Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24568 del 18/10/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 18/10/2017, (ud. 17/05/2017, dep.18/10/2017),  n. 24568

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22729-2012 proposto da:

V.A., C.F. (OMISSIS), L.A. C.F. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CONCA D’ORO 184/190 PAL D,

presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO DISCEPOLO, che li

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

P.M.L.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 388/2012 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 07/04/2012 R.G.N. 332/2011;

Il P.M. ha depositato conclusioni scritte.

Fatto

FATTO E DIRITTO

LA CORTE:

visti gli atti e sentito il consigliere relatore;

RILEVATO che con ricorso del sei – otto ottobre 2012 V.A. e L.A. hanno impugnato la sentenza n. 388 in data 30 marzo – sette aprile 2012, mediante la quale la Corte di Appello di ANCONA rigettava il gravame da costoro proposto avverso la pronuncia resa il 17 maggio 2011 dal locale giudice del lavoro, che li aveva condannati al pagamento, in favore dell’attrice P.M.L., di indennità sostituiva di ferie, tredicesima mensilità e t.f.r. in forza del rapporto di lavoro svoltosi con la loro congiunta L.C. dall’ottobre 2003 al giugno 2008, avente ad oggetto prestazioni di assistenza a favore di persona inferma; che la Corte territoriale rigettava l’eccezione di difetto di legittimazione passiva degli appellanti, convenuti in primo grado, non risultando provato che fosse stato speso il potere di rappresentanza nei riguardi della L. dai resistenti, quali tutori di quest’ultima, laddove la lavoratrice aveva soltanto riconosciuto la qualità di tutori della predetta, mentre d’altro canto in base alle rilevate circostanze di fatto emergeva la prova della natura subordinata del rapporto, dell’orario di lavoro, delle mansioni effettivamente svolte, tenuto conto di quanto spontaneamente riconosciuto da L.A. circa la regolare corresponsione di un compenso di sette Euro per ora, per sette ore al giorno dal lunedì al sabato, anche da parte del tutore che l’aveva preceduto nell’incarico;

che la P. risulta intimata;

che il Pubblico Ministero con requisitoria scritta del sette aprile 2017 ha chiesto il rigetto del ricorso;

visto l’avviso debitamente comunicato per la fissata adunanza e che non risultano depositate memorie dalle parti.

Diritto

CONSIDERATO

che il ricorso si fonda sui seguenti motivi:

a) violazione o falsa applicazione dell’art. 1388 c.c., avendo i giudici di merito erroneamente respinto l’eccezione di difetto di legittimazione passiva opposta dagli appellanti – convenuti;

b) violazione o falsa applicazione dell’art. 2094 c.c. riguardo alla ritenuta natura subordinata del rapporto in questione;

c) contraddittorietà intrinseca della motivazione della sentenza impugnata laddove era stato affermato che nella specie la regolarità della prestazione e la determinazione del consenso erano indici sufficienti alla qualificazione del rapporto in termini di subordinazione, nonchè omesso esame circa fatti decisivi – ossia gli ulteriori elementi sintomatici – per il giudizio;

d) violazione o falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., avendo la Corte distrettuale erroneamente disposto la non ammissione delle prove testimoniali indicate dai resistenti, benchè non si trattasse di nuovi mezzi di prova, già articolati nel corso del giudizio di primo grado, la cui ammissione era stata poi reiterata in appello;

che le anzidette doglianze vanno disattese in base ai seguenti argomenti;

che, invero, quanto al primo motivo vanne condivise le osservazioni dell’Ufficio requirente, secondo cui, premesso che in tema di mandato con rappresentanza la “contemplatio domini”, che rende possibile l’imputazione degli effetti del contratto nella sfera di un soggetto diverso da quello che lo ha concluso, non esige – nel caso in cui l’atto da porre in essere non richiede una forma solenne – l’uso di formule sacramentali e può, quindi, essere desunta anche da un comportamento del rappresentante che, per univocità e concludenza, sia idoneo a rendere edotto l’altro contraente che egli agisce non solo nell’interesse, ma anche in nome del rappresentato, nella cui sfera giuridica gli effetti dell’atto sono destinati a prodursi direttamente; tuttavia, l’onere della relativa prova in giudizio incombe su chi afferma avere assunto la veste di rappresentante e, ove sia mancata l’allegazione e la prova del predetto comportamento, è insufficiente, ai fini di una diretta imputazione degli effetti dell’atto al mandante, la circostanza che l’atto sia stato posto in essere nel suo interesse (Cass. I civ. n. 7510 del 31/03/2011). Ne deriva che avendo nella specie la Corte di merito escluso motivatamente ogni valenza probatoria nei sensi anzidetti in ordine alla circostanza che la lavoratrice avesse riconosciuto la qualità di tutore in capo ai convenuti, con apprezzamento di fatto incensurabile in questa sede di legittimità, va per l’effetto esclusa anche la pretesa violazione della disciplina dettata dall’art. 1388 c.c. e di ogni sua eventuale falsa applicazione;

che parimenti va osservato in relazione al secondo ed al terzo motivo, tra loro connessi e perciò esaminabili congiuntamente, alla stregua degli elementi in fatto esaminati dalla Corte di merito, di guisa che ragionevolmente il dedotto rapporto contrattuale veniva in particolare riconosciuto in termini di subordinazione (“Le contestazioni relative all’orario di lavoro, alle mansioni effettivamente svolte…. all’assenza di subordinazione non tengono conto di quanto spontaneamente riconosciuto da L.A. circa la regolare corresponsione di un compenso orario di Euro 7,00 per ora per sete ore giornaliere dal lunedì al sabato, anche da parte del tutore che l’aveva preceduto nell’incarico…specie in considerazione della ripetitività delle attività richieste.. senza apprezzabili margini di autonomia, nè tanto meno di occasionalità. Nulla muta in tale quadro la circostanza che l’interessata potesse eventualmente variare la collocazione del periodo lavorativo nell’arco della giornata, secondo l’assunto del teste S.R.”);

che, invero, il ricorso de quo appare altresì formulato mediante carente esposizione dei fatti di causa, con conseguente inammissibilità (art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 6), avendo omesso, in particolare, di riportare compiutamente le ragioni in base alle quali la sentenza di primo grado, poi interamente confermata in appello (la cui motivazione va quindi necessariamente integrata con la prima), ebbe a ritenere provata la dedotta subordinazione (esclusa soltanto per il primo mese di svolgimento del rapporto), gli specifici motivi dell’interposto gravame, le testuali affermazioni in base alle quali la Corte di merito ha desunto l’anzidetto spontaneo riconoscimento da parte Di L.A. e l’ivi menzionata testimonianza resa da S.R., circa l’eventuale possibilità di cambiamento di orario di lavoro;

che parimenti è assolutamente inammissibile il quarto motivo di ricorso, laddove nulla risulta precisato circa i tempi ed i modi dei mezzi istruttori, oggetto della doglianza in ordine alla loro mancata ammissione (nulla sul punto emergendo nemmeno dalla pronuncia qui impugnata), sicchè sarebbe stato necessario indicare precisamente dove, come e quando sarebbero state articolate da parte convenuta le prove testimoniali con le relative circostanze, tanto più che la censura appare anche in contrasto con quanto si legge nella sentenza de qua riguardo all’anzidetta testimonianza S., in teoria favorevole ai convenuti circa l’assunta possibilità di mutamento di orario;

che, pertanto, il ricorso va disatteso, peraltro senza alcun provvedimento in tema di spese, nonostante l’esito negativo dell’impugnazione, con conseguente soccombenza, essendo la P. rimasta intimata e non avendo ella comunque svolto alcuna difesa nel proprio interesse.

PQM

 

la Corte RIGETTA il ricorso.

Così deciso in Roma, il 17 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 18 ottobre 2017

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