atto introduttivo del giudizio, e sebbene, in presenza dei molteplici adempimenti prescritti dall’art. 7 dello Statuto, fosse onere del ricorrente indicare le specifiche omissioni o irregolarità poste a base dell’atto di impugnazione.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia errores in procedendo e vizio di ultrapetizione (art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione agli artt. 111, 414, 416, 436 e 437 c.p.c.) per avere i giudici di merito dichiarato la nullità del recesso per fatti nuovi e diversi rispetto a quelli dedotti dalle parti, ed in particolare per non avere il ricorrente mai dedotto, nè richiesto la declaratoria di illegittimità del licenziamento per la genericità dei fatti contestati.

2. Il primo motivo è inammissibile.

Deve, infatti, ribadirsi, in conformità all’insegnamento di questa Suprema Corte, che il principio di diritto che la parte ha l’onere di formulare espressamente nel ricorso per cassazione a pena di inammissibilità deve consistere in una chiara sintesi logico- giuridica della questione sottoposta al vaglio del giudice di legittimità, formulata in termini tali che dalla risposta negativa o affermativa che ad essa si dia discenda in modo univoco l’accoglimento o il rigetto del gravame, con la conseguenza che deve ritenersi inammissibile non solo il ricorso nel quale il quesito manchi, ma anche quello nel quale sia formulato in modo inconferente rispetto all’illustrazione dei motivi di impugnazione (cfr. ad es. SU n. 20360/2007; Cass. n. 14385/2007 ), ovvero ove non vi sia corrispondenza ( o vi sia solo parziale corrispondenza) fra quesito e motivo, sicchè il primo non sia esaustivamente riferibile alla questione controversa posta col motivo di impugnazione, rappresentandone la sintesi logico- giuridica. Ne resta confermato, quindi, che il rispetto del requisito della imprescindibile attinenza dei quesiti al decisum è condizione indispensabile per la valida proposizione del quesito medesimo, sotto pena della sua genericità e della conseguente equiparazione, per difetto di rilevanza, alla mancanza stessa di un quesito. Il quesito posto dal ricorrente (“Dica la Corte se nella L. n. 300 del 1970, art. 7 sia contenuta una prescrizione specifica di analiticità della contestazione, così come ritenuto dal giudice di appello che ne dichiara la violazione da parte del datore di lavoro: “Dica la Corte se il dettato di cui all’art. 2106 c.c. si riferisce alla mancanza di specificità in ipotesi di contestazione disciplinare antecedente il licenziamento, e se la dichiarata mancanza di detta specificità si traduca nella violazione di norma imperativa, o se piuttosto come ritenuto il dettato della norma si riferisca invece al momento successivo il licenziamento medesimo ed unicamente all’accertamento della sussistenza di proporzionalità tra il licenziamento irrogato e la gravità dell’infrazione commessa, da accertarsi nel corso del processo”) non risulta conforme ai canoni interpretativi indicati.

Lo stesso, infatti, si incentra – e si esaurisce – nell’affermazione dell’inesistenza di un principio di specifica analiticità della contestazione disciplinare e sulla individuazione degli effetti che ne derivano sul licenziamento successivamente irrogato, ma nessuna considerazione si svolge in ordine alla dedotta censura di ultrapetizione, a fronte dell’obbligo che si prospetta per il lavoratore che voglia far valere l’invalidità del licenziamento per violazione degli oneri imposti dall’art. 7 dello Statuto, di indicare nell’atto introduttivo del giudizio le specifiche irregolarità lamentate, con conseguente preclusione per lo stesso di farne valere, nel corso del giudizio, nuove e diverse.

Ne deriva l’irriferibilità del quesito al complesso delle questioni controverse e la sua incapacità ad esprimere, in termini di sintesi logico giuridica, il tema di decisione sottoposto all’esame del giudice di legittimità. Il secondo motivo è, invece, infondato.

Premesso che l’interpretazione della domanda giudiziale costituisce attività riservata al giudice di merito, il cui giudizio, risolvendosi in un accertamento di fatto, non è censurabile in sede di legittimità allorchè risulti motivato in maniera congrua ed adeguata rispetto all’intero contesto dell’atto e al suo senso letterale, tenendo conto, in tale operazione, della formulazione testuale della domanda, ed in pari modo del contenuto sostanziale della pretesa in relazione alle finalità che la parte intende perseguire, senza che risultino condizionanti le formule, al riguardo, adottate (v. ad es. da ultimo Cass. n. 22893/2008), deve ritenersi che, nella fattispecie, la corte di merito ha correttamente interpretato le istanze delle parti, valutandone contenuto e portata alla luce delle richieste formulate e delle giustificazioni giuridiche offerte. Per come emerge, infatti, dalla sentenza impugnata, il ricorrente ha, sin dall’instaurazione del giudizio, espressamente contestato le motivazioni poste a base del recesso in quanto “generiche, non correttamente individuate e, comunque, non provate” ed ha allegato in ricorso che gli “eventi” erano stati “genericamente contestati, sempre che gli stessi effettivamente sussistessero” e, comunque, ha ritenuto la corte che tale eccezione fosse desumibile attraverso l’esame complessivo dell’atto, quale uno degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto poste a base della domanda.

L’interpretazione offerta dalla corte territoriale resta esente da alcuna censura, non manifestando alcun vizio logico o ricostruttivo e risultando, anzi, conforme al tenore letterale delle espressioni utilizzate e alla loro indubbia portata giuridica, alla luce del principio di specificità dell’addebito, che esclude la legittimità della contestazione generica e condiziona la validità stessa del susseguente licenziamento, rappresentandone, al pari delle ulteriori regole procedimentali previste dall’art. 7 St., presupposto di legittimità (cfr. SU n. 3965 e 3966/1994).

Il che basta per confermare la decisione impugnata, ed a prescindere, pertanto, dall’argomento (svolto dalla corte ad abundantiam) del rilievo di ufficio della nullità, che, in realtà, contrasta con l’acquisita giurisprudenza di questa Suprema Corte, che ritiene che il principio di cui all’art. 1421 c.c. va, comunque, coordinato con il principio della domanda, della corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato e con quello della disponibilità delle prove, che escludono che, ove la parte chieda la declaratoria di invalidità di un atto, il giudice possa pronunciarsi su ragioni diverse da quelle ritualmente dedotte dalla parte medesima, dovendo la pronuncia del giudice restare circoscritta , in tal caso, alle specifiche ragioni di illegittimità dedotte dalla stessa (cfr. Cass. n. 8264/2005;

Cass. n. 9167/2003).

Il ricorso va, pertanto, rigettato.

Le spese seguono la soccombenza, e vanno liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 40,00 per esborsi ed in Euro 2500,00 per onorari, oltre a spese generali, IVA ed CPA. Così deciso in Roma, il 20 settembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2011

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