Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24537 del 21/11/2011

Cassazione civile sez. VI, 21/11/2011, (ud. 27/10/2011, dep. 21/11/2011), n.24537

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

Provincia di Cagliari (OMISSIS) in persona del suo Presidente

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FEDERICO

CONFALONIERI 5, presso lo studio dell’avvocato MANZI ANDREA, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GARBATI Simonetta

giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

M.A. ((OMISSIS)) MU.AN.

((OMISSIS)), elettivamente domiciliate in ROMA, VIA ARENULA

21, presso lo studio dell’avvocato VIVIANA CALLINI, rappresentate e

difese dagli avvocati PINNA LUIGI, MELIS FEDERICO giusta procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 350/2009 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI del

13/10/09, depositata il 17/11/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27/10/2011 dal Consigliere Relatore Dott. SALVATORE SALVAGO;

udito l’Avvocato Manzi Federica, (delega avvocato Manzi Andrea),

difensore della ricorrente che si riporta agli scritti insistendo per

l’accoglimento del ricorso;

è presente il P.G. in persona del Dott. ROSARIO GIOVANNI RUSSO che

nulla osserva.

La Corte:

Fatto

PREMESSO IN FATTO

1. – 1. – E’ stata depositata in cancelleria il 7 febbraio 2011 la seguente relazione, in applicazione dell’art. 380-bis cod. proc. civ.:

1. E’ impugnata la sentenza della Corte di appello di Cagliari del 17 novembre 2009 che in riforma di quella del Tribunale del 10 giugno 2002 ha dichiarato che il terreno di proprietà di M.A. ed Mu.At., oggetto di occupazione espropriativi da parte della Provincia di Cagliari aveva natura edificatoria avendo accertato il c.t.u. che era inserito in zona G del P.R. del comune di Cagliari destinata a servizi generali e trasformabile sia ad iniziativa pubblica, che privata; ed ha determinato l’indennizzo complessivamente dovuto da detta amministrazione in Euro 168.000,00 oltre accessori.

2. La Provincia di Cagliari ha proposto ricorso per un motivo, con il quale contesta che la destinazione del terreno possa essere apprezzata con criteri diversi dall’edificabilità legale, quale indicata dagli strumenti urbanistici (nel caso, il P.F.), che nel caso gli attribuivano natura non edificatoria per la sua destinazione pubblicistica ad attrezzature generali; e contesta il principio recepito dalla sentenza che la destinazione ad edilizia scolastica comporti la vocazione edificatoria dell’immobile, escluso dalla giurisprudenza di legittimità.

3. – Il ricorso può essere trattato in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380-bis e 375 c.p.c., ed essere accolto se sono condivise i seguenti principi, del tutto consolidati nella giurisprudenza di questa Corte:

1) Un’area va ritenuta edificabile quando, e per il solo fatto che, come tale, essa risulti classificata al momento della vicenda ablativa dagli strumenti urbanistici, secondo un criterio di prevalenza o autosufficienza della edificabilità legale: perciò escludendo le possibilità legali di edificazione tutte le volte in cui la zona sia stata concretamente vincolata ad un utilizzo meramente pubblicistico (verde pubblico, attrezzature pubbliche, viabilità ecc.) in quanto dette classificazioni apportano un vincolo di destinazione che preclude ai privati tutte quelle forme di trasformazione del suolo che sono riconducibili alla nozione tecnica di edificazione e che sono, come tali, soggette al regime autorizzatorio previsto dalla vigente legislazione edilizia. (Da ultimo: Cass. 665/2010; 400/2010; 21396/2009; 21095/2009;

17995/2009).

2) In questi casi per rendere edificatorio il terreno non è sufficiente che l’intervento pubblico sia realizzabile in linea astratta anche ad iniziativa privata: dovendo ciò essere il risultato di una scelta di politica programmatoria ricorrente solo quando gli obiettivi di interesse generale, di dotare il territorio di attrezzature e servizi, siano ritenuti realizzabili (e come tali specificatamente compresi nelle previsioni pianificatorie) anche attraverso l’iniziativa economica privata – pur se accompagnati da strumenti di convenzionamento”; e perciò devolvendosi esclusivamente alle scelte di politica programmatoria delle amministrazioni locali e quindi a ciascuno strumento urbanistico il potere di stabilire se, per quali categorie di opere ed in quali zone le stesse possano venire realizzate “anche attraverso l’iniziativa economica privata” (Cass. 2605/2010 cit.; 21095/2009; 15616/2007; 15389/2007).

3) Questi principi devono a maggior ragione applicarsi in caso di destinazione di aree ad edilizia scolastica, nell’ambito della pianificazione urbanistica comunale, in quanto detta destinazione ne determina il carattere non edificabile, avendo l’effetto di configurare un tipico vincolo conformativo, come destinazione ad un servizio che trascende le necessità di zone circoscritte, ed è concepibile solo nella complessiva sistemazione del territorio, nel quadro della ripartizione zonale in base a criteri generali ed astratti. Nè può esserne ritenuta per altro verso l’edificabilità, sotto il profilo di una realizzabilità della destinazione ad iniziativa privata o promiscua pubblico-privata, giacchè l’edilizia scolastica è riconducibile ad un servizio strettamente pubblicistico, connesso al perseguimento di un fine proprio ed istituzionale dello Stato, su cui non interferisce la parità assicurata all’insegnamento privato (Cass. 3022/2008; 15616/2007;

15389/2007; 23028/2004);

4) anche per la determinazione del danno da occupazione appropriativa, vale la suddivisione su cui è impostato il sistema dell’art. 5 bis, tra aree edificabili ed aree prive di siffatta destinazione, che non è disapplicabile in nome di una più congrua reintegrazione patrimoniale del proprietario del fondo; e valgono,di conseguenza, i principi enunciati dalla giurisprudenza sulla rilevanza delle “possibilità legali ed effettive di edificazione”, in particolare sulla priorità (e sulla relativa necessità di una verifica preliminare) delle qualità attribuite al suolo dalla disciplina urbanistica: ciò comportando che il controvalore dell’immobile classificato non edificabile debba avere un’effettiva valutazione di mercato che rispecchi tutte le possibili utilizzazioni intermedie tra l’agricola e l’edificatoria, tuttavia compatibili con la sua stabilita non edificatorietà (Cass. sez. un. 19551/2003, nonchè 9683/2000; 4838/2000).

4. Pertanto siccome secondo la sentenza impugnata il terreno ricadeva in zona omogenea G, destinata a servizi generali (pag. 2) e secondo la Provincia di Cagliari a zona contenenti attrezzature di uso collettivo, come scuole, uffici pubblici, ambulatori ed ospedali ecc, la ricognizione legale del terreno non poteva essere devoluta al giudizio del c.t.u., ma doveva essere compiuta di ufficio esclusivamente in base alla classificazione urbanistica dell’area, perciò indipendentemente dai criteri seguiti dall’espropriante nel formulare l’offerta dell’indennità provvisoria, nonchè da quelli adottati dalla Commissione provinciale nel compiere la valutazione;

ed indipendentemente (a fortiori) dalle prospettazioni, dalle richieste nonchè da asserite ammissioni al riguardo delle parti, le cui deduzioni sul punto si esauriscono, pertanto, nell’espressione di semplici “punti di vista” circa l’ammontare del giusto indennizzo e non ineriscono al “petitum” immediato (elemento di identificazione dell’azione) già compiutamente definito dalla domanda di rideterminazione dell’indennità, ancorchè non specificata nel “quantum” (Cass. sez. un. 35/2001, nonchè 6176/2003; 15247/2001).

5. Conclusivamente, la destinazione dell’area, non inclusa dal P.F. del comune di Sanluri in zona destinata all’edificazione, doveva pertanto essere accertata dalla Corte di appello esclusivamente in base ai principi suddetti.

2. Il pubblico ministero non ha presentato conclusioni scritte.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

3. – Il collegio, esaminato il ricorso, la relazione, il controricorso e la memoria, ha condiviso gli argomenti svolti nella relazione e la soluzione che vi è stata proposta.

Non rileva, infatti, in contrario la precedente decisione di questa Corte invocata dalle proprietarie, relativa ad altra espropriazione eseguita dalla Provincia di Cagliari, posto che con questa le censure dell’amministrazione furono sostanzialmente respinte per la loro non conformità allo schema indicato dall’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 che impedirono alla Corte di esaminarne il fondamento nel merito. Mentre erroneamente le espropriate invocano il principio giurisprudenziale per cui l’edificabilità non comprende solo quella residenziale, ma anche tutte le trasformazioni del suolo riconducibili alla nozione tecnica ed economica di edificazione, avendo questa Corte ripetutamente avvertito che lo stesso non vale ad attribuire natura edificatoria ad aree in relazione alle quali lo strumento urbanistico esclude tale qualità, ma solo ad enucleare le possibili tipologie in cui detta destinazione si traduce, allorchè da esso riconosciuta e consentita, nonchè ad evidenziare la diversa edificabilità di fatto, e quindi il valore degli immobili in funzione del tipo di costruzione consentita (Cass. 29768/2008, -16161/2007, -11741/2006).

4. – Il ricorso va pertanto accolto con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla stessa Corte di appello di Cagliari che in diversa composizione,si atterrà ai principi esposti e provvederà alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Cagliari in diversa composizione anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sesta sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 27 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 21 novembre 2011

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