Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24559 del 01/12/2016


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Cassazione civile sez. lav., 01/12/2016, (ud. 13/09/2016, dep. 01/12/2016), n.24559

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. NEGRI DELLE TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15920-2012 proposto da:

P.R. C.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, CORSO TRIESTE 185, presso lo studio dell’avvocato RAFFAELE

VERSACE, rappresentato e difeso dall’avvocato RAFFAELE PELLEGRINO,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

G.G. C.F. (OMISSIS);

– intimato –

Nonchè da:

G.G. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIALE BRUNO BUOZZI 109, presso lo studio dell’avvocato SALVATORE

GAGLIARDO, rappresentato e difeso dall’avvocato ANDREA FAIELLO,

giusta delega in atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

P.R. C.F. (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 8081/2011 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 30/01/2012 r.g.n. 4484/200/;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/09/2016 dal Consigliere Dott. MANNA ANTONIO;

udito l’Avvocato P.R.;

udito l’Avvocato LEONARDI ANGELA per delega verbale avvocato FAIELLO

ANDREA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO RITA, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata il 30.12.12 la Corte d’appello di Napoli rigettava il gravame del Dott. P.R. contro la sentenza n. 14651/07 del Tribunale della stessa sede, che ne aveva rigettato la domanda intesa ad ottenere la condanna del Dott. G.G. al pagamento di crediti retributivi, previa qualificazione del rapporto tra loro svoltosi dall’aprile 1998 al settembre 2000 come di lavoro subordinato.

Per la cassazione della sentenza ricorre il Dott. P. affidandosi a cinque motivi, poi ulteriormente illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c..

Il Dott. G. resiste con controricorso e a sua volta spiega ricorso incidentale basato su un solo motivo.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1 – Il primo motivo denuncia violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 1322, 1325, 1343, 1344, 1345 e 1346 c.c. e violazione del D.Lgs. n. 502 del 1992, per avere l’impugnata sentenza ipotizzato che quello tra le parti fosse qualificabile come contratto atipico di “cointeressenza” attraverso il quale i due medici si sarebbero, in sostanza, ripartiti gli ex assistiti dal S.S.N. un tempo curati dal Dott. R. (con il quale, in passato, aveva collaborato lo stesso Dott. P.), di guisa che costoro, benchè formalmente affidati al Dott. G., titolare d’un ambulatorio medico convenzionato con il S.S.N., sarebbero stati di fatto affidati alle cure dell’odierno ricorrente. Si obietta, invece, in ricorso che un contratto del genere sarebbe stato lesivo del D.Lgs. n. 502 del 1992, che disciplina la convenzione (di durata triennale) tra ASL e medici del servizio di medicina di base. Si lamenta, ancora, che la Corte territoriale ha inopportunamente valorizzato – nel confermare il rigetto della domanda – un elemento del tutto accidentale, ossia il fatto che molti degli ex assistiti del Dott. R. (che aveva ormai cessato l’attività), avendo conosciuto e apprezzato il Dott. P. che con lui collaborava, al momento di scegliere un nuovo medico di base avevano trovato naturale indirizzare la propria scelta verso il Dott. G., presso il quale il ricorrente aveva cominciato a collaborare.

Il motivo va disatteso perchè sostanzialmente irrilevante, nel senso che, ricostruito con motivazione immune da vizi logico – giuridici (su ciò v. meglio infra) il reale accordo negoziale intervenuto tra le parti, è vano obiettarne la nullità per violazione del D.Lgs. n. 502 del 1992, una volta che non se ne sia mai chiesta la conversione ex art. 1424 c.c., peraltro impedita dall’inesistenza, nel caso di specie, dei tratti distintivi della subordinazione.

In sostanza, una volta comunque esclusa (per accertata insussistenza dei relativi requisiti) la subordinazione invocata dall’attore, poco importa che il diverso rapporto individuato dai giudici di merito sia valido o meno.

2 – Con il secondo motivo si lamenta violazione e/o falsa applicazione dell’art. 420 c.p.c., art. 187 c.p.c., comma 1, artt. 188 e 115 c.p.c., nella parte in cui la Corte territoriale ha ridotto soltanto a due testi per parte la lista dei testimoni, rigettando poi la domanda per ritenuta carenza di prova della dedotta subordinazione. Il ricorrente si duole altresì del mancato accoglimento dell’istanza di CTU intesa a quantificare gli importi liquidabili ex art. 2554 c.c., in relazione alla domanda, subordinata, di riconoscimento d’una associazione in partecipazione.

La stessa doglianza viene fatta valere anche con il terzo motivo di ricorso, sotto forma di denuncia di vizio di motivazione.

I due motivi – da trattarsi congiuntamente perchè connessi – sono infondati.

Alla luce del principio costituzionale della durata ragionevole del giudizio, il giudice può limitare la prosecuzione della prova orale quando ne ritenga superflua l’ulteriore assunzione, essendo ormai sufficienti gli elementi raccolti.

Nè è necessaria l’escussione di tutti i testi già ammessi o comunque indicati dalle parti, purchè la mancata escussione sia razionale e giustificata e ne venga data adeguata motivazione nella sentenza di merito (cfr. Cass. 17.4.09 n. 9234), motivazione che, nel caso di specie, l’impugnata sentenza ha fornito nel momento in cui ha descritto come accertato il reale contenuto del rapporto svoltosi tra le parti.

Nè può dirsi che il giudice del merito non abbia il potere di ridurre le liste testimoniali sovrabbondanti e che debba ammettere ogni iniziativa istruttoria sollecitata dalle parti: al contrario – v., ex aliis, Cass. n. 11810/16 e Cass. 22.4.09 n. 9551 – la riduzione delle liste testimoniali sovrabbondanti costituisce un potere tipicamente discrezionale del giudice di merito, non censurabile in sede di legittimità ed esercitabile anche nel corso dell’espletamento della prova, potendo il giudice non esaurire l’esame di tutti i testi ammessi qualora, per i risultati raggiunti, ritenga superfluo ogni ulteriore attività. Tale ultima valutazione non deve essere necessariamente espressa, potendo desumersi per implicito dal complesso della motivazione della sentenza.

La doglianza dell’odierno ricorrente avrebbe potuto avere un senso soltanto se i giudici di merito ne avessero rigettato la domanda per carenza di prova, essendo contraddittorio constatarne il difetto senza prima aver cercato di approfondire l’istruttoria.

Ma non è quel che è accaduto nella vicenda processuale in oggetto, atteso che dalla sentenza impugnata emerge che la causa non è stata decisa sulla base del mero criterio di ripartizione dell’onere probatorio di cui all’art. 2697 c.c.; al contrario, la Corte territoriale ha espressamente asserito che non vi sono dubbi di sorta nell’accogliere la tesi difensiva dell’odierno controricorrente (incompatibile con il vincolo di subordinazione prospettato dall’attore).

Quanto al mancato accoglimento dell’asserita istanza di ammissione di CTU, basti segnalarne non solo e non tanto il difetto di autosufficienza, quanto l’irrilevanza, una volta che i giudici di merito hanno qualificato quello in discorso come contratto atipico e non già come di lavoro subordinato o di associazione in partecipazione.

3 – Il quarto motivo deduce vizio di motivazione per avere la Corte d’appello trascurato elementi istruttori che invece avrebbero dovuto indurla ad accogliere la domanda, come la deposizione del teste M., da cui emergeva la responsabilità personale ed esclusiva del Dott. G. nel redigere la ricetta sia pure in base alla visita medica eseguita dal Dott. P. – nonchè l’orario di apertura dell’ambulatorio, che ben si sarebbe potuto intendere come orario di lavoro del ricorrente. Si lamenta, altresì, che la sentenza ha omesso di considerare come sostanziali ammissioni dell’esistenza d’un potere disciplinare taluni passaggi della memoria difensiva di primo grado del Dott. G.: egli aveva dichiarato di aver allontanato dal proprio ambulatorio il ricorrente per essersi assentato per alcuni mesi per seguire un corso di specializzazione e per aver preteso di farsi sostituire in questo periodo da un giovane suo collega cui il Dott. G. avrebbe dovuto corrispondere un fisso mensile di Lire 400.000, dando poi al Dott. P. la restante percentuale di sua spettanza. Altro vizio denunciato riguarda la motivazione nella parte in cui ha utilizzato la deposizione del teste D.T. (dal contenuto, in realtà, neutro), ha supposto che il compenso pagato dal Dott. G. al Dott. P. non fosse predeterminato e ha tratto argomenti di prova dal contegno processuale dell’appellato (vale a dire dell’odierno controricorrente), che non ha coltivato la domanda riconvenzionale volta a conseguire il recupero delle spese di studio da lui anticipate. Infine, erroneamente la sentenza ha menzionato il diritto di recesso ex art. 2237 c.c., concernente la facoltà di recesso del cliente del professionista.

Tale ultima censura viene fatta valere anche nel quinto motivo, sotto forma di denuncia di falsa applicazione dell’art. 2237 c.c..

Questi ultimi due motivi vanno disattesi perchè in sostanza sollecitano una mera rivisitazione del materiale istruttorio affinchè se ne fornisca una valutazione diversa da quella accolta dalla sentenza impugnata, operazione non consentita in sede di legittimità neppure sotto forma di denuncia di vizio di motivazione alla luce del vigente testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (applicabile ratione temporis) risultante dalla novella di cui al D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134.

La nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (applicabile, ai sensi del cit. art. 54, comma 3, alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, cioè alle sentenze pubblicate a partire dal 12.9.12 e, quindi, anche alla pronuncia in questa sede impugnata) rende denunciabile per cassazione solo il vizio di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

In tal modo il legislatore è tornato, pressochè alla lettera, all’originaria formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, del codice di rito del 1940.

Con orientamento (cui va data continuità) espresso dalla sentenza 7.4.14 n. 8053 (e dalle successive pronunce conformi), le S.U. di questa S.C., nell’interpretare la portata della novella, hanno in primo luogo notato che con essa si è assicurato al ricorso per cassazione solo una sorta di “minimo costituzionale”, ossia lo si è ammesso ove strettamente necessitato dai precetti costituzionali, supportando il giudice di legittimità quale giudice dello ius constitutionis e non, se non nei limiti della violazione di legge, dello ius litigatoris.

Proprio per tale ragione le S.U. hanno affermato che non è più consentito denunciare un vizio di motivazione se non quando esso dia luogo, in realtà, ad una vera e propria violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4.

Ciò si verifica soltanto in caso di mancanza grafica della motivazione, o di motivazione del tutto apparente, oppure di motivazione perplessa od oggettivamente incomprensibile, oppure di manifesta e irriducibile sua contraddittorietà e sempre che i relativi vizi emergano dal provvedimento in sè, esclusa la riconducibilità in detta previsione di una verifica sulla sufficienza e razionalità della motivazione medesima mediante confronto con le risultanze probatorie.

Per l’effetto, il controllo sulla motivazione da parte del giudice di legittimità diviene un controllo ab intrinseco, nel senso che la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, deve emergere obiettivamente dalla mera lettura della sentenza in sè, senza possibilità alcuna di ricavarlo dal confronto con atti o documenti acquisiti nel corso dei gradi di merito.

Secondo le S.U., l’omesso esame deve riguardare un fatto (inteso nella sua accezione storico – fenomenica e, quindi, non un punto o un profilo giuridico) principale o primario (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioè dedotto in funzione probatoria).

Ma il riferimento al fatto secondario non implica che possa denunciarsi ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anche l’omesso esame di determinati elementi probatori: basta che il fatto sia stato esaminato, senza che sia necessario che il giudice abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie emerse all’esito dell’istruttoria.

A sua volta deve trattarsi di un fatto (processualmente) esistente, per esso intendendosi non un fatto storicamente accertato, ma un fatto che in sede di merito sia stato allegato dalle parti: tale allegazione può risultare già soltanto dal testo della sentenza impugnata (e allora si parlerà di rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza del dato extra-testuale).

Sempre le S.U. precisano gli oneri di allegazione e produzione a carico del ricorrente ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4: il ricorso deve non solo indicare chiaramente il fatto storico del cui mancato esame ci si duole, ma deve indicare il dato testuale (emergente dalla sentenza) o extra – testuale (emergente dagli atti processuali) da cui risulti la sua esistenza, nonchè il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti e spiegarne, infine, la decisività.

Invece, i motivi in oggetto – oltre a non rispondere ai requisiti prescritti dalla citata sentenza delle S.U. – invocano una generale rivisitazione nel merito di tutto il materiale probatorio, il che non è consentito innanzi a questa Corte Suprema.

Nè si possono enucleare vizi di motivazione dal mero confronto con determinate dichiarazioni (rese in sede di testimonianza), vale a dire attraverso un’operazione che suppone un accesso diretto agli atti e una loro delibazione non consentiti innanzi a questa Corte Suprema.

Ininfluente è – poi – ogni questione relativa all’applicabilità o meno dell’art. 2237 c.c., atteso che è sempre ammesso il recesso di una delle parti in ogni rapporto di durata, ancorchè atipico, recesso che di per sè non necessariamente integra sintomo dell’esistenza d’un potere disciplinare ex art. 2106 c.c..

4 – Con unico motivo il ricorso incidentale denuncia violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., nella parte in cui la pronuncia gravata ha compensato fra le parti le spese del giudizio d’appello con motivazione (“obiettiva difficoltà ricostruttiva del rapporto giuridico”) contrastante con la palese infondatezza della domanda, pur categoricamente affermata.

Il motivo è infondato per il dirimente rilievo che, trattandosi di controversia cui è applicabile l’originario testo dell’art. 92 c.p.c. (anteriore alla novella di cui alla L. n. 263 del 2005), la compensazione delle spese non richiede motivazione da parte del giudice, sicchè la sua carenza o la sua contraddittorietà non sono censurabili (cfr., e pluribus, Cass. n. 20457/11).

5 – In conclusione, entrambi i ricorsi sono da rigettarsi. Ciò consiglia di compensare le spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte rigetta entrambi i ricorsi e, compensate per un quarto le spese del giudizio di legittimità, condanna parte ricorrente al pagamento dei residui 3/4, liquidati in complessivi in Euro 3.000,00 di cui Euro 75,00 per esborsi ed Euro 2.925,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 13 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 1 dicembre 2016

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